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Su un terrazzo di una bella casa romana, in un non troppo freddo ma ventoso pomeriggio di un lunedì di dicembre, ha inizio l’intervista prima della navigata all’Atlantico. Mancano una manciata di giorni e già si percepisce molta elettricità nell’aria.

Amico mio come stai? Complimentandomi con te per esser divenuto padre da poco e con tutti i tuoi impegni artistici ti chiedo: come riesci e come concili la figura del frontman di un gruppo ascendente e quella del genitore?

Ma in realtà vien da sé, è passato ancora troppo poco tempo per poterti dare una risposta, sono solo due mesi e mezzo, cerco di fare tutte e due le cose meglio che posso.

Essendo passato un anno e quattro mesi circa dall’ultima volta che abbiamo parlato in maniera ufficiale, ti vorrei chiedere, professionalmente, quali sono stati i traguardi maggiori che pensi di aver raggiunto in questo lasso di tempo? a parte la grande tappa dell’uscita del secondo disco.

Allora, i traguardi maggiori a livello professionale sono un po’. Su tutti il primo che mi viene in mente è l’aver iniziato a lavorare e suonare con delle persone che stimo tantissimo musicalmente. Suonare con Michele, Valerio e Guglielmo, ma anche con i due turnisti Giorgio Maria Condemi e Jose Ramon Caraballo Armas, musicisti eccezionali. Altra grande soddisfazione è quella di vedere la gente emozionarsi ai concerti, sempre. Le persone piangono, ballano, questo è bello.

Copertina del secondo disco

Copertina del secondo disco

Mi parli di “Gughi”? quanto e cosa, la presenza di un talentuoso e trascinatore batterista come Guglielmo Senatore, subentrato a Mattia Bocchi, ha portato all’interno del complesso?

Se prima eravamo in due a ballare l’Alligalli ora siamo in tre, nel senso che prima eravamo io e Valerio le personalità più affini. Guglielmo non è entrato solo come musicista, ma si è veramente inserito come terza figura insieme a me e a Valerio, senza nulla togliere a Michele, anzi. Vivendo molto la musica come la viviamo noi due è riuscito soprattutto a creare un grandissimo senso di unione in tutta la band, anche con Michele e tutti gli altri musicisti. Sì, è stato un momento molto importante, il tassello finale per creare una band unita, perché in questo momento siamo più uniti che mai.

Parlando del vostro secondo disco “Night Mistakes” hai fatto spesso riferimento ad una forte presenza del “Kitsch”. Mi sapresti dare una tua personale interpretazione di questo fenomeno riscontrabile nel disco, o in generale nell’opera corrente dei Joe Victor? Consci del fatto che non ti riferirai all’opera Gozzaniana de “L’amica di nonna Speranza”, però quanti buoni elementi di pessimo gusto vi sono nella vostra produzione?

L’idea che di fondo la musica possa essere un gioco. C’è una linea sottile che divide la comicità dall’ironia, a noi non piace essere comici o esilaranti, ma essere ironici sì. Essere ironici è una forma di gioco, c’è bisogno di tanta destrezza e abilità per esserlo profondamente. In questo caso l’elemento kitsch è l’elemento ironico, l’elemento di gioco. Il kitsch viene espresso come elemento esotico: la componente andina, araba, il voler fare il verso alla disco music è parte di un gioco e di un’opera che, volendo esagerare è molto più settecentesca, un divertissement. Un po’ come quando nel XVIII secolo venivano raffigurati questi paesi: pochi ci andavano, c’erano tanti racconti e la gente se li immaginava. La spiritualità, che c’è sempre in questo disco, viene racchiusa all’interno di questo contenitore un po’ più ironico, più intellettuale del primo album.

Gabriele e Valerio durante una esibizione notturna in un paesaggio mediterraneo

Gabriele e Valerio durante una esibizione notturna in un paesaggio mediterraneo. © Valentino Bianchi Photographer

Mi parli di questo nuovo assetto estetico del complesso? Quanto ci avete lavorato e quanto pesa al momento sul vostro successo?

