Nel febbraio del 1909 Marinetti e i suoi scrivevano nel celeberrimo Manifesto: Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità […] Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente. Avevano colto nel segno: la velocità, promossa dal Futurismo a supremo valore etico ed estetico, avrebbe presto inaugurato una nuova dimensione esistenziale: la nostra.

Ciclista - Enzo Benedetto (1926)

Ciclista – Enzo Benedetto (1926)

Comprendere appieno la questione, però, richiede innanzitutto un passo indietro verso due concetti, spazio e tempo, cui risulta indissolubilmente legata. Nella sua Critica della ragion pura Kant li aveva definiti forme “a priori” della sensibilità umana, principi universali e necessari che condizionano ogni esperienza sensibile. Da sempre, infatti, l’uomo pensa, o meglio, si pensa nello spazio e nel tempo e la velocità si configura come una grandezza direttamente proporzionale al primo e inversamente proporzionale al secondo. E non la percepiamo forse come una contrazione del tempo nello spazio? Non ne facciamo esperienza ogni giorno, il più delle volte inconsapevolmente, quando scegliamo un mezzo di trasporto rispetto ad un altro? O quando decidiamo di fare acquisti online invece che in negozio? O, ancora, nel preferire d’inviare un sms, magari vocale, piuttosto che incontrare una persona? Perché contrarre vuol dire guadagnare, sia a livello esistenziale (avremo dunque a disposizione più tempo) sia a livello economico (meno tempo uguale maggior profitto).

Del resto se si considera il mondo del lavoro, alla costante ricerca di individui iperproduttivi, tale forma mentis risulta perfettamente applicata alla richiesta sì di efficacia, ma soprattutto di efficienza, per cui non basta più saper fare una cosa, conta anche riuscirci il più velocemente possibile. Che poi ciò comporti una progressiva spersonalizzazione del lavoratore, da essere pensante a mero esecutore materiale, e per di più nevrotico, pazienza: si sacrifichi pure sull’altare dorato del profitto e vadano a farsi benedire i diritti acquisiti negli anni perché, si sente sempre più spesso dire, i tempi sono cambiati. E qual è stata la causa prima di una rivoluzione culturale di simile portata? La risposta sta probabilmente nella modernità e nell’incontenibile progresso tecnologico che l’ha contraddistinta. Dall’invenzione di aerei e automobili sempre più veloci fino all’applicazione dei principi del taylorismo in tutti gli stabilimenti industriali, l’accelerazione senza precedenti rispetto al passato ha avuto inizio proprio allora, ma il motore ha continuato ad erogare potenza salendo di giri, inarrestabile.

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Per secoli le ore dell’uomo sono state scandite dall’orologio della natura, ne hanno seguito i cicli più o meno lunghi e regolari; oggi si assiste ad uno snaturamento dell’umano, un tentativo grottesco e pretenzioso di assimilarlo alla macchina, di sincronizzarlo sui suoi ritmi frenetici e stranianti. La domanda da porsi è: si può stare al passo? Il malessere e il disagio, il senso d’inadeguatezza e l’alienazione provati di fronte ad un mondo che corre veloce quanto non mai costringendoci ad arrancare e ad affannarci nel vano tentativo di non finire fuori tempo massimo ci rispondono di no.

E la fretta, da desiderio divenuta esigenza impellente e cifra delle nostre esistenze, si traduce spesso in superficialità, quello di cui meno avremmo bisogno per tentare di decifrare la complessa realtà che ci circonda. Rileggendo il Manifesto, verrebbe da chiedersi: Marinetti aveva previsto tutto ciò? E, soprattutto, al di fuori del presunto valore estetico la velocità rappresenta veramente una risorsa o non piuttosto una di quelle illusioni tanto dure a morire che hanno finito col possederci interamente, con buona pace di un “assoluto” molto più vincolante di quanto si sarebbe potuto immaginare?

Uomo nuovo - Mario Sironi (1918)

Uomo nuovo – Mario Sironi (1918)

Celebrato il funerale della lentezza, è ormai evidente che per essa non c’è più spazio in questo mondo, forse l’unica cosa sensata da fare è provare a risvegliare le coscienze, spingerle a riflettere sul problema e, magari, a ripensare il rapporto col tempo non più secondo il criterio della quantità, ma della qualità. Basta al mantra del veloce è meglio, basta al miraggio di un’ottimizzazione forzata da imporre a tutti i costi, basta alla feticistica adorazione della tecnica, da strumento di libertà divenuta metro dell’umanità intera. Riappropriarsi di un senso critico sonnacchioso ed esercitarlo attivamente per spezzare catene che ci siamo autoimposti è quanto mai necessario: a chiederlo è proprio la modernità con le sfide epocali che quotidianamente ci lancia, dal campo lavorativo, in cui si punta esclusivamente alla produttività quando occorrerebbe innanzitutto preservare la dignità di quegli esseri senzienti che sono i lavoratori, a quello della politica, sempre più avvertita come un macchinario ingovernabile distante dalle reali esigenze dei cittadini, fino all’ambito privato del benessere psicofisico dell’individuo.

Il messaggio antagonista, vista l’impraticabilità dei canali ufficiali intasati dal senso comune, passi attraverso gli spazi liberi della controcultura e presenti l’alternativa: riportare l’uomo, con i suoi valori e le sue esigenze, al centro del sistema, o almeno scalzare dal piedistallo le fascinazioni perverse della modernità. Dopo tante brusche accelerazioni si torni a schiacciare il freno e a praticare un sano egoismo, perché se un guadagno oggettivo ed economicamente quantificabile c’è stato, uno soggettivamente apprezzabile no. E, signori, magari è giunta l’ora di pensare alla salute.