A sei anni dalla storica renuntiatio, Joseph Ratzinger è tornato a far sentire pubblicamente la sua voce. Lo ha fatto con un intervento che, a più di un mese dalla sua diffusione, sta continuando ad animare un intenso dibattito all’interno della Chiesa, suscitando le reazioni virulente di chi gli contesta di aver violato l’impegno preso di rimanere nascosto al mondo. Come se le indicazioni fornite da quello che è probabilmente il più grande teologo vivente dovessero essere considerate un fastidioso intralcio, anziché un dono prezioso per una Chiesa che si trova a vivere uno dei momenti più bui, sconvolta dai numerosi scandali di abusi commessi da prelati in giro per il mondo.

La maggior parte dei commentatori si sono soffermati sulla “diagnosi” proposta da Benedetto XVI in merito al collasso morale che avrebbe consentito alla piaga della pedofilia (e non solo) di penetrare anche all’interno della “Sposa di Cristo”. In realtà, nel testo del papa emerito trovano spazio diversi temi legati al dramma spirituale che la Chiesa e la società in generale stanno vivendo da decenni. Ratzinger rispolvera il suo “repertorio”: ricostruisce l’origine storica e filosofica di quella deriva relativistica che ha decisamente offuscato il confine tra bene e male nell’uomo contemporaneo; pone con forza la questione della centralità della liturgia nella vita della Chiesa e dei fedeli e – al suo interno – della necessità del riconoscimento del primato dell’Eucarestia; denuncia i pericoli del processo di marginalizzazione della religione sul piano della partecipazione alla vita pubblica. In particolare, il papa emerito rilancia il suo accorato grido di allarme per la situazione del sempre più secolarizzato Occidente.

La società occidentale – scrive Ratzinger – è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisamente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo”. Il papa emerito sembra indicare un’unica strada per la sopravvivenza dell’Occidente: la fine della tendenza masochistica che lo porta a denigrare i propri valori e quindi a considerare il Cristianesimo come un corpo estraneo da sé. In una indimenticabile Lectio magistralis tenuta nel 2004 al Senato, l’allora Cardinale Ratzinger aveva avvertito dei pericoli derivanti da quell’odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico, mettendo in guardia dai rischi di un’apertura incondizionata alla multiculturalità in presenza di un simile processo di rinnegamento:

Per le culture del mondo la profanità assoluta che si è andata formando in Occidente è qualcosa di profondamente estraneo. Esse sono convinte che un mondo senza Dio non ha futuro. Pertanto proprio la multiculturalità ci chiama a rientrare nuovamente in noi stessi.

Il richiamo presente nel suo intervento più recente è lo stesso pronunciato quindici anni fa al Senato e questo segnala come, nel frattempo, l’Occidente sia rimasto sordo. Ratzinger ha sempre messo in guardia dai rischi di escludere Dio dalla sfera pubblica, agitando il tremendo ricordo dei totalitarismi novecenteschi che s’insediarono laddove riuscì ad affermarsi la falsa idea dell’onnipotenza dell’uomo. Per Ratzinger l’Occidente è alle prese con una confusa ideologia della libertà che conduce a un dogmatismo che si sta rivelando sempre più ostile alla libertà. Un dogmatismo che non si fatica a riconoscere nella società occidentale contemporanea e che – secondo quanto sostenuto da Ratzinger già 15 anni fa – si riflette in quel nuovo moralismo le cui parole-chiave sono giustizia, pace, conservazione del creato, parole che richiamano dei valori morali essenziali di cui abbiamo davvero bisogno (ma che) rimane vago e scivola così, quasi inevitabilmente, nella sfera politico-partitica.

Un moralismo politico che è anzitutto una pretesa rivolta agli altri e troppo poco un dovere personale nella nostra vita quotidiana, lasciando intendere che le sue origini dovessero essere rintracciate in quel Sessantotto capace di far focalizzare l’uomo occidentale sui diritti, ma di far dimenticare i doveri.

Come ribadito nel testo della scorsa settimana, il grande teologo divenuto papa dimostra di considerare comune alla Chiesa sia il suddetto problema che la sua genesi: per questo se la prendeva e se la prende ancora oggi con chi vorrebbe un Cristianesimo ed una teologia che

riducono il nocciolo del messaggio di Gesù, il ‘Regno di Dio’, ai ‘valori del Regno’, identificando questi valori con le grandi parole del moralismo politico, e proclamandole, nello stesso tempo, come sintesi delle religioni.

Ieri, oggi e domani, per Ratzinger non c’è spazio per una Chiesa che annuncia i valori del Vangelo ma si vergogna e nasconde Cristo e la croce. Le istituzioni dell’Occidente secolarizzato, in nome di una falsa e malsana idea di laicità, non possono pretendere un compromesso del genere dalla Chiesa e dai suoi rappresentanti. Ancora una volta, con un atto d’amore e di estrema generosità, Ratzinger torna ad indicare all’Occidente la strada per non autodistruggersi e che richiede inevitabilmente di tornare a considerare Dio come criterio di orientamento.

Nel testo pubblicato su Klerusblatt, il papa emerito ci ricorda che tra i compiti fondamentali come cristiani abbiamo quello di creare spazi di vita per la fede, e soprattutto il trovarli e il riconoscerli; un invito in cui è facilmente rinvenibile l’opzione spesso propugnata delle minoranze creative, capaci di costituire il sale della terra specialmente all’interno di una società come quella occidentale smaniosa di rinnegare le proprie fondamenta morali e religiose. È questa la soluzione che lo sguardo lucido e lungimirante di Joseph Ratzinger, oggi 92enne, continua a prospettare amorevolmente al “suo” Occidente per evitargli un tramonto che – altrimenti – appare davvero inevitabile.