A perpetuale infamia e depressione de li malvagi uomini d’Italia, che commendano lo volgare altrui e lo loro proprio dispregiano, dico che la loro mossa viene da cinque abominevoli cagioni. La prima è cechitade di discrezione; la seconda, maliziata escusazione; la terza, cupidità di vanagloria; la quarta, argomento d’invidia; la quinta e l’ultima, viltà d’animo, cioè pusillanimità. E ciascuna di queste retadi ha sì grande setta, che pochi sono quelli che siano da esse liberi.

De la prima si può così ragionare. Sì come la parte sensitiva de l’anima ha suoi occhi, con li quali apprende la differenza de le cose in quanto elle sono di fuori colorate, così la parte razionale ha suo occhio, collo quale apprende la differenza delle cose in quanto sono ad alcuno fine ordinate: e questa è la discrezione. E sì come colui che è cieco de li occhi sensibili va sempre, secondo che li altri, giudicando lo male o lo bene, così colui che è cieco del lume de la discrezione sempre va nel suo giudicio secondo il grido, o diritto o falso; onde, qualunque ora lo guidatore è cieco, conviene che esso e quello, anche cieco, ch’a lui s’appoggia, vegnano a mal fine. Però è scritto che «’l cieco al cieco farà guida, e così cadranno ambedue ne la fossa». Questa grida è stata lungamente contro a nostro volgare, per le ragioni che di sotto si ragioneranno appresso di questa. E li ciechi sopra notati, che sono quasi infiniti, colla mano in sulla spalla a questi mentitori, sono caduti nella fossa della falsa oppinione, della quale uscire non sanno. […] Questi sono da chiamare pecore, e non uomini; ché, se una pecora si gittasse da una ripa di mille passi, tutte l’altre l’anderebbero dietro; e se una pecora per alcuna cagione al passare d’una strada salta, tutte l’altre saltano, eziandio nulla veggendo da saltare. E io ne vidi già molte in uno pozzo saltare per una che dentro vi saltò, forse credendo saltare uno muro, non ostante che ‘l pastore, piangendo e gridando, colle braccia e col petto dinanzi a esse si parava.

La seconda setta contra nostro volgare si fa per una maliziata scusa. Molti sono che amano più d’essere tenuti maestri che d’essere, e per fuggire lo contrario, cioè di non essere tenuti, sempre dànno colpa alla materia dell’arte apparecchiata, o vero allo strumento: sì come lo mal fabro biasima lo ferro apresentato a lui, e lo malo citarista biasima la cetera, credendo dare la colpa del mal coltello e del mal sonare al ferro ed alla cetera, e levarla a sé; così sono alquanti, e non pochi, che vogliono che l’uomo li tegna dicitori; e per scusarsi dal non dire o dal dire male, accusano ed incolpano la materia, cioè lo volgare proprio, e commendano l’altro, lo quale non è loro richesto di fabbricare. E chi vuole vedere come questo ferro è da biasimare, guardi che opere ne fanno li buoni artefici, e conoscerà la malizia di costoro che, biasimando lui, si credono scusare.

[…] La terza setta contr’a nostro volgare si fa per cupiditate di vanagloria. Sono molti che, per ritrarre cose poste in altrui lingua e commendare quella, credono più essere ammirati che ritraendo quelle della sua. E sanza dubio non è sanza loda d’ingegno apprendere bene la lingua strana; ma biasimevole è commendare quella oltre a la verità, per farsi glorioso di tale acquisto.

La quarta si fa da uno argomento d’invidia. Sì come è detto di sopra, la invidia è sempre dove è alcuna paritade. Intra li uomini d’una lingua è la paritade del volgare; e perché l’uno quella non sa usare come l’altro, nasce invidia. Lo invidioso poi argomenta, non biasimando colui che dice di non saper dire, ma biasima quello che è materia de la sua opera, per tòrre, dispregiando l’opera da quella parte, a lui che dice onore e fama: sì come colui che biasimasse lo ferro d’una spada, non per biasimo dare al ferro, ma a tutta l’opera del maestro.

La quinta e ultima setta si muove da viltà d’animo. Sempre lo magnanimo si magnifica in suo cuore, e così lo pusillanimo, per contrario, sempre si tiene meno che non è. E perché magnificare e parvificare sempre hanno rispetto ad alcuna cosa per comparazione a la quale si fa lo magnanimo grande e lo pusillanimo piccolo, aviene che ‘l magnanimo sempre fa minori li altri che non sono, e lo pusillanimo sempre maggiori. E però che con quella misura che l’uomo misura se medesimo, misura le sue cose, che sono quasi parte di se medesimo, aviene che al magnanimo le sue cose sempre paiono migliori che non sono, e l’altrui men buone; lo pusillanimo sempre le sue cose crede valere poco, e l’altrui assai; onde molti, per questa viltade, dispregiano lo proprio volgare, e l’altrui pregiano. E tutti questi cotali sono li abominevoli cattivi d’Italia che hanno a vile questo prezioso volgare: lo quale, s’è vile in alcuna [cosa], non è se non in quanto ello suona nella bocca meretrice di questi adulteri; allo cui condutto vanno li ciechi de li quali nella prima cagione feci menzione.