Non è una novità, ma una naturale continuità di quello precedente, c’è solo un po’ più di intellettualità rispetto al primo disco più naïf, ma il contenitore estetico rimane lo stesso. L’uso ironico di determinate immagini, la capacità di farti entrare in determinati mondi e contesti, anche lontani nel tempo rimane uguale, solo che ora è più consapevole, direzionato e voluto. Quindi questo assetto estetico, secondo me, non si stacca dalla precedente fase. Se avessi fatto un disco trash, veramente pop, allora sì sarebbe cambiato. Se avessi fatto un disco uguale a quello di prima, sarebbe stato inutile. Dovevamo trovare una evoluzione alla precedente sonorità e la soluzione migliore ci sembrava quella di cercare di essere un po’ meno introspettivi, meno naïf e più musicalmente da ballo. La prima cosa è stata la scelta della disco music, di cui sentivamo il bisogno nei live, ovvero la necessità di trovare pezzi trascinanti, anche perché il live rimane comunque il nostro punto focale e questo disco lo abbiamo molto pensato per i concerti. La seconda cosa è che la disco music è quel contenitore kitsch che conferisce più espressione a questo modo ironico che noi usiamo per giocare con la musica. Alla fine ciò che esprimiamo è lo stesso concetto del primo disco: la gioia di vivere, perché la musica è gioia di vivere.

Foto scattata durante le riprese del video di Disco Folk Genial

Foto scattata durante le riprese del video di Disco Folk Genial. © Valentino Bianchi Photographer

In questo nuovo disco ancora si percepisce una dimensione trascendentale e spirituale con brani come Vanities oppure Goldenation, tuttavia è palese la volontà di staccarsi almeno formalmente dall’immateriale per finire nella concretezza della musica disco, tipica degli anni settanta e ottanta. I Joe Victor prediligono il “ballereccio” e lo scatenamento alla contemplazione?

Molti partono dal presupposto che la musica disco non possa essere spirituale, ma perché non dovrebbe esserlo? In questo senso noto una grande mancanza nell’italianità e nell’ascolto musicale degli italiani. Se una canzone è allegra allora non è seria, se una è lenta e triste allora è profonda. Perché non si può essere ballerecci e allegri, ma profondi allo stesso tempo? Non capisco questa premessa assurda che non trova nessun appoggio. Io posso scrivere, come tutti possono scrivere una canzone disco music anni settanta, ma anche dance anni novanta e cercare comunque un appiglio spirituale, anzi, in Italia è addirittura una novità, una cosa che non si è mai fatta. Questa è una linea di demarcazione che crea pregiudizi: la disco music può essere tranquillamente spirituale, cioè che racchiuda una visione di grandezza e perdizione da donare. Noi non siamo mai stati contemplativi e mai lo saremo; siamo sempre stati terreni, (non concreti), legati al live, al concerto, al ballare, all’ascoltare, al suonare, al cantare, non pensiamo assolutamente a fare cose di tipo ambient, oppure lavorare con la pura materialità sonora o entrare in territori contemplativi. Un po’ intellettuali sì, ma neanche tanto, perché alla fine non ce la vogliamo tirare e diventare pesanti, siamo comunque un gruppo leggero. Ma non capisco proprio questa linea di demarcazione in Italia per cui le cose allegre non possono essere profonde, quando all’estero e in tutto il resto della storia musicale questo elemento è esistito ed esiste.

Veeblefetzer, Gabriele (Joe Victor) e Giancance – When the Saints Go Marching In

In qualità di cantautore, con questo disco ti sei nuovamente messo alla prova e hai dimostrato di essere un capace paroliere. Pensi che una maggioranza, potrebbe sempre più avere a che fare con la travolgente sonorità, anziché con il messaggio del testo?

Quando giochi in Italia ovviamente il testo in lingua straniera passa in secondo piano, questo senza ombra di dubbio, quindi è la musica che deve parlare, così come l’apparato estetico, le foto, i video e tutto il resto. Quindi per ora sì, rispondendo alla domanda, poi quando andremo all’estero e i testi avranno una posizione non così subalterna alla parte musicale, allora vedremo come verranno recepiti, per ora nel nostro progetto si parla molto di musica. I testi, come per il primo disco, sono il contraltare della parte più spensierata che è quella musicale e gli danno quella profondità spirituale, anche ermetica spesso, che rende tutto molto agrodolce.

Vi siete assicurati un certo successo in Italia, questo oramai è innegabile, ciononostante, vista la produzione esclusivamente inglese, non ritieni che sia il momento di trasferirsi per un determinato periodo a cantare all’estero? Siamo tutti consci del fatto che per affermarsi fuori dai confini nazionali non bastano i tour, ma è bene stabilircisi per un po’ di tempo. Dopo l’imminente concerto all’Atlantico, forse l’unico posto dove ancora non avete suonato in tutto questo tempo, non sentite la necessità di staccarvi da Roma per altri lidi?

