Mi pento. Anzi no. Sì invece. Dilemma di questi tempi, che mi stritola dentro una filastrocca fanatica, ripetitiva. Certo che non lo sono, mafioso. Ovvio che non parli di pentimento di mafia. Mi pento (anzi no) di essere giornalista. Sorvoliamo per forza di cose e per appartenenza alla categoria (Mi pento. Anzi no. Sì invece), sulla decadenza del giornalismo italiano, sulla sua banalizzazione dovuta a troppi elementi concomitanti, sulla sua adesione a un pensiero unico che noi tutti conosciamo e sulla disgregazione della lingua italiana divenuta una “neolingua a trazione anglofona” per usare liberamente una formula cara a Fusaro. Sapreste dirmi che giornalismo è, quello di una collega che racconta in un tiggì la stagione estiva, celebrando la bellezza del luogo (come se il giornalista fosse diventato un opuscolo pubblicitario), concludendo: “Ottimo il food”? Che lingua parla?

Chi non sa dire cibo, gastronomia e dice ‘food’ ammazza lingua e informazione: “Le parole sono importanti” tuonava Nanni Moretti in Palombella rossa, schiaffeggiando la giornalista che gli parlava di trend. “Chi parla male pensa male”, congedava la giornalista nel film.

E parla male, anzi malissimo (mio modesto parere, tuttavia supportato da gente più importante del sottoscritto), chi dice “presidenta”, “avvocata”, “ministra”, “assessora”. Fanno male, anzi malissimo, quei giornalisti impauriti dalla tendenza e da eventuali critiche, a usare la desinenza in ‘a’ per delle parole, che usate come la nostra tradizione linguistica ci ha insegnato, non sono maschiliste, sessiste e reazionarie (“Le parole sono innocenti”, sosteneva Umberto Eco): le parole, in quanto ‘apertura sul mondo’, sono sempre innocenti, la volgarità, il maschilismo trinariciuto, la fallocrazia, appartengono semmai a colui che usa le parole, trasformando la loro ‘innocenza’ in preconcetti politici e culturali. In un senso o nell’altro.

Quindi provo orrore ad ascoltare in tivù una scrittrice beghina – della quale, suppongo ragionevolmente, non resterà traccia o memoria dei suoi libri presso i posteri – che dice, “le personagge… il punto di vista delle personagge”: il computer stesso non mi fa scrivere personagge, corregge automaticamente e sottolinea in rosso. Ho sicuramente un computer reazionario. Qualche anno fa Patrizio Nissirio, ai tempi corrispondente da Londra per l’Ansa, scrisse un articolo, un testo ancor oggi consultabile sul portale Treccani:

Cos’è un brand? E un kick-off meeting? Cosa rischia chi si è macchiato del reato di insider trading? Si dicono nella lingua di Dante marchioriunione per il lancio (di qualcosa, un prodotto o un’iniziativa), turbativa del mercato grazie a informazioni riservate.

Poi continuava:

Tuttavia, non aspettatevi una spiegazione dalla televisione o dai giornali che si servono di queste parole come fossero di uso comune, in ossequio a una tendenza per la quale è provinciale usare l’italiano quando si può far sfoggio di una parola inglese del cui significato, nella grande maggioranza dei casi, si ha solo una vaga idea.

Di questa “vaga idea” Nissirio ne fornisce molti esempi, fra i quali quello di un negozio di Roma che

aveva adottato come slogan sui suoi enormi manifesti pubblicitari soul free, intendendo presentarsi come un’anima libera. Purtroppo, soul free vuol dire senz’anima, come sugar free sulle gomme da masticare vuol dire senza zucchero.

Non mi stancherò mai di raccontare (l’ho già fatto da queste colonne) l’episodio del quale sono stato testimone diretto, la giornalista Rai che diceva, presentando le rappresentazioni classiche a Taormina: “Stasera andrà in scena il Mailes gloriosus di Plauto”. Aveva pronunciato in inglese il ‘Miles gloriosus’ del commediografo latino. Mailes per Miles. Latino, fottiti, vuoi competere forse con l’inglese?

