La tragedia è lo scontro fra due antagonisti che hanno entrambi ragione, il conflitto di ciò che è giusto con ciò che è giusto. Non è generica sofferenza: è, invece, la lacerazione di una scelta impossibile. Scrive Hegel:

Il tragico originario consiste nel fatto che entro tale collisione entrambi i lati dell’opposizione, di per sé presi, hanno la loro legittimità, mentre, d’altra parte, sono in grado di realizzare il vero contenuto positivo del loro fine e del loro carattere solo come negazione e violazione dell’altra potenza, ugualmente legittima, e cadono quindi in colpa proprio nella loro eticità a causa di essa. (Friedrich Hegel, Estetica)

In questo senso, le vicende delle ONG a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane, quelle riguardanti Sea Watch e Mediterranea, e ancor più la loro relazione col fenomeno migratorio, sono una tragedia. O meglio, lo sarebbero, se il nostro tempo non avesse perso il senso del tragico. Al suo posto, il nostro tempo tende alle scelte di campo nette che sono proprio il contrario della tragedia. Praticamente tutti i commentatori pubblici della vicenda sembrano convinti che ci sia una parte giusta, confortevole da cui stare. Salvini, ovviamente, forte di un consenso popolare in ascesa, ma anche Roberto Saviano, che si è profuso in una imbarazzante analisi freudiana degli insulti rivolti a Carola Rackete. E poi Diego Fusaro, Laura Boldrini, Gino Strada, un Marco Minniti in vena di vanterie e persino Fratoianni in versione Huckleberry Finn, mozzo sulla zattera multiculturale proprio mentre si rischiava l’incidente nautico nel porto di Lampedusa.


Il dibattito, però, non è soltanto banale: è anche autoreferenziale. Comunque sia, le fila del discorso le tengono oratori bianchi, privilegiati, occidentali. Che poi sono i termini in cui la stessa Rackete definisce se stessa, intervistata da Repubblica. Allora, dove sono i migranti? Perché questa storia non è nostra: è la loro storia, e non solo la loro. È la storia delle famiglie che si sono lasciati alle spalle, la storia di un continente che non riesce più ad essere patria per i propri abitanti. Eppure i migranti occupano un ruolo marginale nelle nostre letture: povera gente quando va bene, merci morali asservite a uno dei molti bisogni della società dei consumi, quello di sentirsi buoni ogni tanto; invasori quando va male, dal cui assalto bisogna difendere la normalità e lo stipendio, / quasi con rabbia di chi si vendichi / o sia stretto da un assurdo assedio, avrebbe detto Pasolini. E, a volte, attori di una rivolta che non è nemmeno rivolta, è solo cieca frustrazione, com’è avvenuto nel Cpr di Ponte Galeria.

Anche questo articolo è scritto da un bianco, privilegiato, occidentale, senza la falsa pretesa progressista che sia possibile prescindere dalla propria identità. Quanto meno, però, con una consapevolezza: che la verità non stia tanto nel mezzo, ma più a fondo. Sul fondo del Mediterraneo, certo, da dove troppi morti ci accusano, ma anche sul fondo delle parole. Quelle di Rackete, ad esempio, ormai famose:

La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare tre università, a 23 anni mi sono laureata. Sono bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto, ho sentito un obbligo morale di aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità.

C’è un sentimento nobile e innocente, qui. Ma c’è anche, se ascoltiamo bene, una eco colonialista: Carola parla, inconsapevolmente, di quel fardello dell’uomo bianco con cui la borghesia vittoriana giustificava l’universalizzazione della modernità, del pensiero e del modo di vita occidentali:

Raccogli il fardello dell’Uomo Bianco

Disperdi il fiore della tua progenie

Obbliga i tuoi figli all’esilio

Per assolvere le necessità dei tuoi prigionieri;

Per vegliare pesantemente bardati

Su gente inquieta e selvaggia

Popoli da poco sottomessi, riottosi,

Metà demoni e metà bambini.
(Rudyard Kipling, Il fardello dell’uomo bianco)

