Il tragitto terreno di ogni essere umano si dispiega attorno ad una domanda. Una domanda molto più scomoda, lacerante e profonda di quello che vorremmo credere; molto spesso non emerge neppure alla coscienza e altrettante volte trova una risposta deformata o imperfetta. Temiamo che davvero in pochissimi, oggigiorno, giungano alla sua piena soluzione. L’interrogativo che informa la vita e ribadisce la sua universale unicità: chi sono io?

Nel giovane, la cui fioritura esplode nella tensione verso l’età adulta, questa domanda sembra esprimersi con più evidenza e persino con particolare irruenza, alle volte. Ma sarebbe davvero un grave errore di ingenuità ritenere che tale ricerca si esaurisca nel primo terzo di vita. Proprio nell’età adulta essa dovrebbe invero giungere a compimento, alla celebrazione delle nozze interiori. E poi ancora vagliarsi e modellarsi fino all’ultimo giorno concessoci sotto questo sole. La risposta infatti giace nella profondità oscura del pozzo della nostra anima spirituale e non è da confondersi punto con la manifesta personalità superficiale che invece, ahi noi, costituisce il rigido impianto dell’attuale società. Questa personalità è la risultante delle caratteristiche che gli altri vedono in noi tramite ciò che facciamo e ciò che abbiamo; è la facciata che presentiamo agli altri, alla società e la coltiviamo affannandoci con l’attivismo e cercando di accumulare il più possibile cose materiali, ma anche intellettuali e perfino spirituali.

Giochi di bambini - Pieter Bruegel il Vecchio (1560)

Giochi di bambini – Pieter Bruegel il Vecchio (1560)

Il ragazzo, immerso nel medesimo ambiente, non ha quindi altri appoggi culturali per iniziare il cammino verso la scoperta della propria identità. Differenti temperamenti, condizioni e circostanze portano a manifestazioni diverse, più o meno eclatanti, ma tutte scomposte, perché deviano dalla corretta traiettoria. La violenza, gli atti di bullismo, sono una di queste e per il loro carattere così estremo e palese ci possono aiutare a vedere cosa essi ci raccontano, al di là dell’immediato. Partiamo da una considerazione di metodo che si pone come imprescindibile. Ogni evento della storia sia singola che collettiva è sempre segno di un altrove che va cercato con quella libertà interiore, che appartiene alle anime risvegliate. Tragica caratteristica invece di noi moderni – e fa poca differenza se ci definiamo credenti o meno – è quella di arrestare lo sguardo al fenomeno particolare e ristretto, chiudendoci quindi alla capacità di interpretare la storia come una “Metastoria” o meglio ancora di una “Storia Sacra”. Scacciata la metafisica nel regno della fantasia, la realtà si fa solo immanenza, mentre da essa dovrebbe brillare la luce del simbolo. E l’uomo che si vuol far cercatore della propria storia, all’interno della Storia Universale, non può che scoprire con stupore i segni che continuamente appaiono lungo il cammino.

Le moderne democrazie poggiano sul principio dell’assenza della Verità, a favore della supremazia del numero, della quantità, o di presunte verità veicolate dalle moderne scienze profane. Anche della religione non restano che alcuni pilastri morali circondati da tanto sentimentalismo, cosicché la propria verità bisogna trovarla là fuori. Si chiama consenso, conferma sociale. Ci sono molti modi per ottenerla, alcuni solo in apparenza innocui, altri subdoli e raffinati, altri ancora più gretti e violenti. Sono questi ultimi a fare notizia, ma tutti in un modo o nell’altro sono portatori di morte. Il successo in una società competitiva si misura dal numero di persone (vittime) che ci si è lasciati dietro. Panikkar docet. Perché io possa salire un altro deve necessariamente decrescere. Questo in realtà è sempre avvenuto, ma nelle civiltà tradizionali rientrava in un ordine di matrice superiore, mentre oggi è precipitato sulle spalle del singolo. Lui e solo lui è l’artefice del suo destino, nefasto o glorioso. Ecco il trionfo del liberalismo democratico. Ancora Panikkar ad illuminarci:

In una società gerarchizzata, una volta raggiunta l’età adulta, hai il tuo posto, che può darti la sensazione di esserti realizzato. In una società egualitaria le cariche più alte sono teoricamente aperte a tutti. Se non le raggiungi, dopo aver avuto – teoricamente – le stesse opportunità, vuol dire che sei un incapace. Devi lavorare di più e meglio!

