L’esistenza del cantautore Piero Ciampi è costellata di aneddoti tra leggenda e realtà, punti oscuri e situazioni al limite che rendono il racconto della sua vita una sorta di mitografia. La sua personalità eclettica, riottosa e anarchica lo ha reso una personalità di culto per parte della società italiana, mentre il linguaggio diretto e senza fronzoli che caratterizza le sue canzoni riesce a descrivere un’Italia degli anni Sessanta e Settanta non così dissimile da quella in cui viviamo oggi.

Per dare un’idea di ciò che è stata la vita di Piero Ciampi si può partire dalla sua fine, il 19 gennaio 1980, quando sul letto di morte chiede un bicchiere di vino per poter brindare al trapasso e lasciarsi confortare dal sapore che lo ha accompagnato nel corso degli anni. Ciampi si è dimostrato accumulatore seriale di vizi, non nascondendoli mai, preferendo cantarli nei suoi brani spesso ispirati dal suo stesso vissuto.

Nato a Livorno nel 1934, incarna sin da giovanissimo tutti i luoghi comuni sugli abitanti della città toscana, facendosi ben volere per il suo modo di essere guascone e irritabile, con quel guizzo di genialità in grado di salvarlo anche nelle situazioni peggiori. Nonostante questo, il pubblico non lo apprezzerà mai fino in fondo e la sua ridotta discografia è il risultato del testardo supporto ricevuto dai suoi migliori amici, tra i quali Gino Paoli, che non ha mai nascosto la sua stima per Ciampi:

Ho sempre creduto che fosse quello che valeva più di tutti noi, il più poeta, il più lirico, il più artista, il più folle.

Gli insuccessi e la scarsa attitudine a esibirsi dal vivo non impediranno a Piero Ciampi di diventare la stella polare per i cantautori dell’epoca, capaci di coglierne la grandezza già in vita. Riconoscibile per la silhouette longilinea e i capelli sempre arruffati, trascorre la gioventù a zonzo per Livorno, seguendo l’esempio dei fratelli maggiori Roberto e Paolo, rispettivamente clarinettista e trombettista: si avvicina alla musica e studia contrabbasso. Intrapresi gli studi di ingegneria presso l’università di Pisa, li interrompe dopo aver sostenuto metà degli esami per tornare nella sua città originaria e costituire un trio musicale assieme ai fratelli.

La passione per la musica lo segue anche durante il servizio di leva a Pesaro, dove conosce il musicista Gian Franco Reverberi, suo commilitone, che lo introdurrà alla scuola del cantautorato genovese. Con lui fonda un complessino con cui sono soliti esibirsi durante la libera uscita. I mesi della leva portano in luce gli aspetti più spigolosi del carattere di Ciampi: comincia a bere, si fa litigioso provocando i compagni di camerata più anziani, e seduce la figlia del comandante. Terminato il servizio militare torna nella sua Livorno per poche settimane e poi, senza una lira in tasca, parte verso Genova, dove raggiunge suo amico Reverberi, e successivamente si dirige a Parigi. Si esibirà nei club della capitale francese con il nome d’arte di Piero Litaliano, sempre accompagnato da un pacchetto di sigarette, una chitarra e la necessità di mettersi in gioco in un ambiente nuovo.

Genova e Parigi affinano l’estro compositivo di Ciampi, che traduce le sue esperienze in poesie e canzoni catturate ovunque si trovi, spesso appuntandole su fazzoletti di carta. Nel primo disco del 1963, intitolato Piero Litaliano, in onore del periodo francese, si mescolano l’influenza della scuola genovese di Reverberi, Tenco, Paoli, Lauzi e De André, e il cantautorato poetico francese di George Brassens, conosciuto negli anni parigini. Del successo non vi è traccia. La moda di quegli anni in Italia è il rock and roll e le canzoni riflessive e malinconiche, ispirate da un amore perduto, non riescono a incontrare i gusti del pubblico. Anche la critica bolla come “canzonette” le composizioni del cantautore livornese, che cade in un periodo di silenzio musicale e di abuso di alcolici. Gino Paoli, preoccupato per lui, riesce a fissare un incontro con i vertici della Rca Italiana nel tentativo di procurargli un contratto con la casa discografica.