Il dovere morale a cui si riferisce non deriva da una riflessione etica, è il semplice contrappasso della sua condizione personale. Come se, in qualche modo, solo ai bianchi e ai ricchi spettassero sia la moralità che il biasimo. Gli altri? Sempre assenti dal romanzo di questa sinistra, tenuti in condizione di minorità, disperati per natura da cui non ci si aspetta nulla, a parte le molte forme della disperazione. Compare, infine, una parola che non è affatto innocente: opportunità. È una delle parole chiave del capitalismo, quasi una formula magica. L’idea di giustizia borghese è appunto quella equality of opportunity contrapposta alla equality of outcome del socialismo: ne parla Milton Friedman, il gran sacerdote del liberismo, nel suo Liberi di scegliere. Ovviamente, Carola non stava pensando a Friedman: ma la parola rimane, e riflette una forma mentis. L’Occidente liberista è la terra delle opportunità, l’Africa è un deserto da cui si deve fuggire: dunque, dobbiamo traghettare gli africani da noi, perché vivano come noi, pensino come noi, perché abbiano le nostre stesse opportunità.


E poi, gli altri aggettivi con cui la capitana Rackete, che nel frattempo ha querelato Salvini, si descrive: ambientalista, atea, cittadina europea. Verrebbe da chiederle quali sono, da ambientalista, le sue ricette riguardo allo sviluppo sostenibile nei paesi africani. O come si concilia il suo candido europeismo con il sostegno elettorale a Yanis Varoufakis, un signore cui l’Europa ha sbattuto tutte le porte in faccia, e che un paio d’anni fa dichiarava:

L’unico modo per salvare un’economia sociale diversificata in crisi è democratizzarla, ma sfortunatamente l’Unione Europea ha lasciato il popolo fuori dalla democrazia.

Ma abbiamo il sospetto che sarebbero domande vane. Carola Rackete, almeno per quanto riguarda la sua dimensione pubblica, è una figura elementare. A partire dai dreadlocks fino alle varie dichiarazioni, sembra disegnata da un fumettista come nemesi di Salvini: col leader leghista condivide la banalità del pensiero, l’attivismo arruffato quale unica risposta a questioni complesse. Lei è atea come va di moda esserlo, lui brandisce il Rosario come una beghina di paese. Per lei il problema dell’immigrazione consiste nel salvare i migranti dal mare, per lui consiste nel non farli sbarcare in Italia. Sono perfettamente speculari, e dunque non sorprende che siano diventati l’una l’icona dei “buonisti”, l’altro quella dei “cattivisti”. Diversi commentatori, fra cui Roberto Vecchioni, hanno accostato Rackete ad Antigone. È un paragone ridicolo. La tragedia non sta certo nel conflitto fra la legge degli dèi, che poi è quella interiore, e il diritto positivo di Creonte-Salvini. Sarebbe un conflitto ben misero due millenni e mezzo dopo Sofocle, adesso che Ugo Grozio ha impacchettato per noi il concetto di diritto naturale, e con un Novecento segnato da grandi storie di disobbedienza civile. Ad essere tragico è, invece, un gesto così semplicemente buono, quello di salvare vite umane, che si infrange di fronte all’intrico del fenomeno migratorio. Carola Rackete salva i migranti dall’annegamento, ma è la figlia docile dell’entità che, più del vento e delle onde, li trascina verso il fondo: il liberismo. Questa è la scelta impossibile, il dilemma esistenziale.

E non soltanto per l’impatto che il colonialismo e il neocolonialismo hanno avuto sulla condizione dell’Africa, non solo perché la Libia è uno stato fallito per colpa dell’Europa: c’è anche una dimensione culturale. Le parole di Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch, nel suo dibattito di qualche mese fa con Diego Fusaro, sono emblematiche: esplicitamente, Linardi chiede di spostare l’ottica dal problema sistemico dell’immigrazione alle vicende, dolorose, dei singoli migranti. È comprensibile, giusto per certi versi: la gente sta morendo, l’emergenza esiste. Ma le immagini dei naufraghi, il pietismo insistito, il bambino che annega: anche qui, si dipingono i migranti come damsel-in-distress, creature che esistono unicamente per essere salvate, praticamente boe umane, lì a galleggiare in attesa che arrivino i nobili cavalieri da Occidente. Una narrativa dominante per mancanza di alternative, o perché le alternative hanno fatto il giro completo, e stanno raccontando caricature di segno opposto, quelle degli extracomunitari con lo smartphone che si intascherebbero trentacinque euro al giorno.

