Domande. Non faccio altro che pormi domande. Certo, dirà il raffinato cultore di scienze umane, le domande sensate e intelligenti sono il fulcro di ogni risposta intelligente. E quante volte abbiamo letto: La filosofia è la capacità di porre domande, prima ancora di fornire risposte. Naturalmente contestare tale affermazione verrebbe difficile anche allo scettico, ma ultimamente ogni definizione di principio mi sta stretta come una camicia di forza. Le domande mi si presentano da sole, in carne ed ossa. Ed è come se mi dicessero: Fregatene delle risposte, la vera risposta siamo noi. Potrei procedere eristicamente (eristica = abilità di sostenere e confutare contemporaneamente tesi tra esse contraddittorie al fine di prevalere sull’interlocutore in una discussione) come era aduso fare il mio conterraneo Gorgia, ma potrei anche – di fronte a più tesi – non sostenerne nessuna, lasciando il campo aperto a ogni possibile (o impossibile) prospettiva, definizione, convincimento. Non credo tuttavia di riuscirvi.

L’Italia –  qualora non ve ne foste resi conto –  ormai da anni non se la passa molto bene, in ogni settore della vita: economica, sociale, di valori eccetera, ma il primo aspetto, quello economico, regge il timone di un futuro sempre più da maledire. Il premier Conte ha detto qualche settimana fa che siamo in recessione. E pensare che non me ne ero neanche accorto. Eppure sfogliate un giornale, qualsiasi, visitate un social, qualsiasi, guardate una trasmissione, qualsiasi, il problema degli italiani e dei loro politici è quello dell’immigrazione; essere pro o contro Salvini; pro o contro le Ong; pro o contro il governo. Vecchio refrain quest’ultimo – piove governo ladro – che oggi non si fonda più sulle ipotetiche ruberie dei governanti e della classe politica, bensì sull’orientamento pro o contro l’immigrazione, vero motore immobile (quantunque mobile, dannatamente mobile) nel muovere giudizi: poi, a cascata, diritti delle donne, delle minoranze, difesa del clima per un futuro migliore (che è un diritto giovanile, noi attempati possiamo anche morire, libereremmo una pensione), diritto degli ultimi, lotta per la sopravvivenza degli oranghi (firma la petizione!), fronte civile per la felicità delle mucche da pascolo, varie ed eventuali da sventolare come diritto, piagnistei sociali verso questa o quell’altra condizione. Insomma, le posizioni sono già note, non sminuzzerò più le vostre tasche  con ripetizioni dei diversi punti di vista, anche se devo ammettere di essere in prima linea per la difesa delle libertà civili nel Minkistan: “Siamo tutti Minkistani!”.

Ma procediamo con esempi, con argomenti, per tentare di capire cosa si muova dentro il nostro scenario politico e sociale.

Maurizio Landini, appena eletto segretario nazionale della Cgil avrebbe fatto meglio a tralasciare il tema Salvini, almeno in quel momento. Egli è un lavoratore fra i lavoratori, una spina nel fianco già per il governo Renzi, uno bravo davvero nell’esercizio del populismo di sinistra. Giusto quindi sentirlo parlare di Europa e revisione dei trattati, di economia e lavoro. Ma a partire dal linguaggio aspro, indirizzato verso quella stessa sinistra “nata nelle piazze e morta nei salotti” (citazione di Travaglio), passando per le lotte dei suoi iscritti, quegli operai che una volta facevano numero e che oggi fatichi a immaginarli a picchettare una fabbrica (dal momento in cui la fabbrica così come era immaginata negli anni Settanta è solo un ricordo storico), egli ha più di un punto in comune col ministro leghista. Non sarò certo io a sciorinarvi gli elementi di assonanza fra i due, fermatevi un attimo e pensate. Come già detto nelle prime righe eviterò – per quanto possibile – di esprimere sostegno a una tesi, lasciando il campo alle diverse opinioni.

