In uno dei più incredibili album dei Flaming Lips, Yoshimi Battles the Pink Robots (2002), si racconta la storia di Yoshimi. Nella realtà Yoshimi è la vocalist del gruppo giapponese Boredoms, presa a prestito da Wayne Coyne per fini narrativi, mentre nel poemetto psichedelico del disco è una lottatrice, cintura nera in karate, che ha dovuto disciplinare il suo corpo con lo scopo di difendere l’umanità da alcune macchine malvagie, fameliche e distruttrici, robot rosa programmati per eliminarci. Sarebbe tragico il destino dell’uomo se Yoshimi non dovesse sconfiggerli, perciò lei si allena, fa il carico di vitamine e combatte eroicamente. Coyne la chiama, la invoca terrorizzato, implorandola di intervenire prima che i robot lo divorino e lo digeriscano nei loro circuiti elettrici, sottolineando a più riprese il fatto che la scomoda verità che conosce – la natura malefica delle macchine rosa – è ignorata dal resto del mondo (Yoshimi, they don’t believe me / But you won’t let those robots eat me).

The Flaming Lips –Yoshimi Battles The Pink Robots Pt 1

Quello che compie Wayne Coyne è un itinerario elettroacustico prima di tutto in una tradizione, quella giapponese (qui mescolata con la sua), che con i robot ce l’ha da tempo. Non serve ricordare l’infanzia di quei fortunati adolescenti che si bruciavano le retine davanti ai mecha di Yoshiyuki Tomino e Gō Nagai negli anni Ottanta (Gundam e Goldrake, per intenderci) o di chi, più tardi, si sognava gli angeli di Evangelion anche dopo che fossero spariti dai tubi catodici, per non parlare degli androidi umanoidi di Ghost in the Shell. Fa parte della storia più massiccia della cultura manga e anime fin dagli esordi, ma della cultura giapponese in genere. La macchina, il robot, l’androide umanoide, l’automa, la presenza massiccia di un’avanzata tecnologia spesso prevaricante. Persino nel manga hentai, quello pornografico diremmo noi, ma che in giapponese ha proprio la sfumatura della perversione, le macchine sono spesso protagoniste: abusano di ragazzine innocenti, utilizzano le loro intricate tubature metalliche come oggetti sessuali.

La cosa, spesso, diventa anche indigesta, se si pensa al finale di quel capolavoro che è Akira di Katsuhiro Ōtomo, dove Tetsuo, impazzito, dopo aver approfittato dei suoi poteri per vendicarsi su una Tokyo già fin troppo vessata, si ingigantisce fino ad esplodere all’interno di uno stadio olimpico, in uno scenario fatto di schermi di computer, lastre, tubi criogenici sotterranei, bracci metallici e sangue. Il Giappone, tra i primi paesi più tecnologicamente avanzati e industrializzati al mondo, sembra avere davvero un’ossessione per la macchina, soprattutto se è inserita in fondali post-apocalittici che assillano con il ritmo di uno shock post-traumatico (le ombre di Hiroshima?), molti dei lavori d’animazione che hanno riguardato gli ultimi cinquant’anni.

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L’Occidente non è da meno e non ripercorreremo (lo hanno fatto troppo bene altrove) la storia che ha condotto a questo esplosivo immaginario contemporaneo fatto di robot e macchine. Julien Offray de La Mettrie, filosofo materialista degli anni dei Lumi, scrive nel 1747 il suo celebre Homme Machine, dove prolungando le condutture del meccanicismo cartesiano elimina l’anima dall’orizzonte della speculazione, ultima baia che avrebbe salvato, almeno nella distinzione, l’uomo dall’animale. Il secolo della nascita del concetto di automa, delle sperimentazioni ingegneristiche e filosofiche sulle prime macchine robotiche (l’anatra digeritrice di Jacques de Vaucanson, il “Turco” di von Kempelen, le ossessioni del re di Prussia Federico II per gli automi…) è quel Settecento in cui si comincia a notare, a seguito di modificazioni di costumi e, soprattutto, di idee, una differenziazione tra quello che è l’individuo cosciente, il soggetto umano pensante, fatto di carne e bile, e la macchina, l’automa che ci intrattiene giocando a scacchi con noi o esibendosi in un piccolo teatro privato.

C’è insomma la tendenza tutta umana a riprodursi in una forma disumana, quasi-umana, che la emuli o sostituisca alcune delle sue attività, magari scomode. Fino alle macchine novecentesche (quelle deleuziane, ad esempio) non ci si è fermati più. Oggi, al vertice dell’ingegneristica robotica e al culmine di questo immaginario, potremmo davvero vivere un momento di transizione in cui questi immaginari, per quanto così proiettati fascinosamente nel passato possano sembrarci o così inquietantemente fusi con terribili futuri distopici, si stanno realizzando.

