Iniziamo dalla fine, perché adoperarsi per far apparire la situazione meno drammatica finirebbe per avvilirci ancora di più. Sono le 12, e ho appena smesso di studiare l’ennesima materia apparentemente inutile di un master che mi proietterà nel mondo aziendale prima della fine di quest’anno. Ogni mattina, per darmi la forza e ripetendomi che non sto tradendo me stesso, ascolto ad alto volume diversi brani dei CCCP e dei The Prodigy, le due band che più mi hanno plasmato. Non stai tradendo te stesso, mi ripeto, no che non lo stai facendo. È un mantra, nulla più, da ripetersi prima di entrare nella rinomata e fastosa sede dove noi “dirigenti di domani” – così ci definiscono, ma io ci credo ben poco – veniamo formati per rappresentare gli interessi dei privati che a noi si affideranno.

Dopo mesi, il mantra sembra funzionare: sulle note di Firestarter, Smack My Bitch Up, Out of Space, Omen, Invaders Must Die mi rassicuro, smetto di tormentarmi e penso che, dopotutto, certi valori non possono essere traditi, pur accettando un lavoro che con l’attitudine Punk non c’entra proprio un bel niente.

Dicevamo, sono le 12 di mattina e ho finito di studiare. Sono le 12 e accendo, con il solito distacco con cui mi approccio alla virtualità, l’applicazione di Facebook sul cellulare. Sono le 12, e non sorrido più, il distacco scompare perché un nodo al cuore sgozza il mio respiro. Sono le 12, e Keith Flint è morto.

È una calda e afosa settimana di agosto del 2009. Sono appena tornato dalla spiaggia con mio cugino e siedo su una poltrona in vimini. Accendo la televisione e, dopo alcuni secondi di puro zapping, qualcosa su Mtv – quando, ahimè, Mtv esisteva ancora e trasmetteva musica degna di tale nome – raccoglie la mia attenzione: è un concerto live di una band di musica elettronica che si è tenuto al Rock ‘Em Ring un mese prima. Quella fantomatica band erano i The Prodigy, ma non fu amore a prima vista: le grida acute di Maxim Reality mi angosciavano, la figura di Keith Flint mi instillava uno strano senso di disagio, le basi di Liam Howlett erano troppo difficili da digerire al primo ascolto.

Spensi la televisione, provando un certo grado di disgusto, e fu così che terminò il primo incontro ravvicinato con i The Prodigy. Un mese dopo – perché la coerenza, soprattutto in musica, è un valore essenziale – il mio ipod si riempì di ogni singola canzone mai prodotta, dal ’90 al ’09, dal trio di Braintree.

A 15 anni l’antisocialità scorre forte nelle vene, la puoi percepire che pulsa sottopelle come un tamburello prima di una carica di fanteria. È lì, che spinge per venire fuori, cercando disperatamente un tramite che le permetta di farsi largo. Ti senti soffocato, quasi soverchiato dall’impulso all’omologazione che il contesto liceale esercita sulla tua mente fragile, ancora morbida e plasmabile. Ed è come se, dentro di te, volessi preservarti, cercare un’isola felice in cui far ribollire e germogliare la tua rabbia interiore. Le cuffie, non si dica il contrario, servono soprattutto a quello, a far lievitare i cattivi pensieri, le recrudescenze di un caos interiore che, al di fuori di te stesso, non fa comodo proprio a nessuno. Ma le cuffie da sole non bastano. Serve il contenuto, servono un insieme di sonorità che fungano da vettore di quel sentimento difficilissimo da masticare e buttare giù. In poche parole, servono brani come quelli dei The Prodigy. Fu così che dai 14 anni fino ai 25 a cui – mio malgrado – sono infine giunto, non è passato giorno in cui io non mi sia dissetato alla sporca, lurida, autenticamente sudicia discografia di Flint e compagni.

Fu proprio Flint, nel mare magnum dei derivati Punk anni ’90, a colpirmi come ti colpisce un calcione dritto nello sterno. La nuca rasata nel mezzo con i capelli verdi che, sopra ogni cosa, svettavano verso il cielo, gli occhi sbarrati di chi non vuole lasciarti scampo, la mimica di un toro pronto a caricarti per storcerti le budella, le borchie, i piercing, i tatuaggi. Keith Flint si presentava così, come l’ultimo vero punker di un’epoca annegata nel buon costume, nella diplomazia, nella gentilezza fedifraga tipica della retorica di inizio XXI secolo. Vedere Keith Flint con gli occhi quasi rivoltati e la lingua fuori fino al mento, mi ha sempre fatto pensare che “Sai che c’è? Fanculo tutto”. Grazie al cielo, Keith mi ha insegnato l’arte più antica quanto complessa del mondo: mandare a quel paese.

Sono le 12.05, e ho lo sguardo fisso nel vuoto di un punto inconsistente. “Keith Flint è morto”, mi ripeto masochisticamente, per ovviare ogni dubbio. Non so cosa farò, probabilmente continuerò ad ascoltare i The Prodigy come ho sempre fatto, ma non come se nulla fosse. No, fare finta di nulla non è proprio possibile. Guardo per un attimo il telefono, foriero di quella tristissima notizia. Senza pensarci troppo collego le cuffie, cerco una canzone ben specifica e metto play. Un attimo dopo, Their Law rimbomba nelle mie orecchie: sento Keith che canta, e canta chiarissimo che I’m the law, you can’t beat the law. Fuck ‘em and their law.

Improvvisamente, capisco cosa ho perso. Proprio ora che la nostra società ne aveva più bisogno, proprio ora che l’attitudine punk è divenuta sempre più sbiadita e compromessa, Keith Flint ci lascia. E lascia soprattutto me, nel momento peggiore, in cui i miei valori sono quotidianamente minacciati dai miseri e formali artifici della Good Thinking Society, in un momento in cui mi avrebbe certamente reso più sereno sapere dell’esistenza di un punker come Keith in una qualsiasi parte del globo.

Ora non è più così e dobbiamo prenderne atto, iniziando dalla pratica, mandando a fanculo quanto prima, più di prima. Mandare a fanculo anche per conto di Keith che ora non può più farlo. Ci mancherai, Keith. Fanculo.