La “Sacra Trimurti” sindacale (le solite tre sigle che ormai sono sempre più simili a sigle di dopolavoro aziendale) si è distinta in questi anni per il proprio silenzio. Non uso l’aggettivo “accondiscendente” per non prendere una posizione, così come ho già anticipato. Però si deve registrare che fu inequivocabilmente pavida quando venne abolito l’articolo 18, farfugliante quando l’”Ingegno fiorentino” ci impiattò quella sacca di ipocrisia occupazionale che nei fatti, con l’alternanza scuola-lavoro, avrebbe creato sfruttamento giovanile, precariato e tanta fuffa sulla quale costruire uno storytelling anodino, oltre che bugiardo. Ricordo che per illustrare questo storytelling di innovazione, cultura (già, cultura, affidata alla Fedeli e a Faraone) e “sol dell’avvenir” venne reclutato anche un mostro sacro dello storytelling, l’inventore nostrano dello stesso, quell’Alessandro Baricco co-fondatore della Scuola Holden, costosissima alcova di ambizioni e frustrazioni di scrittori destinati al fallimento.

Ma andiamo all’aringa rossa.

La red herring è più un inganno intenzionale ed è largamente usato in modo tattico, per deviare la discussione su altro.

Parliamo di una fallacia logica che è conosciuta primariamente come “ignoratio elenchi” (la vedremo) che però spesso viene associata alla “red herring”. Nei paesi anglosassoni, per verificare se un cane fosse idoneo alla caccia, pare cospargessero con odori di aringa rossa le tracce della preda da cacciare. Se il cane avesse trovato la traccia malgrado il “depistaggio” del puzzo d’aringa, sarebbe stato idoneo, diversamente no. L’ignoratio elenchi, o conclusione irrilevante, è una fallacia logica comunissima, che consiste nell’inserire elementi appunto irrilevanti nel contesto di ciò che si vorrebbe dimostrare. Quindi, procedendo da elementi irrilevanti o non pertinenti rispetto all’argomento da dimostrare, la conclusione non può che essere irrilevante. Molto usata nei tribunali, ma anche nelle nostre discussioni più animose. Esempio classico è quello del Pubblico ministero che in un processo sottolinea la nefandezza di quel tipo di reato ascritto all’imputato, senza peraltro aver dimostrato la colpevolezza dello stesso. Ha solo dimostrato che l’omicidio, o lo stupro, o la pedofilia sono reati ignominiosi, colpe orribili verso le quali la giustizia non può mostrare clemenza eccetera. Tuttavia senza dimostrare che l’imputato X si sia macchiato di uno di quei reati. Una conclusione irrilevante ai fini processuali, però di quelle che lasciano il segno dal punto di vista emotivo. Rifletteteci, immaginate per un attimo lo svolgimento di questo processo immaginario e capirete la malìa dell’ignoratio elenchi, la sua suggestione, la sua plausibilità psicologica quantunque irrilevante nelle conclusioni.

Ora, come si direbbe dalle mie parti, “vengo e mi spiego”. Il problema più cornuto che ci troviamo ad affrontare sembrerebbe quello dell’antifascismo: “E a culo tutto il resto” cantava Guccini ai miei tempi. Vivendo fra la gente, come sono abituato a fare (non ho un attico né un Rolex, quindi mi accontento di bar, circoli ricreativi e muretti dove gli anziani giocano a briscola), mi accorgo delle tante emergenze che stanno devastando il tessuto sociale del nostro paese.