Sì, assolutamente, il progetto deve andare fuori anche perché nasce in una lingua straniera, l’inglese, la lingua universale in questo periodo storico. Si tratta di un progetto che ha la volontà di uscire dai confini nazionali e già ci fa un enorme piacere avere dei bei riscontri qui. Dobbiamo e vogliamo andare fuori, non è facile, ma stiamo lavorando per farlo.

I quattro agghindati durante il video di Charlie Brown

I quattro agghindati per il video di Charlie Brown

In molti altri pensano che il vero salto di qualità avverrà quando vi sarà un cambio di lingua: i Joe Victor, utilizzatori di una grande serie di stili e venature diverse, in versione completamente italiana, lo ritieni possibile? Se sì in che termini?

L’italiano ci piace, cioè è bello scrivere e cantare in italiano. Per una serie casuale di eventi siamo nati in inglese, abbiamo continuato e avuto successo in inglese, quindi anche trovare il tempo per fare altro non c’è stato. Non lo so se mai, come e quando accadrà, vedremo: il cantare in italiano è qualcosa che comunque vorremmo provare ma non sappiamo quando.

Questo ultimo disco è un crogiuolo di colori e richiami a paesi esotici, lontani culturalmente e mentalmente dall’Italia. In alcuni dei brani del disco in molti hanno percepito i Bee Gees, David Bowie, i Talking Heads, Cheb Khaled ed altri, per non parlare dei chiari influssi sudamericani e africani. Mi parli un po’ degli ispiratori che vi hanno guidato in questo percorso di crescita ed arricchimento artistico?

Tutto il progetto Joe Victor, fin dal primo disco, nasce da un desiderio esotico. Incarnare il ruolo del predicatore gospel quando sei un cattolico romano di estrazione è già di per sé un lavoro attoriale, come il voler fare il cantante arabo, lo chansonnier francese, il cercare di incarnare tantissimi elementi esotici lontani dall’Italia. In questo, il progetto Joe Victor nasce per gli italiani, per affermare che esiste una alternativa, non solo alla nostra musica che non deve mai essere messa in secondo piano perché stupenda, ma anche alla grande musica inglese, perché c’è tanto altro. Non abbiamo premuto così tanto l’acceleratore come volevamo in realtà con i suoni africani, gospel o andini, anche perché lì si sarebbe entrati in un lavoro di produzione molto più concreto, ma speriamo di farlo in un terzo album, in cui veramente si possa accelerare. C’è bisogno di una consapevolezza e conoscenza maggiore dei materiali di lavoro, ovvero come funzionano le varie sezioni ritmiche in questione. L’elemento kitsch è una spolverata, come lo era nel primo disco, ma sono appunto spolverate attoriali riconducibili al kitsch, alla parte ironica, al viaggio. Io non ti sto riproponendo una canzone andina, né gospel e né africana, sto comunque scrivendo canzoni con il nostro stile; il contenitore è quello della disco music perché ci piace un filo conduttore nell’album e non ci piace la sfilacciatura fra le canzoni. Ma la spolverata è la parte principale di tutta la faccenda, un po’ come quando metti lo zucchero a velo su una torta. Poi del doman non v’è certezza, ma per fare un disco veramente contaminato bisogna avere le conoscenze, qui il lavoro è kitsch, ma è bello e divertente perché così. Non c’è pretesa: ti avevo già parlato del disco capolavoro di Paul Simon, Graceland, in cui suonano musicisti africani e si fa una musica innestata nella ritmica sudafricana. Noi non abbiamo fatto quello, noi siamo comunque i Joe Victor che suonano comunque il rock’n roll e partendo da questa base ci mettiamo dei pochi ingredienti: la parte divertente e ironica è proprio questa.

Gabriele e Valerio durante una esibizione in un paesaggio mediterraneo

Gabriele e Valerio durante una esibizione in un paesaggio mediterraneo. © Valentino Bianchi Photographer

Come rispondi a chi definisce i Joe Victor come un gruppo indie?

Noi siamo indie ma perché siamo indipendenti, non perché apparteniamo a quel genere. Siamo indipendenti perché facciamo veramente quello che ci dice la testa, la nostra. Questo è un disco completamente indipendente, come le scelte che abbiamo fatto. Forse ci definiscono e siamo indie perché facciamo parte di quel contesto culturale, ma poi a me di queste cose non frega assolutamente niente.