E infine il doloroso epitaffio di Nissirio:

Se si ha occasione, si confronti la cifra linguistica di un programma giornalistico o di intrattenimento odierno con quella di programmi degli anni Sessanta o Settanta. Quella televisione era fatta in larga misura da intellettuali attivi nel giornalismo (Andrea Barbato, Sergio Zavoli, per fare due esempi illustri), da comici dalla proprietà di linguaggio straordinaria (Walter Chiari). Quella di oggi ha in larga misura come protagonisti personaggi formatisi nel mondo televisivo, e quindi portatori di una lingua molto più elementare, piatta, ed omogeneizzata. In questo contesto, l’uso improprio dell’inglese va di pari passo con la frase fatta.

Latino, fottiti!

D’altronde Franco Sabatini, linguista, filologo, già presidente della Crusca, dalle colonne del Corsera aveva manifestato la sua preoccupazione:

La scuola ha smesso di insegnare la lingua italiana.

Aggiungendo considerazioni condivisibili, che sono ormai una triste emergenza:

Non si contano le lamentele dei professori di Giurisprudenza sull’incapacità degli studenti di quella Facoltà (la chiamo ancora così, anche se questa struttura è stata cancellata) di redigere la tesi o anche solo una tesina in un italiano accettabile. Alcuni docenti hanno deciso di eliminarle, perché sarebbero tutte da riscrivere. Fanno seguito le lamentele dei presidenti degli ordini forensi, nazionali e regionali, che denunciano l’impreparazione linguistica di molti giovani avvocati. Sui concorsi che riguardano questa categoria e anche quella degli aspiranti magistrati cali un velo pietoso, basta leggere le cronache dei giornali a ogni tornata di tali concorsi […] manca ampiamente nel nostro mondo scolastico una cognizione scientifica del ruolo che ha la lingua prima nello sviluppo cognitivo generale dell’individuo. Tutto il curricolo di questo insegnamento (per l’uso parlato e ancor più per l’uso scritto) è inficiato da errori di impostazione che le scienze del linguaggio hanno messo da tempo in evidenza, ma che non vengono conosciuti e riconosciuti nelle sedi responsabili.

Mi pento. Anzi no. Sì invece. Perché vedo colleghi giornalisti, “eletta schiera”, usare modelli fraseologici che mi producono la scabbia ai testicoli, come capitò al povero Karl Marx: “Cronaca di un disastro annunciato”, “Parole che pesano come macigni”, “Lo spettacolo che non avremmo mai voluto vedere”. Oppure: “Il rendiconto deve essere dunque a 360 gradi” (Ezio Mauro su Repubblica).

Forse [Renzi ndr] non si è accorto che in questo modo ha evocato una natura più che una cultura, addirittura una postura mimetica invece che una politica
(sempre Ezio Mauro su
Repubblica).

E poi riempire i propri articoli con vocaboli quali governance per dire le regole (o procedure) che governano la gestione di una società, un’istituzione; o policy, al posto di politica, piano d’azione, linea di condotta, combinazione di politiche, indirizzo. E perché mai devo ascoltare un servizio sull’ultimo film di “X”, dove per la prima nazionale, la sala cinematografica è “sold out”?

La nostra lingua ‘provinciale’ ha una gamma di definizioni che fanno capire benissimo ciò che intendiamo dire. Scrivere. Non c’è assolutamente bisogno di usare anglicismi come ‘warning’ per dire ‘allerta meteo’ (purtroppo ho ascoltato anche questo in coda a un tiggì), la lingua italiana ha molte parole, soprattutto più comprensibili da un video-spettatore medio, per esprimere lo stesso concetto: allarme, allerta, avvertimento, avviso di rovesci temporaleschi ecc.