Il seducente fascino di Ciampi colpisce l’allora dirigente Ennio Melis, che elargisce immediatamente una somma cospicua per ottenere un suo disco. Terminato l’incontro, Ciampi si rivolge a Paoli lasciandogli intendere con un ghigno che non avrebbe mai onorato la promessa:

Oh Gino… glielo abbiam buttato nel culo

Con i soldi ottenuti iniziano tre anni di vagabondaggio per l’Europa, tra la penisola iberica e i paesi anglosassoni. Un periodo turbolento che gli lascerà in dote due matrimoni falliti e due figli. Queste esperienze sono la base di una produzione artistica di grande spessore, qualitativamente più brillante rispetto al passato. Fondamentale ai fini della stesura dei nuovi brani è l’incontro con il musicista Gianni Marchetti, dalla cui collaborazione proviene il singolo “Tu No”, canzone apprezzata da Charles Aznavour che invita Ciampi ad interpretarla all’interno del suo programma Senza Rete.

Nel 1971, grazie al supporto di Melis e la ritrovata fiducia nei propri mezzi, torna nel mercato discografico con il disco dal titolo Piero Ciampi, nel quale la forma-canzone squisitamente classica del primo album è sostituita in parte da taglienti flussi di coscienza tipicamente beat.

Il linguaggio schietto non concede zone d’ombra. All’uso caratteristico della parola si uniscono tematiche puntute come il gioco d’azzardo, l’alcolismo e la difficoltà nelle relazioni interpersonali. Ciampi diventa il cantautore della mediocrità umana, ne è un esempio “Ma che buffa che sei”, che descrive il rapporto di coppia con un’esaltazione della figura femminile che sfocia nella magnificazione, salvo poi raccontare con genuinità disarmante del pugno tirato alla partner, come se si fosse trattato di un’effusione, un rancore che alimenta il legame sentimentale.

Quel pugno che ti detti, è un gesto che non mi perdono, ma il naso ora è diverso, l’ho fatto io e non Dio

Un verso che, oltre a sorprendere per la crudezza, denota il senso di onnipotenza del cantautore: un suo intervento ha reso migliore un’opera idealmente perfetta, perché creata da Dio. Una blasfemia che pervade la poetica di Ciampi e che ritroviamo nella sua discografia con la canzone “Disse: Non Dio, decido io” incisa nel 1976.

Il racconto dell’universo dei vinti prosegue con “Il giocatore” nel quale la narrazione vorticosa, sulla base di un ritmo incalzante, introduce il tema del gioco d’azzardo facendo risaltare la compulsività nauseante e irrazionale della giocata. La vita di Ciampi è una continua puntata nella quale ha perso tutto ciò che gli è caro, come mogli e figli. Questa canzone è anche lo specchio di quello che sono stati i soldi per lui: un mezzo senza valore, che viene scialacquato con facilità disarmante.

Nell’incessante disillusione aleggia lo spettro dell’alcolismo, idealizzato nel brano “Il vino”, apologia sbilenca e sibillina cantata con la spigliatezza dell’ubriaco. La bottiglia diventa presenza sempre più ingombrante nella vita di Ciampi e influisce sulla sua voce rendendola pesante, strascinata e difficile da decifrare.

“Io e te abbiamo perso la bussola” è il terzo disco, pubblicato nel 1973, nel quale il cantautore si sviscera argomenti introdotti nello scorso album. Con “Te lo faccio vedere chi sono io”, il rapporto di coppia assume connotati grotteschi: Ciampi si precipita in deliranti promesse iperboliche prima di chiedere mille lire in prestito alla propria amata, in una contrapposizione tra lusso ideale e povertà reale. Una maschera che cela l’autocommiserazione e il senso di precarietà vissuta dal cantautore, insoddisfazione dettata dal non riuscire a dare alla propria compagna quanto meriterebbe. Diventa lo stereotipo di chi promette l’impossibile – “ti regalo un transatlantico” – salvo poi minacciare, con sarcasmo diabolico, di affogarla nel Pacifico se avesse deciso di fuggire.

Ma è con “Ha tutte le carte in regola”, il brano più autobiografico della sua discografia, che Ciampi scava nella propria anima raccontando l’amore per le sue due donne, esaminando il rapporto burrascoso con l’altro sesso e con la vita. Nella strofa “Beve come un irlandese” e “divide la cena con pittori ciechi, musicisti sordi, giocatori sfortunati, scrittori monchi”, Ciampi mostra di riconoscersi negli sconfitti dal destino, per questo vicini a lui e degni della sua comprensione. A differenza del disco Piero Ciampi, Io e te abbiamo perso la bussola è perlopiù incentrato sul crepuscolo del rapporto, la narrazione del fallimento della relazione di coppia ha “In un palazzo di giustizia”, brano sul tema del divorzio, il suo culmine.

I due album donano nuova visibilità al cantautore livornese. Bramato dai colleghi, che ne riconoscono la statura artistica, Piero Ciampi sistematicamente li evita rifugiandosi nella solitudine, allontanando chiunque voglia dargli una mano. Del resto lo canta lui stesso:

Preferisce stare solo anche se gli costa caro.