La disoccupazione ormai è un problema mitologico, la politica (tutta!) non ne parla più, salvo che per occupazione non si intenda il cavallo di Troia – per restare in tema mitologico – del reddito di cittadinanza, utopia sociale che farebbe impallidire qualsivoglia scenario utopico fin qui raccontato. Ma ve l’immaginate? Dovranno pure assumere a tempo determinato dei precari che poi torneranno a essere disoccupati – i cosiddetti navigator – per trovare un lavoro ad altri disoccupati. Genio italico, alternativa imbarazzante, capacità assoluta di essere incapaci. Forse sto usando l’ignoratio elenchi, sorvoliamo. Ma ignoratio elenchi o no, un mio amico mi chiama disperato:

Mio figlio minaccia soluzioni estreme [sto usando un eufemismo] perché non trova un lavoro.

Ed io, incapace di consigliare alcunché, impotente di fronte a un dramma generazionale autentico. Poco tempo fa un altro amico, dopo aver saputo che Comune di Palermo e Regione Siciliana avrebbero stabilizzato degli ex detenuti in lavori di pubblica (in)utilità, ebbe a dirmi in dialetto siciliano che qui traduco, anche se si perde molto della forza espressiva (nei fatti un’invettiva) della frase:

Zarcone, Zarcone [in dialetto, “Zarcù, Zarcù”], ma per fare lavorare mio figlio lo devo fare prima arrestare?

Perché la gente comune, quella che costituisce buona parte dell’ossatura di una società, non capisce perché mai si dovrebbero reinserire coloro che si sono macchiati di reati, più o meno gravi, prima di coloro che hanno rigato dritto, di quelli che magari si sono presi un pezzo di carta, sui banchi, invece di cercare soldi facili. Il reinserimento di Caino è un atto dovuto di uno Stato democratico, suppongo però, ragionevolmente e senza prendere una posizione, che non si possa e debba lasciare Abele in balia della frustrazione, del rancore sociale, dell’indigenza e “simm ‘e Napule paisà”.

L’aringa rossa

Ma la lotta alla disoccupazione non è un problema, almeno per quella classe borghese salottiera che cita spesso Recalcati (nuovo guru di quel manto di cultura a poco prezzo che manda in brodo di giuggiole i lettori di Repubblica) e si appella a Saviano, alla Murgia, a quella conventicola che non ha mai patito la miseria, quella vera. Ed è proprio un comunista autentico, Marco Rizzo, da me in passato disprezzato per aver detto il 4 giugno 2004 nel corso della trasmissione su Rete 4, “La zona rossa”, che “i partigiani hanno fatto bene a uccidere Giovanni Gentile” (Vittorio Sgarbi se lo mangiò vivo), a sferrare i suoi colpi di maglio contro una sinistra ormai decaduta e i suoi santoni in vetrina come le puttane del quartiere a luci rosse di Amsterdam. Un esempio? Su Saviano:

Lasciamo perdere – mastica amaro Rizzo –  sta in un attico a New York a dire cose senza senso, banali, non mi piace assolutamente e non è di sinistra.

Oltre ad attaccare i radical chic da tastiera Rizzo spruzza il suo acido urticante contro quella sinistra che ha dimenticato il valore del lavoro, la difesa dello stesso, la teoria dei bisogni teorizzata da tale “Carletto” Marx, indulgendo in una discussione da boudoir contro un fascismo più immaginario che reale:

Qui ci sono tanti antifascisti da passerella. Il neofascismo si combatte stando nelle periferie e parlando di lavoro con la povera gente. Se si pensa di fare gli antifascisti cantando Bella Ciao al Salone del Libro e basta, si fa dell’antifascismo da passerella, alla Pd.

Che poi se ci fate caso gli antifascisti da passerella sono gli stessi, identici, che fanno antimafia da passerella. Aggiungi il neo segretario dem, Nicola Zingaretti, che appena eletto dice: “La nostra priorità sarà lo ius soli” e nel mese di maggio appena passato, invece: “Sì alla legge sull’eutanasia”. Ora, senza voler assumere una posizione – e mi viene difficile farlo – vallo a spiegare agli italiani che non arrivano neanche a metà mese che quelle saranno le future battaglie del Pd.