Lo capiscono già perfino i bambini. Lo respirano. Ma questa forza oscura lavora sotto pelle, nei canali del subcosciente per meglio raggiungere il suo traguardo. Siamo tutti proiettati all’esterno per guadagnarci la dignità che invece possediamo per nascita. Che il teatro sia il mondo intero o soltanto un piccolo gruppo nel quale sentirci a casa, nulla cambia. Dobbiamo conquistare il nostro posto riconosciuto dagli altri. Quel margine di sicurezza e stima che ci fa credere di esistere, di aver trovato la nostra vera identità. Non farà allora lo stesso il ragazzo che noi abbiamo catapultato in questo inferno terminale chiamato modernità? Lo farà con ogni arma che troverà a disposizione, anche le più pericolose. Ogni mezzo è lecito per il tesoro che lo attende.

Bully before, bully after - Norman Rockwell

Bully before, bully after – Norman Rockwell

Tutto nella nostra epoca parla attraverso il linguaggio della forza, del dominio: dominio sul creato – attraverso le scienze empiriche, la tecnologia e l’economia – e dominio all’interno della stessa società, individuo su individuo. Chiuso nelle sue dimensioni più basse, eliminati i pertugi verso il cielo avendo reso atrofico l’intelletto, l’uomo non può che utilizzare ogni forma di dominio, culturale, sociale, fisico. Se nei giovani questo si manifesta principalmente con l’uso della forza, negli adulti esso ha armi più sottili e falsamente civili, come il predominio e il controllo sociale. L’uomo contemporaneo domina perché ha smesso di contemplare. Egli non vede “la realtà in trasparenza” ma solo i risultati evidenti delle proprie azioni. Si è, solo in relazione a ciò che si fa e più si fa e più si accresce il nostro essere. L’atto non ha più un valore in sé, ma solo per il suo effetto quantificabile. La tecnocrazia è la dittatura della ragione pragmatica. Tecnologia come braccio armato delle cosiddette scienze, che poi vere scienze non sono, perché escludono le dimensioni sottili del cosmo che invece reggono il Tutto. Tecnologia che non è più tecnica, ovvero opera creativa dell’uomo che lavora la materia per generare ordine e bellezza che però erano già inscritti nella materia stessa; la tecnologia è solo manipolazione quantitativa per l’interesse degli uomini. Attraverso di essa l’uomo si palesa come un qualcosa d’altro rispetto al creato che può studiare e poi piegare ai suoi bisogni senza porsi alcun limite. L’intelletto ha ceduto lo scettro alla semplice ragione che non essendo più illuminata da qualcosa che le è superiore “genera mostri”.

Il più forte, il più potente vince nella competizione tecnologica. Il capo branco trasferisce su di un piano più ferino e istintuale la medesima nozione di dominio. Il diverso va segregato e umiliato. Non c’è spazio per i sensibili, come nel mondo degli adulti non vi è spazio per le idee che non siano “vincenti”. Ma cos’è un’idea? L’idea è un principio particolare, dove forma e contenuto sono armoniosamente uniti; piccola pietra di una grande costruzione ordinata secondo leggi non umane. E infine l’idea per un essere umano, è tale solo nella misura che vi sia la reale possibilità di tradurla in opera concreta e visibile. Non possiamo allora evitare queste domande fatali: esiste oggi un’idea diversa di arte? E un’idea diversa di sapere? E ancora un’idea diversa di economia e di lavoro? Se ne possono aggiungere altre, ma crediamo che basti. La risposta è fin troppo semplice ed è: no! E come poco sopra accennato, un’idea che non abbia alcuna possibilità di tradursi in azione visibile e compiuta non è un’idea, ma solo una fantasia buona per rilassare i muscoli tesi, alla sera. Chi mai sposerà un’idea che il mondo dà fin dalla partenza come perdente? Le sento già le voci dei finti eroi con le carriere degli altri! Un’idea diversa è portatrice di una diversa visione della vita, del cosmo. Si può anche perdere tutto nello sforzo di difenderla e realizzarla.