Il “Turco” di von Kempelen

Il “Turco” di von Kempelen

Anche se certi elementi dell’ingegneria robotica applicata nei settori più vari, del machine learning (che attrae gli studi di moltissimi ricercatori), dell’informatica, dell’antropologia che studia queste discipline, della stessa filosofia (vedi gli ormai frequenti studi di filosofia della mente), ci suonano agghiaccianti, continuiamo a percorrere con velocità sempre più accelerata quella tangente che ha permesso uno sviluppo della tecnica a dir poco vertiginoso. Continuiamo, senza interrogarci troppo, a riempire le case di robot factotum, a comunicare con i nostri tablet, a farci guidare in gesti quotidiani da voci elettroniche, ad affidare la guida di aeroplani a mani non umane, a farci suggerire consigli medico-chirurgici dalle macchine, perché siamo sicuri che, nonostante tutto, l’uomo abbia ancora il controllo sulla situazione.

Lungi da noi dire il contrario, d’altra parte: le macchine non si ribellano e non si ribelleranno, gli androidi non sognano pecore elettriche e Google non comprende nulla di quello che le dico meglio di come lo comprenda il mio cane. Ma se siamo tanto suggestionati dal Ciclo dei Robot di Asimov, dagli stessi anime giapponesi, da autori un po’ meno conosciuti come Harlan Ellison, da certi film di Terry Gilliam e soprattutto dal massimo autore (e filosofo) in questione che è Philip K. Dick (basta citare Ubik o La penultima verità), un motivo c’è. Prova a mettere una gomma in bocca e a non masticarla. Ci terrorizza, ma ci piace. Ci fa paura, ma continuiamo nel nostro percorso di tecnologizzazione e virtualizzazione del mondo. Perché non ci fermiamo a pensarci su? Prima facciamolo, poi pensiamo a cosa abbiamo fatto. Troppa la comodità, troppa la curiosità, fin troppa.

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Il filosofo italiano Giacomo Marramao ha spesso incontrato alcuni di questi temi in quello che è il suo discorso filosofico sul concetto di globalizzazione. Non è alla fine tutta una questione globale? Se per globalizzazione si intende, almeno, quella iniziata non come effetto-terremoto della postmodernità, il lupo mangiafrutta delle categorie contemporanee che qualsiasi cosa tocchi la rende postmoderna, ma con Colombo ed Elisabetta I, quando il mondo è davvero diventato globo, la sfera, niente di più, la sfera che con così tanta perspicacia Peter Sloterdijk ha analizzato nella sua trilogia che porta questo nome. La globalizzazione non è questione postmoderna, e nemmeno è questione moderna, è questione premoderna. È anzi, come (letteralmente) globalizzazione del mondo e annientamento di ogni confini, il presupposto della stessa modernità, il preludio, certo, di una ipermodernità (la nostra) e non di una postmodernità.

Smettendola con le etichettature intellettualistiche, è l’inizio di ogni esperienza, se la prendiamo col suo etimo, quello appunto di “passare i confini”, è l’inizio di ogni rischio derivato dall’impossibilità di scovare un nuovo cantuccio di Terra che non sia già stato segnato su una mappa geografica. Ogni discorso è inevitabilmente, da allora, discorso globale, discorso che vale per il globo. Ora, cosa centra tutto questo con la tecnica? Già Jünger definiva quest’età globale come segnata da una tecnica globale. Preannunciava l’arrivo di una “nuova era dei Titani” in cui un’accelerazione illimitata della tecnica, seguendo il mito dell’esattezza e della funzionalità, avrebbe relegato l’umano (il pensiero umano o il gesto umano) tanto da annientarlo, proprio in quanto poco funzionale, inutile. Non che questi Titani siano rosa, abbiano le antenne o siano androidi ribelli, tuttavia vi sarà, dice Jünger, un tramonto dell’umano a causa della tecnica. Per di più, dove? In quel non-luogo, arricchendo il tutto con le parole di Ulrich Beck, che è diventata la Terra, in una tangente che tende a de-localizzare, deterritorializzare, a eliminare sempre di più ciò che è locale in funzione di ciò che è globale, anche qui causa la tecnica (vedi i multimedia, la rete come luogo delocalizzato).

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Abbiamo sentito spesso lo stesso Massimo Cacciari osservare con una certa positività il fenomeno che già Jacques Derrida denominava “fine del lavoro”: le macchine ci sostituiscono, ci evitano lavori faticosi e scomodi e non c’è più bisogno di dipingere con malinconica ironia dei tempi moderni alla Chaplin, perché i tempi ipermoderni sono tutto il contrario di quelli in cui il volto dell’operaio, alienato produttore di merci, è sporco di fuliggine e olio per motori. Aggiungo, non è forse persino l’idea di merce in crisi, dal momento in cui è il diabolico trittico capitalistico della produzione (si investe denaro per costruire una casa e si guadagna denaro vendendo la casa) è stato sostituito da quello finanzcapitalistico (investiamo denaro per guadagnare denaro, saltando la merce)?