Iniziamo a parlare un po’ di alcuni brani e del disco nello specifico. Charlie Brown: “Sono arrivato nel cuore della notte per accumulare, educare, stimolare”. Ci puoi parlare del contesto del brano? Levaci poi una curiosità sul video: quanto l’altissimo tassello del complesso belga anni settanta dei “Two Man Sound” vi ha ispirato?

I Two Man Sound fanno esattamente quello che volevo provare a fare io (E giù di risate ripensando al complesso citato) cioè quello che mi piacerebbe fare! Loro sono kitsch, belgi che suonano canzoni disco-brasiliane, questa cosa la trovo di un grandissimo interesse culturale. La musica è un gioco, perché la vita è un gioco…bello, tutto bello, ti fa sorridere, ti fa sperare in un mondo migliore, almeno a me. L’inizio del testo rappresenta una sfacciataggine ironica, una sfacciataggine che appartiene in realtà al personaggio Joe Victor, che arriva come un attore e mette da parte, in maniera educata e mai volgare, le sue insicurezze e prova a fare lo spaccone cantando in francese, facendo il reverendo gospel, quello che vuole educare le persone alla musica e al ballo: solo giochi, non pretende nulla. Vuole essere un personaggio divertente, un po’ spaccone, pazzoide, lui è Joe Victor. Charlie Brown è l’amico ricevente della dedica.

Joe Victor – Charlie Brown

Ci puoi svelare un mistero? Qual è l’ispirazione dietro all’arabeggiante Goldenation, il brano forse più ermetico e criptico di tutto l’album?

Il testo di Goldenation parla del giorno di definitiva chiusura di un locale che si chiamava “Golden Club”, ma in realtà, metaforicamente è la fine dell’età dell’oro, la fine della grande era del rock’n roll se vogliamo. L’ultima canzone che il DJ suonò quella sera era araba. È una immagine, una fotografia di un momento che non è mai esistito, un momento metaforico in cui l’era della grande musica, vissuta in un certo modo è finita. È il tentativo di creare un immaginario, un vero e proprio mondo, sapendo benissimo poi che le persone hanno un po’ di difficoltà ad entrarci per il problema linguistico dell’inglese, ma la spiritualità qui è più forte. Si toccano determinati temi con un po’ più di distacco, un po’ più di ironia ma in realtà ci si addentra nel profondo. Nella canzone ad un certo punto si dice: this is our last chance to shine, è l’ultimo momento per brillare. C’è un tema nostalgico, come in altre canzoni dell’album: si percepisce la fine di un’epoca, il cantare e suonare all’interno di un mondo che non mi rappresenta. Questo è il grande tema centrale del disco e della nostra attività musicale.

Joe Victor – Goldenation

Night Music 1988, uno degli storici cavalli di battaglia dei live è finalmente inciso su disco. Quanto questo testo ti è ricamato addosso e se sì, perché?

Nei testi di questo album, ti devo proprio fare una confessione, ci sono frasi che hanno tanto senso e altre che non ce l’hanno. Questo, ad un certo punto è stato voluto perché io non sono inglese e perché il progetto è veramente attoriale; un progetto in cui il personaggio dei Joe Victor è uno spaccone che finge di sapere le cose, ma che in realtà non le sa è invece un grande narratore, affabulatore, mischia tanti stili e personaggi in maniera confusa. Night Musica 1988 è una canzone a cui tengo tantissimo: è una canzone coerente perché io sono nato nel 1988 e idealmente, poeticamente la musica è finita in quell’anno, nel senso che la mia generazione, fa parte di quell’era in cui la musica non c’è, questo vorrebbe spiegare il testo. Il contesto in cui il testo è sviscerato, di notte, in maniera un po’ ubriaca, da hangover è un po’ come ricordarsi e scrivere della serata prima con i postumi, utilizzando varie immagini, qui senza dover trovare una coerenza forzata quando non deve esserci. Stesso discorso riguardo la famosa linea di demarcazione. Se io la coerenza non voglio mettercela perché non sono un inglese, perché non me ne frega niente, perché è pur sempre Art Rock ed è comunque sempre musica indipendente a 360°, Night Music rappresenta la risposta proprio a questo. This is a story for the night times and this story makes you cry, questa è una canzone per i tempi notturni e questa storia ti fa piangere. Una storia commovente, un profondo senso di solitudine: tutto il disco lo è, un sentirsi soli in quest’epoca, in cui noi non ci sentiamo rappresentati culturalmente. Poi te lo dico allegramente, facendo tanti personaggi, te lo dico senza sapere bene di cosa sto parlando, ma in realtà questa cosa la so bene. C’è un grande malessere, almeno da questo punto di vista.