Sto forse usando l’ignoratio elenchi? Massì, “adbondantis  adbondandum” (Totò).

Ma per tornare al problema dei problemi della nostra Italia, è d’obbligo parlare di antifascismo, democrazia e diritto d’espressione. Al Salone del libro di Torino fanno fuori (questa è la definizione più corretta) un editore di destra perché ha un passato di destra, qualche scazzottata e manganellata con i rivali politici e un legame con Casa Pound. Dopo il sindaco di Torino (mi mangio le palle piuttosto che chiamarla sindaca) e il presidente della Regione Piemonte che presentano un esposto contro l’editore intervengono le eminenze grigie della sinistra culturale, con la Murgia e Raimo a fare le soubrettes dell’antifascismo barricadero. Eh già, Chiara Giannini, autrice di un libro su Matteo Salvini – il quale fascista non è, ministro della Repubblica invece sì – non può parlare, arrivano i guastatori sobillati da scrittori e scrittrici da mercatino dell’usato a cantare “Bella ciao” per impedire alla Giannini di mostrare il suo libro fra gli stand (visto che avevano ‘uccellato’ lo stand del suo editore), di dichiarare la sua non appartenenza politica:

Io non sono fascista, sono una giornalista libera e indipendente, non mi sono mai schierata politicamente.

Ricordo che in quei giorni pensai, a proposito di qualche Torquemada che pose i suoi ‘saggi’ veti sulla Giannini e il suo editore:

Se sei una cozza da non poter aspirare ad una partecipazione a Uomini e donne della De Filippi, se le cose che scrivi sono risibili, ti inventi l’antifascismo (o l’antimafia) pasdaran e ti guadagni le tue brave comparsate televisive e qualche recensione sui giornali.

D’altronde, anche se mi scoccia per inflazione delle sue citazioni in merito, non posso esimermi dal ricordare il Pasolini che ne cantava quattro (altro che ‘Bella ciao’), già dagli anni Settanta, ai “rabbiosi” antifascisti nostrani, ormai conformati come tutti gli altri (compresi i fascisti), chini sul fallo autoritario di Priapo, il Potere che si andava ridisegnando come omologazione culturale.

Ne ho sentite di tutti i colori. Motivazioni bolse, davvero retoriche e pretestuose, che alla fine riconducono a un solo assioma: i fascisti non hanno diritto di parola, di manifestare, scrivere, pubblicare, sostanzialmente vivere. Una riproposizione 2.0 (forse 3-4.0) del celebre adagio, “uccidere un fascista non è reato”. L’importante che si agisca nel nome della democrazia, anche se questa assume la veste del fascismo o del comunismo più beceri, autoritari e negatori della libertà di parola, di scrittura, di stampa finanche.

Il Bersaglio convergente della compagnia di giro è Matteo Salvini, ubicato in Casa Pound – scrive Marcello Veneziani –  il percorso è sempre lo stesso, ossessivo, monotono fino alla nausea e si avvale del medesimo repertorio retorico, ideologico, emozionale che passa per l’accoglienza, i rom e i migranti, l’antifascismo, l’antirazzismo, l’antisovranismo, l’antifamiglia, e l’intimidazione finale: altrimenti siamo fuori dall’Europa, ci fanno fallire.

Per tornare al Salone del Libro, al fascismo degli antifascisti e all’Index librorum prohibitorum riesumato dalla nuova Congregazione dell’Indice cui aderiscono – mi ripeto – scrittori un tot al chilo e intellettuali il più delle volte per autocertificazione, non posso che citare il commento onesto e sensato di Sebastiano Caputo:

