Mi telefona un tale per dirmi che sta facendo una piccola inchiesta e vorrebbe che gli rispondessi a questa domanda: di che nazionalità vorrei essere se non fossi italiano.
Viviamo nel secolo delle domande. Chiudo gli occhi, aspiro profondamente e rispondo:
“Prima di tutto bisognerebbe provare che sono italiano. Vediamo di riuscirci con una dimostrazione per assurdo, ma ne dispero. Dunque, non sono fascista, non sono comunista, non sono democristiano: ecco che mi restano forse venti probabilità su cento di essere italiano. Non scrivo e non parlo il mio dialetto, non adoro la città dove sono nato, preferisco l’incerto al certo, sono di natura dimissionario, detesto il paternalismo, le dittature, gli oratori. Il gioco del calcio non mi entusiasma, lo sopporterei se sul campo i giocatori fossero ventimila e il pubblico ventidue persone, non ascolto la radio e non guardo la televisione; ignoro perciò gli eroi di questa attività di cui tutti sanno dirvi morte e miracoli.
Pago le contravvenzioni, non ho amici negli uffici importanti e mi sarebbe penoso partecipare a un concorso. Non so cantare e non mi piace sentir cantar gli altri se non a teatro. Non scrivo versi. Sono italiano? Ho conservato sempre gli stessi amici, mi piace viaggiare per l’Italia e quasi ogni luogo mi incanta e vorrei restarci. Sotto questo aspetto potrei essere un inglese. I grandi problemi mondiali mi lasciano perplesso e non ho per ognuno di essi un giudizio preciso e definitivo: sono forse indiano? Così pure mi stimo abbastanza prudente nel giudicare il prossimo e trovo che la maggior parte delle persone che conosco sono ottime e gli auguro ogni bene. Esquimese? Leggo libri di autori italiani, classici e moderni e ammiro i nostri artisti e qui potrei dirmi americano. Adoro il sole, il mare, il caldo, l’Etruria e la Campania e in questo potrei riconoscermi tedesco. Se visito un museo non parlo ad alta voce, e se vado in una biblioteca non tento di portarmi via un libro o le sue illustrazioni. Sono forse svedese? Non mi interessano i processi, la cronaca nera, la vita mondana. Eremita? Non scrivo il mio nome sulle rovine o sui nomi dei monumenti. Analfabeta? Pago i miei debiti anche evito di farne, non ammiro le grandi qualità dei popoli che non conosco, la morte non mi spaventa, sto volentieri in piedi la notte, e una compagnia che superi le quattro o cinque persone mi annoia francamente. Spagnolo? In treno non racconto episodi della mia vita ad estranei, né do giudizi sull’Italia meridionale, gli uomini mi interessano per il loro carattere, nelle donne ammiro molto anche l’intelligenza, che non mi suscita sentimenti di invidia o di disprezzo.
Tuttavia che io sia italiano potrebbe essere innegabile: infatti mi piace dormire, evitare le noie, lavorare poco, scherzare, e ho un pessimo carattere perlomeno nei miei riguardi. Se non fossi italiano, a questo punto non saprei che farci. Probabilmente sono sarei niente e questo dimostra, in fondo, che sono proprio italiano. Allora? La sua domanda è senza risposta. Si consoli pensando che per molti, l’italiana, non è una nazionalità ma una professione.

Da “La solitudine del satiro” di Ennio Flaiano.