Joe Victor – Night Music 1988

Torna ad occuparsi delle copertine Marco “Palma” Riccardi, altro artista ben noto e apprezzato nel campo. Quanto le copertine e i suoi vivaci colori danno identità al disco?

La scelta delle immagini per questo disco è stata molto difficile, anche per Marco. Le copertine su Youtube le ha fatte lui, mentre la copertina del disco l’abbiamo fatta io e un nostro amico cileno, Benjamin Gallagos. È stato difficile cercare di dare un senso di allegria e nello stesso tempo un senso di grande malessere, non sociale come molti cantano: “Sono solo, mi sento uno sfigato, non rimorchio” no, ma proprio: “I tempi non mi rappresentano, sono finiti e io sto vivendo la fine di essi”. Sto cercando di vivere qualcosa che non potrà mai accadere, il che è ancora più traumatico, però è detto con il sorriso, con la voglia consapevole di ballarci sopra. Benjamin mi faceva notare, mentre preparavo la copertina, come la scritta “Night Mistakes” in bianco su sfondo nero, poteva essere scambiata con un colpo d’occhio per “Nightmare”. C’è una linea dark in questa finzione, sicuramente questo disco è molto meno allegro del primo!

Ci parli di Vanities? Canzone considerata fra le più pregevoli, potenti e simboliche dell’album. Se non sbaglio era stata ideata per essere gemellata ad un altro brano con tematica politeista: se sì, quando la renderai pubblica?

(Sorridendo sornione in riferimento alla canzone politeista) Questo non lo so… io so dirti che Vanities in realtà è un incrocio di due testi che non ho scritto io! Il primo è una riproposta testuale e letterale proveniente dalla Bibbia, traduzione King James, precisamente l’inizio dell’Ecclesiaste, il Qoelet, scritto da Salomone figlio di Davide. Qui si parla della vanità, della visione terrena della spiritualità e soprattutto perduta, un senso di perdizione: tutto è vanità. La seconda metà è un Cut-up di articoli del New York Times, di non mi ricordo quale giorno che ho comprato dal giornalaio, sul real estate di lusso: una accezione della vanità; è un mettere sullo stesso piano due testi, uno eterno e l’altro giornaliero, di quelli che vengono buttati via. Una vanità delle cose, tutto muore, tutto si perde. Intersecare un testo che dura un giorno solo con uno che durerà sempre. Ritorna sempre questa idea di grande vuotezza: una canzone sulla vanità senza doverla proprio scrivere (In questo caso mettendo da parte la propria) prendendo soltanto due elementi, facendoli incrociare, cantarli, per poi rendere tutto molto musical alla Jesus Christ Superstar, divertendosi. Questo è lavoro attoriale, disperato, schizofrenico, in cui ogni volta ci sono mille personaggi che cantano cose, ripetendo sempre gli stessi concetti. C’è bisogno di tanta gioia di vivere: questo senso di grande nostalgia e solitudine non sono dicotomici! La gioia di vivere è la naturale conseguenza al momento di solitudine: sei solo? Ok, cerca di gioire perché comunque è l’unica cosa che puoi fare, invece di disperarti, piangere e lamentarti. “Are you in?” Ci sei dentro pure tu? Ti ci senti in questa epoca?

Joe Victor – Vanities

Alcuni sostenitori critici, fanno notare una parziale cessione di folk, blues e gospel ancora riscontrabili in pezzi come Goombay Drums e nell’intramontabile capolavoro Bye Bye Eleonor Rose, già noto ai più assidui frequentatori dei live, in cambio di sonorità più accattivanti e sfrenate, le quali innegabilmente compongono più della metà dell’album. Riscontri questa mancanza di equilibrio? Inoltre, come accogli queste critiche sull’unione di pezzi storici, assieme a brani nuovi e così sperimentali rispetto al precedente stampo?