Che cazzo di giornalismo è quello che dice “la Protezione civile ha lanciato un warning”? La mia vicina di casa e il mio dirimpettaio non sapranno mai cosa abbia lanciato la Protezione civile. Moltiplicate per i tantissimi italiani simili alla mia vicina e al mio dirimpettaio. Moltiplicate per i tanti (forse troppi) giornalisti rampanti e blogger un tot al chilo, che per sentirsi più fighi ripeteranno quel ‘warning’ in ogni contesto. Non sarà difficile leggere un titolo di giornale o di blog: “Il warning di Salvini sulle Ong”. Allora perdonatemi, se potete, preferisco scrivere “cazzo”, preferisco essere tacciato di volgarità, ma almeno sapranno tutti di cosa intenda parlare, a cosa mi riferisca. Meglio un linguaggio colloquiale, gergale, rispetto alle smorfie linguistiche anglofone e ai loro significati tirati per i capelli da giornalisti e intellettuali che vogliono dimostrare di non essere ‘provinciali’.

Da La Repubblica Torino

Mi pento, anzi sì, mi pento fino a farmi scoppiare cuore, tempie e polmoni perché il giornalismo sportivo, in particolare quello televisivo, è diventato un puttanaio di parole inutili: spiegatemi voi il senso di kick off per calcio d’inizio, di coach per allenatore, referee per arbitro, o di extra time per tempi supplementari. Erano già passati negli anni, li avevamo pure accettati, penalty e corner, ma ormai siamo arrivati all’assassinio sacrificale della nostra lingua, a causa di mediocri comunicatori che non riescono a esprimere idee, concetti, visioni, quindi si affidano a linguaggi incancreniti di esterofilia che da essi sono reputati, che so, interessanti, colti, espressivi della realtà e dei tempi. Non riescono più neanche da soli a sparare le loro cazzate ramificate, hanno bisogno della spalla, l’opinionista che le spara ancor più grosse, della serie “scemo+scemo”.

Nostalgie passatiste? Certo, chi ha vissuto le telecronache o radiocronache di Martellini, Pizzul, Ciotti, Ameri ricorderà che la partita (soprattutto in radio) te la facevano vivere; ricorderà che il calcio d’angolo e il calcio di rigore erano tali, che l’allenatore era l’allenatore (non il coach, o il team manager in alcuni casi ecc.), che i tempi supplementari erano la sofferenza, l’incertezza, l’alea, la passione, le lacrime, la gioia. Che le squadre oggi vadano all’extra time e forse ai penalties rende nobile anche il luogo comune, indubbiamente glassato di retorica, della “lotteria dei calci di rigore” tanto caro ai vecchi radio-telecronisti, i quali dovevano possedere qualità linguistiche semplici, accessibili e nello stesso tempo affabulanti, coinvolgenti, senza affidarsi alla “stupefazione delle masse” per raccontarci la sforbiciata di Gigi Riva (a proposito, sforbiciata come si dice nell’inglese calcistico?), l’opportunismo sotto porta di Gerd Müller, la prodezza di Pelè, la classe di Baresi, i diversi modi di battere le punizioni di Zico, Passarella, Platini. Oggi dobbiamo ascoltare le minchiate – passatemi il termine – di Fabio Caressa, che per raccontarci le punizioni calciate da Pirlo chiama in causa lo scienziato tedesco vissuto nell’Ottocento, Hans Gustav Magnus (studioso dei corpi rotanti in un fluido) e l’effetto Magnus che prende il suo nome. Ma secondo voi, Helenio Herrera, quando Mariolino Corso calciava le sue punizioni “a foglia morta”, gli passava la sera il manuale di fisica quantistica? E il pragmatico Enzo Bearzot, per ammonire i suoi nazionali di calcio sui pericoli di perdere una palla a centrocampo, gli raccontava dell’effetto farfalla? Ma dai…

Fabio Caressa

Ricordo i veri maestri del ‘pensiero sportivo’, fra questi Gianni Brera e Beppe Viola (insieme a tanti altri): il primo, colto, pungente, dalla scrittura fluida e piacevole; il secondo (che agiva sulla tivù di Stato), caustico, affilato, ironico, mai fuori battuta. Di lui ricordo un servizio televisivo nel quale parlava di Franco Baresi, un libero fuoriclasse come pochi in Italia (ancora la figura del libero era fondamentale nel gioco del calcio). Erano gli anni del Processo di Catanzaro per la strage di Piazza Fontana (processo infinito, senza colpevoli dichiarati tali da un tribunale) e due degli imputati, Freda e Ventura, si erano dileguati. Allora Beppe Viola parlando di Franco Baresi ebbe a dire:

Di lui si dice che sia il miglior libero d’Italia… dopo Freda e Ventura.

