Così come accade nella vita di una persona, allo stesso modo nella vita di una società, di una cultura arrivano dei momenti in cui, stesa una linea retta, si registrano e se ne osservano i bilanci. Si tentano di fornire spiegazioni adeguate per capire là dove si è sbagliato, dove si è agito bene. Attraverso questa modalità ci proporremo di decifrare cosa rappresentò la rivoluzione culturale del 1968, quale fu la sua matrice distintiva e quali cambiamenti produsse nella società occidentale.

In un precedente articolo, che si occupava di tutt’altro argomento, nell’analizzare il fenomeno rivoluzionario considerato nella sua essenza, uno studioso e intellettuale si esprimeva così:

Possiamo distinguere nella Rivoluzione tre profondità, che cronologicamente fino a un certo punto si compenetrano. La prima, cioè la più profonda, consiste in una crisi delle tendenze. Queste tendenze disordinate, che per loro propria natura lottano per realizzarsi, non conformandosi più a tutto un ordine di cose che è a esse contrario, cominciano a modificare le mentalità, i modi di essere, le espressioni artistiche e i costumi. […] Da questi strati profondi, la crisi passa al terreno ideologico. […] Questa trasformazione delle idee si estende, a sua volta, al terreno dei fatti.

(P. CORREA DE OLIVEIRA, Rivoluzione e Contro-rivoluzione)

Il significato del termine tendenza che ne dà il vocabolario della Treccani è

Disposizione e inclinazione, sia naturale e spontanea, sia acquisita e consapevole, verso un determinato modo di sentire, di comportarsi e di agire.  

Questa premessa risulta di importanza fondamentale, perché se vi fu una rivoluzione che ebbe come centro propulsore lo scatenamento delle tendenze, ebbene questa fu proprio la rivoluzione sessantottina, il cui scopo intimo ed essenziale era quello di mutare l’uomo dal di dentro. La teoria gender dei nostri giorni cosa rappresenta se non la naturale, logica evoluzione di tale rivoluzione spinta sino al parossismo?

Mario Mieli

Se diamo un rapido sguardo alla società occidentale durante gli anni ’50, in particolar modo al clima proveniente dagli Stati Uniti d’America, non possiamo fare a meno di notare come la civiltà del benessere, il mito di Hollywood, il neoconsumismo di massa abbiano attirato sé, come una calamita, tutti i sogni, le aspirazioni e i desideri dell’occidente di allora, preso nella sua totalità. La cultura europea, alla ricerca affannosa di un riscatto, dietro cui celare i ricordi tristi e oscuri della guerra appena passata, trovò in questa seducente e sognatrice “civiltà” finalmente libera ed emancipata il suo ideale. I miti da emulare che la novella società intese offrire alle donne di tutti giorni furono attrici come Marylin Monroe, Brigitte Bardot, Grace Kelly.

La donna, in tali iconografie, viene proposta nella sua femminilità algida, autonoma, graffiante che si esprime anche e soprattutto nel vestiario quotidiano: nell’uso della minigonna, per esempio – che benché si sia incerti sulla nascita si inizia a diffondere nell’immediato dopoguerra – e del bikini, creato da Jacques Heim (un ebreo di origini polacche) nel 1932, ma riscoperto e riproposto da Louis Réard (un ingegnere e designer francese) nel 1946, che ben presto lo fece diventare un simbolo che sconvolse la società d’allora (fu vietato in numerosi Stati tra i quali l’Italia e venne proibito da concorsi internazionali come Miss Mondo) ma che fu attivamente promosso dal cinema hollywoodiano (Brigitte Bardot fu la prima attrice che lo indossò nel 1958 comparendo in un film, lanciandolo in tal modo nel mercato statunitense).

Brigitte Bardot nel 1968

La televisione permise l’entrata del “nuovo mondo” nelle mentalità, nelle aspirazioni e nei gesti di centinaia di milioni di persone fino ad allora vissute in un orizzonte culturale ed esistenziale radicalmente diverso. L’illusione di vivere in un mondo nel quale richiudersi e riflettersi, pregno di romanticismo e carico di passioni umane, che desidera con tutto se stesso di fuggire le sofferenze, le prosaicità della vita quotidiana in nome di un’esistenza tragica ma poetica, incline ad un vivere inimitabile, una forma di vita, insomma, che trova riscontro più nella psiche che nella realtà.

L’automobile, infine, dapprima intese dare, in qualche modo, una base sicura al nascente desiderio di autonomia, attraverso la facilità con cui venivano raggiunti posti più o meno lontani, per poi, con il passare del tempo, divenire sempre più uno status symbol enfatizzando la capacità e la potenza dell’individuo, del singolo, in perfetta continuità con le aspirazioni che la società iper-capitalista maccartiana (dal nome del senatore Joseph McCarthy) andava instillando nelle coscienze d’occidente. In un simile clima, in cui le tendenze appena citate venivano propagandate nella massima intensità, trovarono terreno fertile ideologi che sistematizzarono tali tendenze in apparati ideologici a cui davano una giustificazione, una spiegazione conforme al senso critico del tempo. Ecco che dal campo delle tendenze avviene il passaggio nel campo delle idee, secondo le schema proposto prima.