Le ONG, e per esteso l’Occidente, si occupano degli africani solo in funzione della loro mortalità, li relegano a una condizione medicalizzata, di fragilità perenne. Carola Rackete non è Antigone, ma i migranti sono Eteocle e Polinice. Sono corpi. Che li si lasci insepolti o meno, non si può restituire loro la vita. Perché una vita non è solo la biologia del momento, il fenomeno della sopravvivenza. Una vita è anche passato, una Heimat, una storia di relazioni, un’appartenenza geografica e sociale; una vita è anche futuro: e, nel caso dei migranti, questo futuro sarà segnato dall’alienazione, dallo sfruttamento, a volte dal crimine. Tutte cose di cui sono piene le cronache degli ultimi anni. Solo attraverso l’occhio disumano del capitalismo l’esistenza umana si può ridurre al meccanismo di respirare, produrre, consumare. Le ONG, più che salvare la vita ai migranti, impediscono la loro morte. Quello che rimane è una nuda vita, secondo la categoria di Giorgio Agamben:

La nuda vita, cioè la vita uccidibile e insacrificabile dell’”homo sacer” […] in cui la vita umana è inclusa nell’ordinamento unicamente nella forma della sua esclusione (cioè della sua assoluta uccidibilità). (Giorgio Agamben, Homo sacer) 

Siamo sicuri che riflessioni del genere appariranno, a qualcuno, accademiche, persino offensive mentre persone muoiono ancora in mare. Non cadiamo, però, nell’errore rappresentato da un recente articolo di Linkiesta, una delle tante agiografie di Rackete, che colpisce per un’orgogliosa proclamazione antipolitica:

A tanti Carola Rackete non piace perché somiglia a qualcosa in cui vale la pena di sperare, e che non somiglia a nessuna delle ideologie novecentesche, a nessuna delle tradizioni alle quali i cortigiani, gli intellettuali e il popolino di regime ci hanno abituati. Somiglia a un essere umano.

È seducente la possibilità di rifugiarci nell’umanitarismo più spicciolo e lavarci così la coscienza: ma non possiamo, perché anche le idee salvano vite. E l’idea di fondo, qui, è che nessun migrante è davvero salvo finché non si abbatte il sistema che l’ha costretto ad essere un migrante. Carola non fa questo, e non lo fanno le ONG:

Quando do da mangiare a un povero tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno da mangiare tutti mi chiamano comunista.

Un celebre paradosso, quello di monsignor Hélder Câmara, su cui dovrebbe meditare a lungo la comandante Rackete. Il privilegio e le disuguaglianze di cui parla non sono fatti della vita, sono conseguenze di un assetto geopolitico, di rapporti di produzione, di ideologie. Di un sistema che conosciamo, che governa le nostre vite e del quale siamo tutti, in qualche modo, complici.

Carola Rackete, anche mentre salva la gente, è organica a questo sistema. Perché lo giustifica. George Soros, lo speculatore-benefattore spesso evocato a proposito e a sproposito, il cui patrimonio finanzia iniziative di matrice liberal in tutto il mondo, non sarà l’eminenza grigia di qualche nuovo ordine, ma incarna perfettamente quel capitalismo filantropico all’interno del quale si muovono anche le ONG. È l’idea che l’errore universale possa essere corretto da interventi di benevolenza individuali, che le vittime del libero mercato debbano essere salvate post hoc perché prima non c’è alternativa, secondo il mantra di Margaret Thatcher

Laura Boldrini punta il dito contro il sadismo di Salvini. Una lettura vacua, che nemmeno sfiora la questione rilevante. Giudicare moralmente Salvini è inutile. Il linguaggio brutale del Ministro dell’Interno riflette, a ben vedere, solo l’ottusità legalistica di tanti “poliziotti” archetipici, dall’ispettore Javert al giudice Dredd. Non si tratta di un male assoluto: tutt’al più di quel male inessenziale di cui ci parla Hannah Arendt, diffuso sulla superficie delle cose, come un fungo, incapace di profondità: la controparte, oggi, è il bene superficiale di Rackete, il bene senza radici, che non cambia e non cambierà mai nulla.