La Rissa - Fortunato Depero (1926)

La Rissa – Fortunato Depero (1926)

Potremmo ancora tollerare di avere la voce della maggioranza contro di noi, ma non quella dei nostri “amici” del nostro “gruppo” che ci siamo scelti: politico, sociale o religioso. Non potremmo mai tollerare di restare soli, accerchiati da tenebre oscure: vorremmo giungere alla resurrezione senza passare per il “Giardino degli Ulivi” e il colle del Golgota. Solo un’umanità di vili può aver costruito l’etica del dominio. Questo il prezzo della meravigliosa gabbia della modernità, dell’Occidente delle democrazie liberali e progressiste. Declino e superamento dell’iniziale pensiero democratico, oggi tradotto in tirannide. Platone ci metteva in guardia già millenni or sono. Noi adulti scansiamo senza troppi complimenti “le persone scomode”, quelli che hanno idee “diverse” – nel senso che abbiamo prima chiarito. In fondo, vogliamo semplicemente una vita comoda, da non confondere con una vita dignitosa. Vogliamo stare al riparo dalle intemperie dell’esistenza e quando proprio decidiamo di sentirci migliori e controcorrente, ci infiliamo in un piccolo gruppo che non ambisce ad essere maggioranza. Cosa lecita, per carità, ma non è sufficiente fare ciò che è giusto, bisogna anche farlo “con giustizia”. Se per una volta riuscissimo a guardare nel punto più profondo di noi stessi, vedremmo che è il bisogno di essere accettati, riconosciuti, che ci muove. Lo sguardo è sempre fuori da noi, mai all’interno.

Abbiamo una paura terribile di essere soli. La Verità può anche dimorare in un solo uomo, mentre tutti gli altri si stanno condannando a morte certa, ma questo noi non lo crediamo più. Un’evidenza ci deve ancora essere! Questa società non può essere così malata! E invece lo è, nelle sue fondamenta, nelle leggi che la sostengono, nella forma che rende disumano ogni suo gesto. Il ragazzo lo sente, lo percepisce in modo più brutale di noi; in fondo, comprende che prima chiarisce il suo dominio sugli altri, ad iniziare dai deboli e dai “diversi” e prima avrà l’identità che il mondo gli chiede. E farà capire a coloro che per sensibilità, carattere, intelletto, caratteristiche psico-fisiche sono fuori dalla norma, che non c’è spazio per loro. Li elimina, anticipando quello che l’attuale sistema avrebbe fatto comunque più tardi, ma con mezzi molto più sofisticati.

Ragazza con occhio nero - Norman Rockwell

Ragazza con occhio nero – Norman Rockwell

La violenza è prima di tutto esercizio rapido e infallibile per qualificare la mia identità. Il capo branco ha trovato subito il suo posto nel mondo. La dignità dell’essere umano non è un dato di fatto, ma la si raggiunge attraverso una conquista esclusivamente esteriore. Io sono in quanto domino. Per gli adulti vale la stessa cosa: non è necessaria la violenza fisica, è lo status sociale a parlare da sé. Guardiamoli bene in volto questi giovani “bulli”, perché in essi si riflette il nostro volto di adulti che abbiamo voluto ripulire dalla violenza fisica per usarne un’altra non meno terribile. Sono la concretizzazione più perfetta della nostra società, caduta ogni maschera. Il conformismo ha inghiottito tutto. Conformismo politico, culturale, religioso. Oltre, c’è spazio solo per la desolazione ed infine la morte.

Basterebbe una scintilla di umanità, di piena e luminosa manifestazione di uomini dall’intelletto sano, ma la società non ammette tali eccezioni ai suoi ingranaggi. Basterebbe un po’ di vera poesia a squarciare questa notte dura e compatta che scivola oltre l’orizzonte. Ma sembriamo incapaci di sopportarla, tale la ferita che si aprirebbe in noi. Teniamoci allora la violenza che non fa sconti, che ha cestinato ogni pietà e che lascia spazio solo ai vincitori. Questo è l’“Uomo Nuovo” della modernità terminale. L’uomo senza intelletto.