Joseph McCarthy

E’ bene ricordare che nel 1923 nacque presso l’Università di Francoforte, l’Istituto per il Marxismo, presto denominato Istituto per la Ricerca Sociale, nota comunemente come Scuola di Francoforte. La scuola nacque ad opera di alcuni intellettuali marxisti tedeschi, che allo scoppio delle prime persecuzioni naziste, si trasferirono negli Stati Uniti, ove riuscirono in breve tempo a farsi un nome, insegnando in prestigiose università americane, tra le quali Harward, Berkley, Columbia etc.

Il personaggio più rappresentativo, autentico simbolo della rivoluzione sessuale del ‘68, fu Herbert Marcuse (1898–1978)  con il suo libro “Eros e Civiltà” (1955). In questo testo, il pensatore tedesco rilegge Freud in chiave critica, postulando il superamento della sua teoria da attuarsi nel campo pratico (il terzo passaggio, dalla dimensione ideale al campo dei fatti). Se per Freud è necessaria la repressione degli istinti per vivere in società, Marcuse ritiene, invece, che Freud abbia errato nel valutare la società occidentale come la società esemplare, con i suoi usi e costumi (quale ad esempio il matrimonio monogamico, la struttura familiare patriarcale, la sessualità intesa in ottica della riproduzione) senza porsi altre domande. L’autore propone, quindi, la costruzione di un vera società realmente libera da ogni repressione, in cui…

[…]Il libero sviluppo della libido trasformerebbe entro istituzioni trasformate, erotizzando zone, tempo e rapporti previamente considerati tabù, minimizzerebbe le manifestazioni della sessualità pura, integrandole in ordine molto più ampio, che comprende anche l’ordine del lavoro.

(H. MARCUSE, Eros e Civiltà)

In linea con Marcuse, ma anticipatore di questi, fu l’austriaco Wilhelm Reich (1897–1957). Di fondamentale importanza fu il suo testo “La rivoluzione sessuale” (1944), in cui traspare, come per Marcuse, il freudo-marxismo del tempo, che concepisce la lotta alla borghesia in campo politico come un tutt’uno della lotta contro la morale repressiva borghese attuata nel campo dei costumi e della sessualità. Da ciò ne consegue, per esempio, che il nesso sessualità-riproduzione vada semplicemente eliminato, in quanto di natura religiosa, conforme ad una struttura familiare del passato, causa di nevrosi e quant’altro. Non appare difficile immaginare che carica tali tesi potessero dare nel giustificare ideologicamente ed esistenzialmente la rivoluzione sessuale fatta propria dalla Contestazione studentesca qualche anno dopo.

Il filosofo italiano Galimberti ha spiegato magistralmente questa liberazione dalla natura, citando il caso della pillola anticoncezionale (che fu messa in commercio negli Stati Uniti nel 1960 e in Europa l’anno seguente), che, a nostro avviso, esprime nella sua essenza ciò che concretamente si volle attuare con la rivoluzione sessuale e che di fatto si realizzò, entrando nelle nostre vite a livello legislativo (ricordiamo en passant alcuni date, considerando esclusivamente la situazione italiana: legge sul divorzio (1970), riforma del diritto di famiglia (1975), legge sull’aborto (1978)).

La pillola anticoncezionale, sciogliendo l’atavico nesso che lega il piacere sessuale alla riproduzione, è stata l’unico vero fondamento della liberazione femminile. Solo dopo giunse il femminismo, come istanza ideologica a promuovere l’emancipazione della coscienza femminile che la biochimica aveva già emancipato nel solido e irreversibile registro della materia. Le donne sono uscite dalle mura di casa, dove erano corpi di servizio e corpi di riproduzione, per camminare lungo le vie della città di giorno e di notte come corpi di seduzioni e corpi di bellezza.

Incamminiamoci adesso nella storia dei fatti: innanzitutto, iniziamo col dire che tutto partì da Berkeley nel 1964. Il protagonista principale si chiamava Mario Savio (1942–1996), di origini italiane da parte di padre nonché studente della locale università, che divenne famoso grazie ad un’azione dimostrativa svolta per protestare contro l’arresto dell’amico ebreo Jack Weinberg. Quest’ultimo reo di aver fatto politica all’interno del campus universitario (dove era proibito) in favore di una associazione per i diritti dei neri. Savio salì a piedi scalzi sul tetto di una vettura della polizia tenendo un discorso che affascinò molti, dimostrando coraggio e una grinta fuori dal comune. Ben presto il movimento nato dal gesto di Savio, il Free Speech Movement, venne inghiottito nel grande sommovimento sessantottino che radicalizzava la protesta, la richiesta di libertà promuovendo una vera e propria contro-cultura (tendenziale, per l’appunto) a base di sesso, droga e rock’n roll che infettò in maniera virulenta tutto l’occidente.

