«Appena il servizio pubblico cessi di essere la cura principale dei cittadini ed essi preferiscano servire di loro borsa, che di persona, lo Stato è già vicino alla rovina. Se si deve andare alla battaglia pagano truppe mercenarie e restano a casa; se si deve andare al consiglio, nominano deputati e restano a casa. A forza di pigrizia e di denaro, essi hanno infine soldati per asservire la patria, e rappresentanti per venderla.

L’affaccendamento del commercio e delle arti, l’avido interesse del guadagno, la mollezza e l’amore degli agi mutano in danaro le prestazioni personali. Si cede una parte del proprio guadagno per aumentarlo a proprio agio. Date denaro, ed in breve avrete catene. La parola finanza è parola da schiavo; è sconosciuta nel vero Stato. In un paese veramente libero, i cittadini fanno tutto colle proprie braccia, e nulla col denaro: lungi dal pagare per esentarsi dai loro doveri, pagherebbero per adempirli da se stessi. Io sono ben lontano dalle idee comuni; credo le prestazioni obbligatorie meno contrarie alla libertà che le tasse.

Quanto meglio costituito è lo Stato, tanto più gli affari pubblici predominano su quelli privati nello spirito dei cittadini. V’è anche molto minor numero di affari privati; perché, offrendo la somma di felicità comune una porzione più considerevole alla felicità di ciascun individuo, resta a costui meno da cercarne nelle cure particolari. In uno Stato ben governato ciascuno vota alle assemblee; sotto un governo cattivo nessuno ama fare un passo per recarvisi, perché nessuno prende interesse a ciò che vi si fa, e perché si prevede che non vi dominerà la volontà generale, e perché infine le cure domestiche assorbono tutto. Le leggi buone ne producono di migliori, e le cattive delle peggiori. Non appena qualcuno dirà degli affari dello stato: «Che m’importa?» si deve riguardare lo Stato come perduto. Lo scemamento dell’amore della patria, l’attività del privato interesse, l’immensità degli Stati, le conquiste, l’abuso del governo suggerirono l’idea dei deputati o rappresentanti del popolo nelle assemblee della nazione, i quali in certi paesi si osò chiamare terzo stato. Così il particolare interesse di due classi è messo al primo e second’ordine, l’interesse pubblico solo al terzo. La sovranità non può essere rappresentata per la stessa ragione onde non può essere alienata: essa consiste essenzialmente nella volontà generale, e la volontà non si rappresenta: o è essa stessa, o è un’altra; non c’è via di mezzo. I deputati del popolo non sono dunque, né possono essere, suoi rappresentanti; non sono che i suoi commissari: non possono concludere nulla in modo definitivo.

Qualsiasi legge che non sia stata ratificata dal popolo in persona, è nulla, non è una legge. Il popolo inglese crede bensì di essere libero, ma si sbaglia di grosso; non è tale se non durante l’elezione dei membri del Parlamento: non appena li ha eletti, torna schiavo e non è più niente. Nei brevi istanti di sua libertà, per l’uso che ne fa, merita di perderla.

L’idea dei rappresentanti è moderna. […] Presso i Greci, il popolo faceva da sé tutto ciò che aveva da fare: era continuamente raccolto in piazza. […] il suo più grande affare era la libertà. Non avendo più i medesimi vantaggi, come serbare i medesimi diritti? I vostri climi più aspri vi cagionano maggiori bisogni; sei mesi dell’anno la pubblica piazza non è frequentabile; le vostre lingue sorde non possono farsi udire all’aria aperta; vi date più al guadagno che alla libertà, e temete più la miseria che la schiavitù. […] Per voi, o popoli moderni, voi non avete schiavi, ma lo siete voi stessi; voi pagate la loro libertà colla vostra propria. Avete un bel vantarvi di tale preferenza, ma io ci trovo più viltà che umanità. […] i popoli moderni, che si credono liberi, hanno rappresentanti, ed i popoli antichi non ne avevano. Checché ne sia, dal momento che un popolo s’impone dei rappresentanti, non è più libero; anzi non è più».

 

Jean-Jacques Rousseau, Il Contratto Sociale, Libro III, capitolo XV, 1762