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Tra grunge e battaglie del brit-pop, nuovi idoli e vecchie conferme, gli anni ’90 ci hanno regalato un decennio ad alta quota, fatto di nuovi orizzonti sonori e pietre miliari che, a quasi vent’anni di distanza, mantengono inalterate la loro forza d’urto. Un viaggio nei ricordi da ripercorre insieme, attraverso 10 capolavori che hanno suggellato un’epoca.

Gli Smashing Pumpkins in concerto

Gli Smashing Pumpkins in concerto

Pavement – Here (Slanted and Enchanted, 1992):

“I was dressed for success, but success it never comes” è l’incipit di Stephen Malkmus, che rende più disincantata possibile una delle ballad simbolo degli anni novanta. Minimale nella sua essenza indie a bassa fedeltà (con la chitarra solista che funge da metronomo), Here termina con un crescendo contenuto fino all’implosione.

Depeche Mode – Enjoy The Silence (Violator, 1990):

Dopo il successo elettronico degli anni ’80, i Depeche Mode tentarono la svolta rock con un album (Violator), che consacrò definitivamente la band di Basildon. Apogeo dell’album fu la celeberrima Enjoy The Silence, brano perfetto tra la tastiera di Alan Wilder e gli arpeggi di Martin Gore, che nella voce di Dave Gahan esplode in tutta la sua epicità, diventando un inno generazionale tutt’ora in voga. Da vedere e rivedere il videoclip girato da Anton Corbijn, con il re che, nonostante il mondo lussureggiante intorno, desideri solo un posto dove sedere.

Depeche Mode – Enjoy The Silence

R.E.M. – Nightswimming (Automatic For The People, 1992):

Il ricordo di una nuotata notturna suona come il passare delle stagioni nelle parole di Michael Stipe. All’interno del loro disco più bello (Automatic For The People, per cui la scelta del brano preferito è sempre un imbarazzo), i R.E.M. donano anima sinfonica ad una ballad perfetta nelle sue atmosfere disincantate, in cui la perdita dell’innocenza diventa una tragedia tanto rimpianta, quanto inevitabile.

Oasis – Don’t Look Back in Anger ((What’s the Story) Morning Glory?, 1995):

A quasi vent’anni dagli Smiths, da Manchester arriva un’altra band a scuotere il mondo. Gli Oasis, dopo il successo di Definitely Maybe, consacrano fama e talento con (What’s the Story) Morning Glory?, segnando uno degli apogei del decennio: i fratelli Gallagher collezionano brani indimenticabili tra cui Wonderwall e Champagne Supernova, ma è Don’t Back Look in Anger il vero capolavoro: affidato alla voce di Noel, il brano è un’esplosione rock’n’roll che vive tra gli echi beatlesiani (senza dimenticare l’inciso So I’ll start a revolution from my bed… riadattato da Lennon) e il rock ‘70’s di Bowie, in quello che ai tempi verrà rinominato Brit-pop. Un brano icona di una band, di un decennio, di milioni di fan in tutto il mondo!

Oasis – Don’t Look Back In Anger

Radiohead – The Tourist (Ok Computer, 1997):

L’eredità di Ok Computer ha lasciato singoli indelebili e un finale trasognato e perentorio, che Thom Yorke rende espressivo come sempre; grazie ad una prova vocale candida e sognante allo stesso modo, il brano ci ammalia scavando dentro l’ascoltatore alla ricerca di emozioni e sensazioni perduti, divenute ora flebili scintille. Prova da favola di Jonny Greenwood.