Altro che l’effetto Magnus e il “tè caldo” di Caressa. Altro che frasi fatte come “buttare il cuore oltre l’ostacolo” (sempre Caressa). Lì – ai tempi di Brera e Viola – vi era il giornalismo ancora inteso come servizio per il cittadino, informazione. E per informare devi fare capire. In maniera semplice. Diversamente vi è il rispecchiamento del proprio ego, che si tenta di affermare con inopportuni conigli tirati fuori dal cilindro per sbalordire il popolo bue. Il giornalismo non dovrebbe sbalordire, non dovrebbe mettersi al centro, più a centro della notizia, dei fatti che accadono. Il commento dovrebbe essere sempre misurato, ma non asettico.

E quando si dice che la toppa è peggiore del buco: si sono inventati il giornalismo costruttivo o Constructive Journalism. Ecco come viene abitualmente presentato:

Le news tradizionali hanno sempre avuto la tendenza a evidenziare gli aspetti negativi, cosa è andato male e i problemi che causa. Ma è possibile avere un giornalismo critico, di spessore, che però guardi anche agli angoli positivi e alle soluzioni in una storia? Il giornalismo costruttivo cerca di creare narrative positive e un dibattito più salutare.

Un giornalismo supposto positivo, propositivo, che si concentri maggiormente sul benessere e non sul disastro, che tenga conto della complessità della notizia, che ponga l’accento più che sui problemi e le loro cause, sulla soluzione degli stessi:

All’interno dei servizi include aspetti positivi e parti dedicate alle soluzioni.

Beppe Viola

Esso trae ispirazione dalla Psicologia positiva, il cui pioniere è lo statunitense Martin Seligman, autore di libri dai titoli già esplicativi: “La costruzione della felicità” e “Fai fiorire la tua vita”. Una visione del mondo basata sull’ottimismo, il benessere della persona (che però si sostanzia in campo sociale), la realizzazione dell’umana felicità, partendo anche da un 50% di felicità costituzionale, ereditaria e il resto da costruire attraverso percorsi che sfruttino delle potenzialità. Va da sé che in questa sede si agisca per sommi capi, non venga pertanto lo psicologo positivo a rimproverarmi lacune o esposizione generica: di questo si tratta, ai fini di comprendere – sempre sommariamente – il giornalismo costruttivo. Nessuna pretesa di esaustività, non ne avrei le competenze. E soprattutto sono infelice costituzionalmente per il 50%, per la parte restante ci ha pensato la vita a rendermi infelice.

Ma vediamo pure, in sintesi, di capire cosa ci dice la Società italiana di Psicologia positiva:

L’eudaimonia comprende non solo la soddisfazione individuale, ma anche un percorso di sviluppo verso l’integrazione con il mondo circostante. Il termine è spesso considerato analogo a felicità, ma il suo campo semantico è molto più ampio, esso implica un processo di interazione e mutua influenza tra benessere individuale e collettivo, tale per cui la felicità individuale si realizza nell’ambito dello spazio sociale.

Bene o male, dovrebbe essere chiaro il senso di questa nuova branca della psicologia, che sostiene di rifarsi all’eudaimonia aristotelica. Quindi il Constructive Journalism, definito anche Giornalismo delle soluzioni, riporta storie e narrazioni secondo codificazioni costruttive, applicando i teoremi della Psicologia positiva.

Martin Seligman

Minchia, che coglione sono a non averci pensato prima! Basta accettare il dogma dell’americanismo (perché di questo si tratta) sul diritto alla felicità, che essa vada ricercata; che il mondo vada raccontato positivamente; che la soluzione sia più importante del fatto accaduto e gli aspetti negativi, pur non sottacendoli, vanno ridimensionati alla luce di una nuova consapevolezza giornalistica, con gli addentellati nella Psicologia positiva e nell’eudaimonia aristotelica. Sono davvero un pirla. Salvo poi, raschiando in giro e facendo un corso on line di aggiornamento professionale, vedere che il Constructive Journalism scimmiotta Eli Pariser, un attivista politico americano di orientamento democratico che

ha anche contribuito all’avvio di Avaaz.org, un movimento globale on line con 24milioni di membri in tutto il mondo.