Beh no non c’è un problema. Non ho mai trovato, se non in rarissimi casi, che le canzoni non potessero accoppiarsi se più vecchie o più nuove, non mi interessa perché non siamo dei cantautori, facciamo un po’ più arte che cantautorato. Questo da una parte è un freno al nostro progetto, però da una parte è molto più divertente ma più difficile da dover gestire. Quindi l’importante è come canti e il messaggio di fondo rimane sempre lo stesso, ciò che importa è il tipo di contenitore che gli dai: la canzone può essere anche vecchia ma la rinvigorisci con l’attitudine.

Nel brano Disco Folk Genial, tanto disco e genial ma apparentemente lontano dal folk, per la prima volta canti in francese, adoperando una voce conturbante e suadente, vagamente somigliante a quella dell’arcinoto autore dance svedese Günther: ci racconti il percorso che ti ha condotto a prendere questa interessante decisione?

Beh Günther è un po’ una ispirazione, più trash che kitsch, ma mi ha sempre divertito molto. In Disco Folk c’è di tutto, ci sono anche Sébastien Tellier e Jacques Brel. Il folk sta in due cose: ci sta perché non ci sta e se ci sta è nelle linee folkloristiche russe. Ci piaceva anche l’attitudine del titolo. Molto spesso negli album, anche in quelli di disco music, ti davano dei titoli che poi non corrispondevano a quello che c’era dentro. Questa cosa era molto divertente!

Valerio intento a gustare un gelato per le strade di Roma

Valerio intento a gustare un gelato per le strade di Roma

Ci puoi parlare di Freaks, del contesto del brano e della caratteristica modalità di canto che utilizzi?

Anche Freaks è una canzone molto vecchia. Parla di quanto non ci si senta all’altezza, di volersi dare un tono senza capire nulla, solo per appartenere a qualcosa. Freaks è: “Voglio cercare di piacere” anche se non riuscirò mai ad appartenere a quel mondo. Quel senso costante, anche un po’ liceale, di non sentirsi accettati e apprezzati, tutto però preso con grande ironia e nel suo essere una canzone molto melodica è anche un po’ grottesca. Per il tipo di canto, mi sono messo dei pezzi di carta in bocca. Abbiamo fatto due tracce, una cantata normalmente, una cantata con la carta: veniva fuori una voce un po’ impastata da vecchietto, da freak. Poi abbiamo usato entrambe le take, quindi ogni tanto si sentiva una voce molto pulita e ogni tanto una da bocca piena di carta, anche per dare quel senso di storpiatura. Un lavoro molto più artistico che realmente cantautorale.

Dov’è che, fra qualche anno a questa parte, pensi che la tua musica possa rispecchiarsi e innestarsi in maniera completa e totalizzante? Può essere un luogo fisico o un luogo astratto, dipende dalle tue sensazioni.

Io vorrei innanzi tutto cercare di lavorare sempre meglio e di essere il più efficace possibile quando ho delle idee, cercare di dover spiegare meno ed essere molto più d’impatto. Questo credo che accomuni tutte le persone che fanno questo tipo di lavoro. Voglio giocare la partita all’estero con tutti gli altri, anche perché Joe Victor è nato per quello, perché canta in un’altra lingua. Quindi sì, mi immagino. Vorrei cercare di andare ovunque, sia viaggiare appunto musicalmente e artisticamente, sia fisicamente col furgone.

Gabriele durante una esibizione

Gabriele durante una esibizione. © Valentino Bianchi Photographer

Ci puoi dare alcune visioni di questi “Night Mistakes”, i fondamentali errori della notte per comprendere lo spirito con cui è stato fatto l’album? Ci parli anche di questa divertente trovata del numero sul retro del CD?

Ci sono da dire molte cose su Night Mistakes. La prima è che è dedicato interamente a quel periodo in cui suonavamo fino a tarda notte, da Giulio passami l’olio, all’Argot o da chi più ne ha più ne metta. Un periodo in cui la musica viveva di notte. Un tempo molto notturno della storia artistica della musica, di come viene vissuta assieme alla bellezza e alla gioia. C’è una vena un po’ oscura, gotica. Un giorno sarebbe divertente vedere come titolo di una intervista una cosa tipo: “I Joe Victor vi stanno prendendo in giro, in realtà sono un gruppo dark che vi parla solo della gioia di vivere”. Una cosa a cui rispondi con un: “Perché?”. Il numero sul retro del disco è una sorpresa. Qui c’è anche una attitudine divertita verso la magia, l’esoterismo, l’astrologia, cose che fanno parte dell’immaginario kitsch. Quel numero ha già una segreteria telefonica, però tra un po’ si attiverà, magari dopo il concerto all’atlantico e vedremo di darvi delle sorprese. Ora non posso raccontarti niente.