Rifiuta collaborazioni che potrebbero dare una svolta commerciale alla carriera. Ornella Vanoni lo cerca con insistenza per poter registrare un album composto dai suoi pezzi, ma con fare sciagurato non si fa reperire. Qualche progetto artistico si concretizza, come nel caso di “Ho scoperto che esisto anche io”, disco del novembre 1973 con brani scritti per Nada Malanima, sua conterranea, con la quale Piero Ciampi stabilisce un rapporto familiare e nella quale riconosce uno spirito affine, tendente all’autodistruttività e per questo bisognoso di supporto.

Si configura però un’altra delusione commerciale vissuta male da Ciampi, insofferente nei confronti di un pubblico che non riconosce fino in fondo la sua genialità. Questo acuisce il suo senso di disagio verso il mondo dello spettacolo, un’asocialità derivata dallo stato di incertezza autoprodotto, capace di far evaporare ogni opportunità con uno schiocco di dita.

Nel 1975 vive un accenno di successo con il disco antologico “Andare camminare lavorare e altri discorsi”, prodotto dalla Rca Italiana per rilanciare la sua immagine. L’operazione commerciale gli garantisce la chiamata, con onorario assicurato, nei salotti buoni italiani. Ambienti insoliti nei quali spesso e volentieri si sente fuori luogo e nei quali, a causa di un’ubriachezza molesta, attacca briga con gli astanti o con altri vip presenti. Piero Ciampi è distante dalla realtà borghese e dalla partecipazione a situazioni di questo tipo; ha sempre cantato dei vinti e dei modesti, vivendo fuori dagli schemi e portando una ventata di anarchia con la sua lingua mordace, che mal si adatta a frequentazioni di tal genere.

Compone un ultimo disco, “Dentro e fuori” del 1976, prima del progressivo allontanamento dalle scene, tra tour promozionali falliti e i problemi con l’alcool in peggioramento. Nel 1977, la Rai gli concede un piccolo spazio televisivo, intitolato “Piero Ciampi, no!” nel quale il cantautore spiega ed esegue alcuni suoi brani.

Per via della condizione alterata di Ciampi durante la registrazione, la Rai reputa inopportuno dargli il giusto risalto mediatico trasmettendolo in clandestinità. Da questo momento in poi le apparizioni pubbliche si riducono: Ciampi è stanco di tutto e sembra in attesa del momento degli addii, che giungerà di lì a poco. La morte del cantautore non sorprende per le tempistiche quanto per il modo: beffato da un tumore all’esofago e non dalla cirrosi epatica, come chi lo conosceva si sarebbe invece aspettato.

In una carriera artistica nella quale ha inesorabilmente intrecciato vita e arte, confondendo l’ascoltatore sull’effettivo protagonismo all’interno dei suoi brani, è riuscito a trasmettere una forma canzone declamata più che cantata, differente rispetto a quanto proposto in Italia sino a quel momento. In tanti hanno attinto dalla creatività del cantautore livornese, in pochi ne hanno riconosciuto la grandezza quando era ancora in vita. Mimmo Locasciulli, suo medico curante, ne è stato folgorato, Fabrizio De André ricorda come fosse necessario “pagar pegno a Piero Ciampi”, mentre Gino Paoli ha sempre cercato di donare luce a un repertorio nascosto al grande pubblico.

Piero Ciampi si è rifugiato nella canzone, senza la quale probabilmente avrebbe vissuto una vita ancora più turbolenta; lo ha fatto con una voce che avvolge l’ascoltatore come una carezza, salvo poi graffiarlo quando meno lo aspetta. Affermare che sia stato il principale artefice del proprio destino sarebbe una sentenza banale e poco veritiera. Come spesso accade, si tende a tributare la grandezza di un artista soltanto quando lo si è perso per sempre. Con Ciampi le potenzialità si sono percepite ma qualcosa è andato storto, e non è stato solo il suo spassionato amore per la bottiglia a condannarlo. Il pubblico non ha capito che davanti ha avuto un poeta capace di rendere pubblici i propri demoni, e non solo un artista bizzoso.

Le sue canzoni raccontano dei vinti e dei mediocri, personaggi centrali nella società odierna. Ciampi è portavoce credibile dei loro problemi perché, a differenza di altri suoi colleghi, li ha vissuti sulla propria pelle: non c’è quasi mai traccia di felicità nelle sue composizioni ma, come ne “Il Merlo”, egli è sempre alla ricerca del colpo di fortuna che dia la svolta alla propria esistenza. Parabola perfetta dei nostri tempi e sintesi poetica di uno spirito irrequieto.