La triade della contro-cultura del ‘68 (sesso, droga e rock’n roll), lungi dall’essere relegata al semplice ed eufemistico titolo di un celebre brano musicale, divenne realmente il motore tendenziale all’insegna del quale edificare una nuova società finalmente emancipatasi dalla gabbia dell’autorità, della tradizione, della morale, della metafisica.

Mario Savio

Il legame tra sesso e droga è presto svelato da un personaggio di primo piano del movimento, particolarmente noto per essere il principale fautore dell’uso delle droghe psichedeliche, parlo di Timothy Leary (1920–1996).  Psicologo e scrittore, fece la sua conoscenza delle sostanze psichedeliche in occasione di una vacanza in Messico, non ancora laureato, durante un rituale religioso dei nativi americani che gli “aprì” la mente. Si può considerare il padre e il principale promotore dell’LSD, droga che divorò tutto d’un tratto e secondo operazioni studiate a tavolino, il mercato statunitense ed europeo. Leary coniò uno slogan che divenne celebre: “Turn on, tune in, drop out” (“Accenditi, sintonizzati, abbandonati”).

In una intervista rilasciata a Playboy, nel settembre 1966, dichiarò a proposito del legame tra il sesso e LSD:

L’impatto sessuale è, ovviamente, il segreto di Pulcinella dell’LSD, del quale nessuno di noi ha mai parlato negli ultimi anni. […] in questo momento mi sento libero di dire quello che non abbiamo mai detto prima: l’estasi sessuale è il motivo fondamentale per questa esplosione di LSD. Il dottor Goddard, [capo della Food and Drug Administration], ha dichiarato in una audizione al Senato che il dieci per cento dei nostri giovani universitari assume LSD. Ti sei mai chiesto perché? Certo, stanno scoprendo Dio; certo, stanno scoprendo loro stessi; ma davvero avete pensato che il sesso non fosse la causa di questa impetuosa impennata giovanile? Non si può fare ricerca sull’LSD e ignorare il sesso, così come non puoi fare ricerca con il microscopio sui tessuti e ignorare le cellule.

Visti gli effetti, non stupisce minimamente l’utilizzazione che venne fatta di tali sostanze, al fine di addormentare le coscienze e spegnere desideri di cambiamento. E’ proprio ciò che realizzarono i servizi segreti in tutto il blocco occidentale attraverso varie operazioni di sabotaggio, tra le quali la più nota è l’operazione Blue Moon (narrata in maniera ottima da un documentario della Rai https://www.youtube.com/watch?v=kywmDZVjTnw), scattata agli inizi degli anni ‘70. Tale operazione era finalizzata alla diffusione di droghe pesanti, in particolar modo dell’eroina, all’interno del mondo giovanile contestatario, di matrice libertario, anarcoide, o di estrema sinistra per distogliere dalla lotta politica e silenziare ogni dissenso organizzato.

Tuttavia, se è vero che il sesso e la droga così intimamente legate, costituirono un ceppo importante della contestazione, l’habitat dove essa si andava formando, prima ancora che le piazze, erano i grandi raduni musicali dove si ascoltava prevalentemente musica rock, come il festival di Woodstock, andato in scena nell’agosto del ‘69 in una piccola città dello stato di New York. In questi raduni il consumo di droghe unito all’ascolto di un genere musicale a cui avevano avuto di recente accesso i bianchi, come appunto il rock’n roll, costituì il propulsore adatto a questa grande richiesta di emancipazione da qualsiasi vincolo e autorità. I balli frenetici e scomposti, infatti, accompagnati da un tipo di  musica di origine extra-europea, basata sul ritmo acceso più che sulla melodia produceva

un modo di essere dello spirito caratterizzato dalla spontaneità delle reazioni primarie, senza il controllo dell’intelligenza né la partecipazione effettiva della volontà; dal predominio della fantasia e delle esperienze sulla analisi metodica della realtà. Tutto ciò, in larga misura, è frutto di una pedagogia che riduce quasi a nulla la parte della logica e della vera formazione della volontà.

(P. CORREA DE OLIVEIRA, Rivoluzione e Contro-rivoluzione)

Cerimonia apertura di Woodstock, foto di Mark Goff

Se, in conclusione, ci si chiedesse cosa realmente rappresentò il ‘68, potremmo rispondere in breve adottando le medesime parole: predominio della fantasia e delle esperienze sull’analisi metodica della realtà […] frutto di una pedagogia che riduce quasi a nulla la parte della logica e della vera formazione della volontàDante, nel canto V del Paradiso, pronunciò un celebre ammonimento destinato a non esaurire mai del tutto la sua validità, avvertimento al quale la generazione contestataria (seguita da quella odierna) non seppe prestare ascolto:

Uomini siate, e non pecore matte