Ti lascio dello spazio libero, per considerazioni approfondite, commenti e analisi sul disco e i brani che più ti hanno coinvolto e che ancora oggi, ascoltandoli a casa ed eseguendoli nei concerti, apprezzi di più.

Io sono legato a tutte le canzoni, per un motivo o per un altro. Goldenation e The Way of Love su tutte, sono quelle che mi divertono di più, forse perché sono totalmente diverse l’una dall’altra. Goldenation è kitsch, dance, un po’ più matura: sono molto legato alla sua sonorità e la trovo una canzone riuscita, anche Disco Folk a suo modo. Invece The Way of Love è l’unica canzone che sento veramente, in cui viene messo un po’ da parte il ruolo attoriale. Quella è l’unica vera canzone dove si è un po’ più cantautori, in cui c’è una sincerità meno filtrata e non c’è arte, non c’è un immaginario, non c’è il lavoro settecentesco ed esotico, c’è più un racconto vero: lasciamo da parte i tempi apocalittici e parliamo di amore.

I quattro in posa. © Valentino Bianchi

I quattro in posa. © Valentino Bianchi Photographer

C’è qualcosa o qualcuno a cui vuoi specificatamente dedicare il secondo disco?

Tutto l’inizio del periodo, tutto quello che ha formato la mia visione di musica che è fatta di amarezza ma soprattutto di gioia di vivere: con questa dalla tua e ballandoci sopra, riesci ad essere meno solo, riesci a credere in qualcosa. Una alternativa e una visione di bellezza, non voglio sentirmi nessuno. Però in quei periodi, anche se eravamo in pochi e poi sempre di più, era bello sentire tutto quel calore.

Soliti ed usuali ringraziamenti e saluti finali.

Ringrazio ovviamente tantissimo Marco Troni e Dario Nepoti che hanno svolto le attività manageriali, sono i produttori esecutivi di questo disco e ci hanno creduto tantissimo come noi. Voglio ringraziare molto il produttore artistico del disco Matteo Cantaluppi: è riuscito a capire perfettamente l’elemento ironico, kitsch e anche sofferente che molti non notano! Prima leggevo su internet: “Vincete due biglietti per il concerto all’atlantico del gruppo più esilarante del panorama italiano”. Tutto siamo tranne che esilaranti, o almeno, se si va a cena con Valerio sì. Vorrei ringraziare molto Beatrice: anche se dice di no e che non ascolto i suoi consigli, però, alla fine, i consigli li chiedo sempre a lei.


Non sembra esserci alcuna forza, fra il reale e il fantastico, capace di afferrare completamente questa dirompente energia surreale. Ci si può solo lasciare andare alla corrente delle apparentemente superficiali, ma realmente profonde e perturbanti vibrazioni. I Joe Victor dimostrano nuovamente di sapersi reinventare reinventando, pescando dal vasto mare del paradosso e della decadenza dei nostri tempi, per poi tirare fuori dal cilindro l’imponderabile: una lietezza misteriosa e dionisiaca, capace di far muovere come fronde al vento anche le più mummificate personalità. In una fresca miscela di sonorità si colgono tantissimi influssi d’esotismo, capaci di disciogliersi in un unico magma fluorescente e irresistibile. E mentre li ascolterete ballando per le strade, vi renderete conto che sotto di voi non vi sarà più cemento, ma un nero vuoto trapuntato di luci lontane: vi ritroverete a fluttuare nello spazio dell’ironico e del mistico, intrattenuti dai quei quattro cantori siderali di Gabriele Amalfitano (Voce e chitarra), Valerio “Lalletto Suo” Almeida Roscioni (Tastiere e voce), Michele “Wünder Bass-Boy” Amoruso (Basso) e Guglielmo “Gughi” Senatore (Batteria e percussioni). Se anche voi volete diventare cosmonauti del lunare Rio Grande assieme al “Meu amigo” Charlie Brown, venitevi a fare un giro all’Atlantico stasera: niente gravità, ma solo tanto magnetismo fra i galattici naviganti e le loro irrefrenabili emozioni.