Paul McCartney – Calico Skies (Flaming Pie, 1997):

Una chitarra acustica ben accordata basta al vecchio Paul per descrivere con tenerezza una storia d’amore, o meglio, descrivere quelle sensazioni che hanno portato al nascere dell’idillio. La voce di McCartney è delicata, mentre la chitarra va a conformarsi alle parole, tra accordi quasi spezzati, scale e arpeggi. “It was written that i would love you, from the moment i opened my eyes. And the morning when i first saw you, gave me life under calico skies.” Una dichiarazione più limpida di questa è difficile da ritrovare, tanto chiara sembra la prosa con cui l’autore rimarca i piccoli dettagli che rivelano la nascita improvvisa dell’amore. Purtroppo per il genio di Liverpool, Calico Skies suonerà da lì a poco come epitaffio della compagna di una vita, Linda.

Paul McCartney – Calico Skies

Duran Duran – Ordinary World (The Wedding Album, 1993):

Una canzone che è un gioiello, a partire dalla struttura melodica, fatta di riff, attacco e ritornello meravigliosamente incastonati tra loro. E non stiamo parlando di tre parti della canzone messe lì per riempire, ma di una composizione che avvolge perfettamente il testo alla melodia, coinvolgendo l’ascoltatore empaticamente come poche canzoni: “Came in from a rainy thursday on the avenue, thought i heard you talking softly. I turned on the lights the TV and the radio but still i can’t escape the ghost of you”. Sulla perfetta messa in scena sonora, il testo scivola in maniera lineare, procedendo sempre sulla classica linea lirica dei Duran, fatto di immagini bellissime che non per forza devono avere un senso, quasi ad imitare (diciamo noi) il Godard degli anni ’80, che assemblava cose a primo impatto in antitesi per vederne poi il risultato.

Blur – Coffee and Tv (13, 1999):

La guerra del Brit-pop con gli Oasis era alle fasi finali quando i Blur relizzarono 13. Coffee and Tv fu probabilmente il brano più magnetico dell’album, figlio allo stesso tempo di un testo libero alle varie interpretazioni (dall’elogio del mondo nerd alle critiche verso la società contemporanea e perché no, magari una richiesta d’amore come nei versi “Take me away from this big bad world and agree to marry me, so we can start over again”) e di un videoclip assolutamente geniale, che sfido chiunque avesse 10 anni o giù di lì nel 1999 a non eleggere come preferito.

Blur – Coffe and Tv

The Smashing Pumpkins – 1979 (Mellon Collie and The Infinite Sadness, 1995):

È un anno incredibile il 1995: album e band che faranno la storia, canzoni immortali e tutto è pronto per essere consegnato agli archivi quando sul finire di ottobre esplode la bomba: Mellon Collie and The Infinite Sadness è l’album perfetto del decennio, realizzato dalla band forse più importante, guidata da un omone calvo che risponde al nome di Billy Corgan che, in quegli anni, è senza dubbio alcuno il più grande di tutti: in quel doppio album che segnerà la musica, la perfezione è raggiunta grazie a 1979: la voce in stato di grazia di Billy ci porta in un mondo nostalgico, disincantato e disilluso, vissuto nella riflessione dei tempi che furono, tra scelte sbagliate e un destino da sovvertire. Batteria e chitarra in questo diventano la scansione di questo umore temporale dove, come canta Billy, “cool kids never have the time”.

Soundgarden – Black Hole Sun (Superunknow, 1994):

La scena grunge degli anni ’90 è stata una delle pagine più importanti del decennio, in grado di aprire nuove possibilità al rock degli anni precedenti. Se band come Nirvana e Pearl Jam hanno segnato un’epoca, è dei Soundgarden forse il brano più bello ed evocativo: Black Hole Sun è un brano cupo, misterioso, duro in diversi punti, eppure nasconde momenti di candore legati alla voce di Chris Cornell, che sembra dipingere le immagini del testo, donando loro una concretezza tangibile. Ancora oggi, non è dato sapere cosa fosse quel “buco nero”: le ansie e le paure dell’autore, una critica premonitrice e beffarda verso la società, oppure chissà cos’altro. Di certo, la bellezza del brano, ci ha inghiottiti tutti! (P.S. Chi non lo conosce, provi a guardare il video capolavoro del brano).

Soundgarden – Black Hole Sun