Detesto isteria, indignazione, vittimismo, per questo mi annoia profondamente il dibattito tra fascismo e anti-fascismo, a meno che non si trovi nei libri di storia. Ma su quello che è accaduto al Salone del Libro di Torino vorrei esprimermi liberamente, per onestà intellettuale, senza prendere le parti di nessuno ma facendo una semplice constatazione. Un ragazzo condannato a un anno e quattro mesi, che si definisce fascista, decide di lasciare il bastone di quell’aggressione a Piazza Navona e fonda una casa editrice con una precisa linea editoriale (chi non ce l’ha del resto?) e invece di incoraggiare una svolta culturale e non violenta gli viene persino impedito di vendere libri alla fiera più importante d’Italia dagli stessi che poi si stupiscono e si indignano che esista lo squadrismo nel 2019 (nelle periferie e non), quasi a legittimare il fatto che le botte siano meno pericolose delle idee, quasi a lasciarci intendere che in fondo questo presunto ritorno del fascismo stradaiolo fa comodo al romanzo salottiero del nostro Paese.

Il “fascista” è oggi non solo chi si reca a Predappio a onorare il Duce (che in verità è un fenomeno folkloristico seguito da poche persone), ma anche il genitore che rimprovera i figli, il docente che alza il tono della voce per placare gli animi degli alunni più indisciplinati, l’uomo della strada che lamenta i troppi problemi dell’immigrazione clandestina (magari in passato votava per Berlinguer o era un iscritto alla Cisl di Bonanni), il poliziotto che in adesione agli ordini ricevuti mantiene l’ordine pubblico nel corso di una manifestazione, se capita non autorizzata; il prete dissidente rispetto alla politica pastorale del Papa e che rimpiange l’altro Papa, la coppia che lamenta di non avere una casa popolare per essere stata scavalcata in graduatoria da un nucleo rom, lo scrittore che non scrive quanto quelli della Congregazione dell’Indice vorrebbero egli scrivesse, chiunque pensi che il solidarismo astratto sia sempre ipocrisia, chi non legge i libri ‘consacrati’ dal tribunale dell’Indice, chi pensa che la famiglia tradizionale sia sacra, chi è contrario all’utero in affitto e/o all’adozione per le coppie omosessuali (conosco gente di sinistra, ormai nel novero dei “fascisti”, contraria all’adozione per le coppie gay), chiunque si senta italiano, coloro che vedono nella tradizione occidentale un modello culturale mai tramontato. Poi: tutti i lettori di Libero e del Giornale, tutti quelli che reputino di parte Repubblica e La7, quelli a cui stanno sul cazzo Fazio, l’Annunziata, Formigli, Saviano, Vauro e Lerner, chi votava per Cuffaro e gli ex Dc (qui, vi è l’aggravante della mafiosità).

Insomma un’Italia ‘fascista’, rozza, ignorante, da classe subalterna (come pontificato da Lerner), eccezion fatta per la sinistra salottiera, o ricca e imprenditoriale. Perché nel quadro dipinto dagli attuali rappresentanti della sinistra colta (per autocertificazione), sarebbero ‘fascisti’ anche mio nonno paterno, operaio che votava Pci e molti altri che hanno combattuto le lotte sindacali. Eh sì, loro non avrebbero mai accettato una sinistra lontana dalla classe operaia, invischiata con ricchi editori, ricchi faccendieri, ricchi proprietari di marchi di mercato; una sinistra da talk show, da canzonette canticchiate solo a telecamere accese (Santoro che canta “Bella ciao”, “Sciuscia”, 2002) e non a un presidio di operai licenziati o in procinto di esserlo. Tutto questo non sarebbe piaciuto (e non piace) a chi nella sinistra ha visto (e vede ancora) un’idea di riscatto sociale, di difesa del posto di lavoro, invece di quel grande Vaso di Pandora che contiene ambientalismo, animalismo fru fru, veganesimo, salutismo, femminismo, immigrazione, educazione gender e no vax, antimafia gridata, “ossessione per i diritti sociali ed esaltazione vittimistica delle minoranze”.

