Dalla sua Repubblica, Platone caccia i poeti, e capiamo perché. La libertà è sempre stata detestata dai dogmatici sociali, dagli intellettualisti, da tutti coloro che sognano di fissare la società in forme statiche e che non tollerano altra libertà se non quella del bene – il bene decretato dal loro dispotismo illuminato. Tutta questa gente, fanatici dell’unità, sopporta male l’inevitabile varietà degli esseri e delle cose; vorrebbe riassorbire il tutto nell’Uno. In effetti, perché le patrie? Perché lingue diverse? Perché le classi? Perché i sessi? Perché non una sola umanità, una sola lingua, un solo sesso, un’associazione unica – senza guerre, senza antagonismi, senza lotte, nella benevola pace di un idillio eterno? Tutto dovrebbe essere intercambiabile, le razze, le patrie, le classi, i sessi. Ma eccola, la libertà, cioè la capacità di inventare il nuovo, di aprire delle strade al di fuori dei sentieri battuti, di aprire nuovi orizzonti, di errare, anche, di cadere, di inciampare, così come di salire e di camminare dritto. Se non parliamo ancora tutti l’esperanto è perché malauguratamente siamo esseri liberi, e in quanto liberi abbiamo bisogno di lingue diverse con le quali esprimere la diversità dei nostri animi nazionali. Se non formiamo ancora una sola umanità, è sempre perché siamo liberi e le patrie, come le ha magnificamente definite Georges Valois, sono «le forme diverse dell’esperienza umana». Se non vogliamo farci assorbire totalmente dallo Stato, è ancora e sempre perché siamo liberi, e in quanto liberi formiamo classi diverse, irriducibili all’uniformità statale. Per lo stesso motivo ci sono due sessi, e se questa dualità è irriducibile a qualunque femminismo di questo mondo è ancora perché siamo liberi e la diversità sessuale è necessaria alla formazione di una coppia coniugale, organo della Giustizia. Quindi, sempre e ovunque libertà, «questo grande giudice e arbitro sovrano dei destini umani», come l’ha definita Proudhon.

La cosa curiosa è che questo mondo moderno, tanto assetato di libertà, e che effettivamente ha fatto esplodere in ambito industriale e in quello delle macchine utensili una genialità prodigiosa tale che, come dice Marx, le piramidi egiziane, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche a confronto sono delle meraviglie infantili – questo mondo moderno, in campo morale, nega la libertà, afferma il determinismo e il materialismo, sostituisce alla responsabilità individuale il dogma della responsabilità civile, che è la negazione pura e semplice della morale. Succede questa cosa straordinaria: l’arte, la morale e la filosofia dei moderni nega quel che la loro attività afferma in maniera prestigiosa; e le gigantesche creazioni dell’industria, meraviglie d’audacia e di potenza, attendono ancora il loro Omero o il loro Pindaro, al punto che si potrebbe dire che l’immaginazione poetica dei moderni appare in ragione inversa alla loro immaginazione industriale e che la nostra specie, ormai chiusa nella sua conoscenza e nella produzione di utensili, pur pensando e parlando (ma senza poter cantare), sia stata improvvisamente colta da una singolare e paradossale impotenza poetica.