Nella parte ovest dell’Antartica ogni due anni si staccano lastre di ghiaccio con un volume di acqua equivalente al Monte Everest, un andamento assai più rapido di quello precedentemente previsto dagli scienziati: è il risultato di una nuova ricerca pubblicata sul giornale “Geophysical Research Letters”. L’analisi di 21 anni di dati, condotta dai ricercatori della NASA e dell’Università della California, ha rivelato che il tasso di scioglimento nel mare di Amundsen solo negli ultimi dieci anni si è triplicato. L’Antartica dell’ovest è spesso considerata l’ultima regione stabile della zona e il team della NASA l’ha identificata come la più grande minaccia singola al rapido innalzamento dei mari.

Stando ai risultati dello studio, qui si perdono ogni anno 91,5 miliardi di tonnellate di ghiaccio e il tasso di scioglimento ha subito un incremento di circa 6,7 miliardi di tonnellate l’anno a partire dal 1992. “La perdita di massa di questi ghiacciai sta aumentando a ritmi impressionanti” ha dichiarato Isabella Velicogna, coautrice della ricerca. Il problema è parzialmente strutturale: mentre gli altri blocchi di ghiaccio sono situati al di sopra del livello del mare, la maggior parte del ghiaccio presente nell’Antartica dell’ovest poggia su una base che si trova al di sotto del livello del mare, rendendo i blocchi suscettibili alle correnti oceaniche che traghettano un flusso di acqua calda alla sua base. “Ci sono consistenti ragioni per credere che, se l’assottigliamento superasse una soglia critica, potrebbe innescarsi un processo di accelerazione”, ha chiosato la Velicogna.

Il glaciologo Richard Alley ha rilasciato un’intervista al Washington Post per commentare la ricerca. La regione del mare di Amundsen, che è solo una piccola frazione dell’Antartica dell’ovest, contiene una quantità di acqua sufficiente ad innalzare il livello globale del mare di oltre un metro. Se il ghiaccio dell’intera zona dell’Antartica dell’ovest scomparisse, il livello del mare salirebbe di quasi 5 metri. Precedentemente nel corso di quest’anno, una squadra dell’università di Washington ha rilevato che un lento collasso dell’intera area in questione è ormai inevitabile, a causa dell’erosione dovuta all’acqua calda. Ian Joughin, l’ingegnere che ha guidato il team di ricercatori di Washington, ha dichiarato al New York Times che “non esiste nessun meccanismo di stabilizzazione”, anche una riduzione delle correnti calde sarebbe “troppo poco e troppo tardi per stabilizzare la banchina di ghiaccio”.

I risultati della conferenza sul clima tenutasi a Lima non sono molto incoraggianti. Si firmano dichiarazioni ricche di buoni propositi ma non si prendono decisioni vincolanti che obblighino i paesi contraenti ad abbassare drasticamente le emissioni climalteranti. Le speranze sono riposte tutte nel prossimo appuntamento, previsto per l’anno venturo a Parigi. Nonostante i moniti della scienza, per i decisori politici il cambiamento climatico non è ancora una questione seria.