Inoltre, ha fatto parte dei consigli di amministrazione di Access, Avaaz, MoveOn.org, New Organizing Institute, Open Society US Programs e numerose altre organizzazioni (notizie riprese dalla pagina della Open Society Foundations). Quindi non impropriamente avvicinato al finanziere-speculatore George SorosHa infine creato il sito Upworthy, che si occupa di diffondere video virali di tendenza progressista. Non parliamo di denaro e di donazioni che riceve. È praticamente ricchissimo, piace al Constructive Journalism, piace a Soros, ha appoggiato la campagna elettorale di Obama ecc.

Tutto l’opposto di un giornalismo libero. Anzi. Il giornalismo costruttivo ama “schierarsi”,  produce storie di “speranza”, cerca “soluzioni”, è di nicchia, esprime elementi “consolatori”, indulge in uno “storytelling positivo”, “non alza la voce”, ha fini dichiaratamente politici, costruisce la notizia in maniera “non provocatoria”, “non esaspera i linguaggi”. Ovvio che su alcune cose si potrebbe essere d’accordo, per carità. Ma questa veste “filosofica”, questo “schierarsi”, questa visione del mondo edulcorata non possono piacere a chi, come me, è devoto allo spirito tragico, alla vita intesa come scissione e lacerazione, contraddizione e lotta.

Non può piacere al giornalismo che ancora crede nella notizia, nel commento, nella stessa opinione, senza voler a tutti i costi cercare speranza, pace, soluzioni: riuscissero loro a trovare le “soluzioni” per la guerra in Siria o per i conflitti continui sulla Striscia di Gaza. E sono qui ‘fiducioso’ ad attendere anche la soluzione dei problemi fra tibetani e cinesi, coreani del nord e del sud, e via discorrendo. Un giornalismo ipercerebrale che mi lascia perplesso, voi fate come vi pare. La mia teoresi idrofoba azzannerebbe alla gola le fanfaluche di chiara impronta politica di una setta di giornalisti dal volto umano, che vogliono salvare il mondo, come quei “quattro amici al bar” di cui cantava Gino Paoli.

Eli Pariser

Io mi pento. Sì, mi pento di fronte a tanto delirio, di essere giornalista. E lo faccio utilizzando un linguaggio porco, bastardo, perché edulcorare non serve a niente, scaracchiare sulla ferita ancora aperta forse porterà il germoglio di una novella, la “stella danzante” profetizzata da Nietzsche attraverso il “caos”. E a proposito della succitata “cultura della felicità”, da me criticata, sfoglio per caso quest’articolo sull’Espresso, dove la neuropsichiatria infantile lancia un allarme (visto, è facile, perché dire warning?): un bambino su cinque soffre di disagio psichiatrico. No, non sono depressi, sono “obbligati ad essere felici”: “Io invito a interrogarci se questa ‘epidemia di infelicità’ non sia invece un’‘epidemia di felicità’, cioè una sorta di ingiunzione morale collettiva rispetto al mantra della felicità. Bisogna essere sempre sorridenti, di successo, pieni di like”, sostiene Stefano Benzoni, neuropsichiatra infantile.

Mi pento perché vedo troppi colleghi osannati come ‘liberatori della Patria’ per il solo fatto di scrivere di mafia e legami politico-imprenditoriali; colleghi divenuti guru della democrazia, capaci, con l’autorevolezza conferitagli dal pensiero di massa (scrivi di mafia=eroe) di far traballare governi, di far assumere decisioni agli stessi.