Se il male superficiale genera mostri, altrettanto pericoloso può rivelarsi il bene superficiale, perché proprio attraverso di esso si addolcisce e si perpetua il male. Anche un migliaio di Oskar Schindler, pur coi loro meriti individuali, non avrebbero sconfitto il nazismo: perché, operando dall’interno, non si poteva far altro che limitare i danni. Allo stesso modo, non è moltiplicando le Carola Rackete che si risolve la catastrofe dell’immigrazione.

Liberiamo il campo da un fraintendimento: i migranti in mare vanno salvati. Si impone, qui, un imperativo categorico kantiano: fiat iustitia et pereat mundus. Delle ONG si può e si deve sospettare, ma è inaccettabile e va rigettata con forza tutta una categoria di accuse: quelle che si rivolgono contro il valore della solidarietà – o, per usare una parola antica, della carità. Allo stesso modo, però, dobbiamo avere il coraggio di dire che i salvataggi sono troppo poco, quasi nulla. E dobbiamo farlo partendo da una consapevolezza comune: che l’immigrazione di massa dall’Africa sia, appunto, una catastrofe. Non un fenomeno con cui scendere a patti.

L’immigrazione impoverisce l’Africa e intacca il tessuto sociale dell’Europa, sradica gli africani e proletarizza gli europei. Non è un bene per nessuno: così come il cambiamento climatico, col quale si intreccia, l’immigrazione è il sintomo di una gravissima malattia del sistema-mondo, e non può essere curata rimanendo all’interno delle stesse logiche che l’hanno provocata. Occorre denunciare tanto le idiozie del multiculturalismo, che non è mai multiculturalismo, ma piuttosto omologazione, distruzione delle particolarità, quanto la gelida narrativa produttivista, sostenuta dagli alfieri del neoliberismo, secondo cui gli esseri umani devono andare nel posto in cui contribuiscono di più al PIL, come qualsiasi altra macchina industriale. Solo dopo aver riconosciuto questa base ideale comune potremo davvero mettere al centro del discorso gli africani, non come migranti, ma come persone. Si potrà pensare allora a quel “Piano Marshall per l’Africa”, diventato ormai un luogo comune.

L’unico aiuto di cui l’Africa ha bisogno, dice il presidente Thomas Sankara, è quello che le permetterà di fare a meno degli aiuti. Perché sia davvero possibile, però, dobbiamo infrangere la gabbia ideologica della crescita a tutti i costi, che comprometterebbe il già fragile equilibrio ecologico del pianeta. Da cinquant’anni ci ripetono che lo sviluppo e il mercato risolveranno i problemi dell’Africa: una mitologia messianica smascherata giorno per giorno da chi muore nel Mediterraneo, e da chi resta a morire in Nigeria, Somalia, Sudan. È ora di ammettere che il modello di vita occidentale non è sostenibile e non lo sarà mai, né in Africa né in Occidente. Che l’unica soluzione è incontrarci a metà strada, seguendo la via della decrescita controllata e della distribuzione equa della ricchezza, pur con tutte le criticità, gli enormi cambiamenti che una rivoluzione di questa portata impone.

La prospettiva rimane, allo stato attuale delle cose, utopica: l’Africa è ancora terra di conquista per le multinazionali e i governi occidentali, e l’Europa oscilla come sempre fra il favoreggiamento di questi crimini e, per quanto riguarda le recenti vicende dell’immigrazione in Italia, un’esistenza da ectoplasma, buono solo per spaventare i viventi scuotendo le catene dell’austerità. L’incapacità di riformare il regolamento di Dublino e la cronica litigiosità interna mettono per l’ennesima volta in dubbio il senso di questo inamovibile carrozzone burocratico. Ma le idee non possono arrendersi al presente, per quanto infelice sia. Una soluzione al problema dell’immigrazione possiamo immaginarla già da oggi, e non deve essere un pianeta senza confini dove ciascuno è libero di fare lo schiavo dove preferisce, un rat race su scala globale che metta chiunque in competizione con chiunque. Piuttosto, dobbiamo immaginare un mondo in cui un essere umano possa vivere dignitosamente nel luogo in cui è nato, parlare la propria lingua, riconoscere il paesaggio, far parte di una storia. Utopia per utopia, scegliamo la migliore.