Se non canti ‘Bella ciao’ nel teatro d’avanspettacolo che è diventata la politica di sinistra, rischi di far parte di una lista di proscrizione stilata da qualche vestale col Rolex tirato a lucido. Rischi di finire come Mario Giordano, Paolo Del Debbio, Giuseppe Cruciani, Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro, circoscritti dal solito Lerner dallo sguardo sempre più luciferino, come nuovi “difensori della razza” o, aggiungo io, “fascisti del Terzo millennio”. Eppure non riesco a immaginare Del Debbio col fez in testa, o Giordano che salta nel cerchio di fuoco, o il placido Belpietro a somministrare l’olio di ricino allo stesso Lerner per costringerlo a cantare ‘Faccetta nera’ al posto dell’inflazionata ‘Bella ciao’.

Se non ti piace “Propaganda live” o non ascolti i menestrelli di Corte come Oliviero Toscani, sei per naturale estensione un elettore della Lega e come tale “non capisci molto”, anzi non capisci un cazzo (riecco la cultura per autocertificazione della sinistra-bene). Quindi ti meriti quattro porcherie verbali dallo stesso fotografo:

Quelli di sinistra sono più simpatici, più intelligenti, più rock’n’ roll, più liberi, meno teste di cazzo.

È una delle pose del burlesque che mettono in scena ricchi proletari con la carta di credito sempre più gonfia, intellettualoidi che passano le vacanze in spiagge esclusive con libri esclusivi sotto l’ombrellone, artisti abbronzati anche a dicembre e imprenditori in Porsche Cayenne con la erre moscia:

Noi siamo un passo avanti perché siamo umani, civili, consapevoli; Salvini è un pirla e chi lo vota è un buzzurro.

Che mi stia perdendo nell’ignoratio elenchi? O, peggio ancora, nelle sfaccettature del surrettizio di una red herring? Mah, sarà…

A Palermo esplode un caso nazionale, di quelli che piacciono e danno fiato alle trombe dei ‘libertari a corrente alternata’: con la mannaia verso i libri non graditi all’Indice, con la Costituzione in pugno da sventolare verso chiunque dissenta dalla loro cultura sincronizzata.

Una professoressa, pur volendo accettare la sua buona fede e la sua ‘estraneità’, permette tuttavia che degli alunni presentino una videoproiezione nella quale si accostano le Leggi razziali del ’38 e il decreto sicurezza di Salvini (poi si chiedono anche come mai questo qua stia facendo l’asso piglia tutto di consensi). Scatta la sospensione del Provveditorato e la sinistra grida allo scandalo. I tupamaros che vigilano sulla rivoluzione permanente in Italia, si schierano con la professoressa:

Si è voluto mettere il bavaglio! Attentato alla Costituzione.

Tutti a fare riferimento agli articoli 21 e 33 della Costituzione. Ora,  l’articolo 21 è quello dedicato alla libertà di manifestazione del pensiero. Uno dei pilastri del giornalismo, insieme alle leggi professionali e alle Carte deontologiche. Mentre l’articolo 33 dice che l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. Stavolta correrò il rischio di affondare dentro l’ignoratio elenchi e infrangerò la regola del pormi in mezzo – in silenzio catartico – alle tesi contrapposte. Da cliente regolare dell’ignoratio elenchi vorrei chiedere a quanti si appellano alla Costituzione: ma almeno sapete quanti siano gli articoli della nostra Carta? E le disposizioni transitorie e finali in essa contenute?. Ma andiamo al nucleo della questione.