L’ottica è quella della fine del lavoro, terza vera rivoluzione industriale dopo quelle del carbone e dell’elettricità. Non è un caso che tutti questi discorsi (quelli di Philip Dick compresi) vengano fuori da Nieztsche (ultimo dei moderni, dice qualcuno), per cui l’affievolirsi della differenza tra naturale e artificiale si misura davvero nell’ottica di una trasvalutazione di tutti i valori. Epoca del rischio, epoca dell’esperienza. Macchine che gestiscono i flussi monetari che, da immagine su uno schermo led quali sono, realizzano il globo, tanto che il mercato interbancario che vediamo muoversi nelle impazzite cifre delle borse sembra davvero respirare coi propri polmoni.

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Le reti sociali, autentico esempio dell’annullamento di ciò che è locale, che con l’ausilio di quei grandi attori sociali che sono gli algoritmi, gestiscono la direzione di costumi, idee, tendenze, mercati, mire, aspirazioni, percezioni. Chiese elettroniche dove ci si può convertire o confessare gratuitamente su Skype, sotterranei anonimi del web dove ci si tramuta in fondamentalisti, si acquistano armi, eroina, ci si prostituisce. Robot che combattono le guerre dell’uomo, robot-bancari, robot sessuali… E quale differenza infine divide davvero l’Occidente dall’Oriente se non che l’Occidente, luogo della differenza e delle antitesi, ha trasfigurato la sua supremazia tecnica anche in supremazia etica?

L’Occidente della tecnica, quello in grado di sperimentare il grande cortocircuito della “nostalgia del presente”, dove al posto di un mondo rovinato dalla globalizzazione, si vuole piazzarne un altro, più armonico, che in realtà non ha mai avuto luogo. Non il “quando c’era lui…”  dove a lui si può facilmente sostituire il nazi-fasciocomunista di turno, ma quello in cui il “lui” è un pronome che non sta al posto di nulla. La tecnica, allora, lungi da semplificare la vita, la complica, la differenzia, proprio perché l’idea che vi sia una tecnica infinitamente espandibile e razionalmente governabile, valida per tutti – non importa se si è tibetani o giapponesi o inglesi – crea le differenze, le fa emergere, chiude in una sfera di vetro tanto il tibetano, quanto il giapponese, quanto l’inglese.

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Se c’è una cosa che la macchina dovrebbe mettere in luce è che il processo di differenziazione e di relativo conflitto nasce proprio dal momento in cui qualcuno rivendica una superiorità tecnica o un controllo razionale su ciò che identifica come suo prodotto. Funziona davvero allora, in questo senso, quell’immaginario che ci danno certa letteratura e certo cinema. Non dobbiamo temere che il robot della nostra cucina venga a soffocarci di notte o che il nostro tablet cominci a parlare come Hal di Kubrick. Nessuno sottovaluta questi aspetti. Lungi da noi vietarci l’importanza antropologica, psicologica, sociologica (e chi più ne ha ne metta) della suggestione che ci dà l’idea che un giorno le macchine ci sostituiranno o, addirittura, annienteranno: queste non sono solo chiacchiere letterarie. Sono però meriti di altri discorsi e altre discipline, fatti che devono farci interrogare più che mai nella storia sul senso di essere umani, su che cosa sia o non sia la nostra coscienza (lo spirito nel guscio di Masamune Shirow), su che cosa ci distingua davvero dagli animali e delle pietre, su che statuto ontologico si debba assegnare a nuove entità quali la rete, invocando neuroscienze, biologia, filosofia, religione…

La soluzione attuale però non è un grande luddismo ipermoderno. Se alcuni capolavori della tecnica dovrebbero essere allontanati dai nostri volti e dalla nostra vita, non è ancora perché rischiamo di essere inceneriti dal raggio laser di un automa, ma perché in altro modo le macchine ci condannano. Un rigetto totale degli esiti della tecnica rischierebbe di eliminare anche conquiste dell’ingegneria biomedica che hanno permesso a uomini e donne senza braccia e gambe di scrivere e passeggiare, che riescono a trapiantare cuori e (chissà) materia cerebrale.

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Bisognerebbe frequentare da vicino i grandi pensieri che davvero si sono interrogati sul senso di cosa è o non è macchina, rileggere (o leggere per la prima volta) Cartesio e Leibniz, leggere Foucault, Derrida e Deleuze, e prendere certe violenze che accadono nelle parole di Philip Dick come simbolo di un’autenticissima realtà, che non si esprime con replicanti e governi dispotici di androidi, ma con alienazioni, incomprensioni, equivoci, incoscienze che rischiano di gettarci in una abisso a cui non siamo antropologicamente preparati. Questi sono i robot rosa che abbiamo tirato su. Molti non ci credono, ma invocheranno la loro Yoshimi.

Oh Yoshimi! They don’t believe me! But you won’t let those robots defeat me.