So, questo lo so, che il giornalismo d’inchiesta per come lo ricorda la mia memoria ormai aggredita dall’Alzheimer, non esiste più. Nessuno che vada in giro a chiedere, domandare, indagare; nessuno che si affidi a confidenti, gente che sa anche di riflesso; nessuno come Mauro De Mauro, Mario Francese, Mauro Rostagno, Giancarlo Siani e pochi altri. Oggi ci si basa su atti investigativi, resoconti di interrogatori, dispositivi di sentenze, giurisprudenza varia. Qualche giretto per i Palazzi di giustizia e poi al computer, a studiare le carte. Atti e carte. Con o senza scorta.

Mauro De Mauro

Personalmente non vedo un giornalismo d’inchiesta (inchiesta giudiziaria soprattutto) all’altezza di quello di una volta. In compenso vedo molte scorte al seguito di quei giornalisti che per banale definizione vengono definiti ‘antimafia’, come se chi si occupa di cultura, politica, cronaca locale e sport fosse un fiancheggiatore occulto di sistemi criminali. Per contro vedo molti libri scritti da giornalisti che denunciano ogni spicchio di fenomeni denunciabili, che nei fatti sono la versione libraria del loro lavoro di cronisti. Per mia forma mentis sempre vicina al ‘sospetto’, inteso come rasoio che taglia il superfluo dopo averlo setacciato, non leggo quasi mai i libri dei giornalisti. Ho letto per curiosità, pura curiosità per avvalorare le mie tesi sul mercato editoriale, “Gomorra” di Saviano (però me lo sono fatto prestare, perché quando compro un libro esso deve rispondere alla mia richiesta di unicità), ebbene, a parte la scrittura anodina, ho avuto la mia conferma su taluni best seller d’inchiesta.

C’è bisogno che ve la spieghi? Tuttavia consultate pure sul web gli elenchi dell’Ordine dei giornalisti e di Saviano non scoverete traccia, anzi, troverete un monito nei suoi confronti da parte dell’Ordine medesimo, di non praticare ‘esercizio abusivo’ della professione. Quindi è ‘abusivismo’ definirlo giornalista, come spesso si legge o si sente. Niente di personale, è chiaro, qui è in discussione la figura del giornalista, oggi troppo spesso [auto]mortificata al ruolo di soubrette. Niente di personale quindi con Saviano (il quale tuttavia non mi ha mai appassionato), o con la scrittrice beghina che dice “personagge”; niente di personale con chi usa ossessivamente il lessico anglofono o con chi crede di salvare l’umanità attraverso l’uso politico del giornalismo; niente di personale con aristotelici eudaimonici o gesuiti euclidei; niente di personale con chi usa ideologicamente le desinenze in “a” al femminile per termini neutri o che già hanno un femminile (mi aspetto a breve anche la trasformazione di soprano in soprana) e con chi manda ancora in pieno agosto, i calciatori a ‘bere un tè caldo’. So bene che la lingua e i linguaggi a essa legati sono in evoluzione, ma non accetterò mai la dittatura di parole svilite, usate per dimostrazioni di [pesudo]cultura o per seguire la moda, la tendenza, l’andazzo che ti fa trendy (parola davvero obbrobriosa).

Niente di personale, sul serio, io me ne fotto delle vostre, dolci, sollecitazioni culturali, delle vostre facciate riverniciate coi colori del politicamente corretto. Me ne fotto, davvero. Penso sommessamente che il post-giornalismo sia davvero quello che piace oggi alla gente. Un giornalismo fondato su decine di Carte deontologiche (regolarmente infrante), amante dei salotti televisivi, dei blogger che scrivono sulle pagine dei quotidiani, degli opinionisti imperituri. Un giornalismo asservito ai potentati economici, che non cambia mai idea sulle cose (non ho mai visto una testata cambiare posizione su un argomento), schierato politicamente; ideologico, bolso, sfibrato, confuso nel suo ruolo; insomma – e ne potrei dire ancora – un giornalismo scaduto nell’idea, nel mandato sociale, più bravo a emettere sentenze su fatti di cronaca, che a ricercare la verità.

Ecco perché affido le mie righe all’Intellettuale Dissidente, pagina on line senza padroni; libero di spargere il mio acido fenico.

Per ciò che rimane, mi pento. Anzi no. Sì, mi pento… cazzo!