Esprimere il proprio pensiero è legittimo, già gli antichi greci col concetto di parresia esprimevano il diritto-dovere di parlare, di dire le cose in maniera franca all’interno della politeia, nell’agorà. Ma scadere nell’offesa, nella diffamazione non ha nulla a che vedere con la parresia o con l’articolo 21; fare accostamenti storici in maniera acrobatica, didatticamente insostenibili, dalla chiara matrice ideologica non è espressione di pensiero. Accostare Salvini al Duce è storicamente inammissibile e la professoressa che poi dichiarava ai giornali un trentennio di insegnamento serio, svolto con passione e correttezza, aveva l’obbligo di vigilare sul lavoro dei propri discenti: ma davvero vorrebbe farci credere di non essere consapevole dei contenuti rischiosi del video? E perché, dall’alto dei suoi trent’anni di servizio, non ha ravvisato l’insidia (anche di carattere penale oltre che disciplinare) contentuta in quell’accostamento dal tanfo di bottega politica? Non vi sono articoli della Costituzione che possano sostenere tesi tanto ardite da permettere ciò che è stato fatto in quella scuola di Palermo. Ed è invece l’articolo 595 del codice penale a recitare:

Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

Ora ve la preparo io un’aringa rossa: diamo per scontato che il Fascismo sia stato il “male assoluto”, equiparare il provvedimento di un organo dello Stato a una legge fascista fra le più odiate, equivale quindi a equiparare quell’organo dello Stato al “male assoluto”. Non puoi candidamente dire che non vi fossero finalità politiche, perché questa storia ha un’evidenza politica lapalissiana; non puoi imbastire un dibattito che parta dall’Olocausto, per arrivare con un balzo storico notevole e con una buona dose di fallacia logica alle odierne politiche di governo. Fallacia logica di pertinenza, di rilevanza, ricordate l’ignoratio elenchi nel corso di un dibattito processuale? Per attaccare Salvini e la sua politica di ‘austerità’ nell’accoglienza si tira in ballo qualcosa di riconosciuto come antidemocratico, dittatoriale, disumano, senza peraltro essere riusciti a dimostrare l’inefficacia o la mostruosità del decreto sicurezza (che peraltro si occupa di tante altre cose). Che la professoressa – sulle cui qualità didattiche non insinuo alcunché – sia una candida, ingenua, democratica che ha solo fatto esprimere liberamente degli adolescenti, senza faziosità politica, è una tesi che non potrebbe difendere nemmeno Gorgia con la sua eristica, da me citato in precedenza.

Ve ne racconto un’altra e poi la chiudo. “Quella di Salvini a Lampedusa è una vittoria di Pirro. Il 73,3% degli elettori non ha votato. Salvini ha preso solo 600 voti su 5.274 elettori, di cui solo 1.404 si sono recati alle urne appena il 26,62%”, fa le pulci al voto delle scorse europee il sindaco di Lampedusa, Totò Martello.

Ebbene, questo è un classico esempio di “red herring”, un’aringa in salsa lampedusana, perché il sindaco Martello, per sminuire la vittoria inoppugnabile del ministro leghista nel Comune più a sud d’Europa (così come a Riace) si affida all’astrattezza dei numeri. Che abbia votato appena il 26,62% degli elettori è ininfluente ai fini del riconoscimento del successo elettorale, perché nessuno potrà mai provare che se avessero votato tutti gli aventi diritto, il risultato non sarebbe stato identico, o superiore. Il dato reale è quel 26,62% citato dal sindaco (i soli numeri che acquisiscono concretezza e verificabilità), quello e solo quello è soggetto a un’analisi elettorale, politologica. Diversamente si sconfina nel campo dell’alea, della faziosità, della sega mentale. O della fallacia logica inconsapevole, perché dubito che il sindaco intendesse mettere volutamente sul piatto un’aringa rossa.

Concludo questi frammenti postumi, sicuramente postumi rispetto a qualcosa e non necessariamente rispetto a qualcuno, ribadendo la mia medietà, la mia sospensione del giudizio nei confronti delle diverse tesi, con delle parole ‘rubacchiate” qua e là a Philippe Muray (chi non lo conoscesse, se incuriosito, potrebbe provvedere):

Io sono ovviamente a favore, categoricamente a favore delle cause buone e giuste, e contro quelle cattive. Ah! Come ci si sente bene dopo averlo detto, vero?