Una goccia pura in un oceano di rumore. Questa è stata la dichiarazione di Bono, leader della band degli U2, durante un concerto in cui commemorava la morte di Jeff Buckley avvenuta pochi giorni prima. In questa frase si racchiude tutta l’essenza di Jeff, quella di una nota spontanea e angelica all’interno di uno spartito confuso e intricato.

Nasce ad Ananheim in California, patria del surf, che però Jeff, seppure interessato, non praticherà mai; presenta già dalle sue radici culturali una commistione che si riflette successivamente anche sul suo stile musicale. Il padre Tim, infatti, era mezzo irlandese e mezzo italiano, mentre le origini della madre Mary Guilbert, appaiono ancor più sfaccettate, poiché era di origine panamense, francese, greca e statunitense.

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La passione per la musica scorre nelle vene della famiglia Buckley, dove il canto è una costante in ogni tipo di occasione. In un’intervista del 1995 Buckley riferisce, quando gli viene chiesto delle sue origini panamensi:

Tutti in famiglia cantavano, tutti avevano pronte delle canzoni e tutti amavano la musica

La componente artistico-musicale si rivela evidente fin da subito in Jeff, ma è un incontro decisivo quello che lo porterà a dedicarsi ad essa con tutto se stesso. Siamo nel 1975, quando il piccolo Jeff, che all’epoca aveva solo otto anni, si trova seduto in prima fila ad assistere al concerto di un grande folk singer di origini Italo-Irlandesi, Tim Buckley, suo padre biologico. L’evento è importante, perché col suo padre naturale non ha avuto buoni contatti, anzi, non ne ha avuti proprio. Tim infatti, scappò dalla sala parto prima ancora che suo figlio Jeff vedesse la luce, evitando così di assumersi la responsabilità di crescere suo figlio.

Tim Buckley

Tim Buckley

Lee Underwood, chitarrista e grande sostenitore di Tim racconterà a Jeff che il padre non aveva intenzione di abbandonare lui, bensì la madre Mary, per la sua presenza troppo soffocante, e che avrebbe avuto intenzione di riallacciare i rapporti col figlio nel corso degli anni a venire, quando questi sarebbe diventato grande. Ma poco importa, Jeff cresce sentendosi un figlio indesiderato; sarà successivamente il meccanico Ron Moorhead con cui Mary si sposerà nel 1969, quando Jeff ha appena due anni, a rappresentare la figura paterna per quest’ultimo. Nel backstage dove si incontra con Tim si crea un’atmosfera surreale: seppur lo avesse incontrato appena due volte, anche se immemore di una delle due per la troppo giovane età, Jeff si getta tra le braccia del padre come se fosse abituato a vederlo tutti i giorni.

Gli racconta tutto d’un fiato ogni cosa, dalla scuola che frequenta al nome del suo cagnolino, davanti ad un commosso Tim, che non riuscirà ad evitare che una lacrima gli righi il profilo per l’emozione. Un incontro quindi che getta le basi per quella che sarà l’ambizione ultima di Jeff, la musica, ma che comporta anche una dolorosa perdita: pochi mesi dopo il riavvicinamento del padre al figlio, Tim viene ritrovato morto per overdose. Abbandono e morte, sono questi i lasciti del padre Tim a livello emotivo, mescolati insieme all’amore per la musica che, forse grazie agli sporadici incontri, o forse più per eredità, il padre Tim è riuscito a trasmettere al figlio.

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L’amore per il jazz, il blues, l’hard rock e il punk successivamente, creano una commistione che poi farà nascere la creatività e la permeabilità verso qualsiasi genere musicale da parte di Jeff. Come una spugna assorbe da qualunque fonte le tecniche chitarristiche e le sonorità provenienti da ogni realtà musicale e arrangia tutto quanto secondo le sue direttive musicali. È talmente abile nell’imitazione e nel replicare qualunque pezzo che viene soprannominato Jukebox umano.

Inizialmente la sua idea è quella di sviluppare le proprie doti strumentali per poter diventare un chitarrista a tutti gli effetti, non mette quindi in conto di voler diventare frontman, forse perché ancora non abbastanza sicuro di esserne capace, ma più probabilmente perché temeva l’eredità paterna e la conseguenza fatale. A dire di Jeff, l’immagine della rockstar dissoluta che pone fine alla sua esistenza con un cocktail micidiale di droghe in giovane età non era nelle sue mire, anzi, era una conclusione schifosamente banale. Banale forse, ma non per questo difficilmente perseguibile come vedremo in seguito. Ad ogni modo, arriviamo alla data cruciale in cui Buckley fa finalmente la sua prima apparizione in pubblico, in quello che si rivelerà essere il suo battesimo di fuoco: il 26 aprile 1991 presso la Saint Ann Church, per il tributo Greetings From Tim Buckley.

All’evento sono presenti vere e proprie icone della scena musicale: Danny Fields, produttore dei Ramones tra le sue tante band, Richard Hell, leader dei Vodoids che quella sera commemorò non solo Tim Buckley, ma anche Johnny Thunders, leader delle New York Dolls prima e degli Heartbreakers dopo, morto di overdose proprio in quei giorni, il violoncellista Hank Roberts e il chitarrista Robert Quine, che aveva collaborato con pezzi grossi del music business negli anni passati tra cui David Bowie, Mick Jagger e Bob Dylan. L’apparizione di Jeff Buckley sul palco, accompagnato dall’amico Gary Lucas, un chitarrista più grande di quindici anni che aveva militato nella band di Captain Beefheart, non passa inosservata, quegli zigomi, quel volto suscitano nel pubblico una reazione meravigliata e stupita: non c’ è dubbio che si tratti del figlio di Tim.

Jeff Buckley con l’amico e collaboratore Gary Lucas

Jeff Buckley con l’amico e collaboratore Gary Lucas

Danny Fields riferisce di aver urlato senza ritegno quando lo vide in piedi sul palco in procinto di suonare I never asked to be your mountain tratta dall’album Goodbye Hello. In questo brano Jeff sicuramente aveva trovato delle similitudini attraverso i versi nel rapporto contrastato col padre. La canzone infatti, come rilasciato in un’intervista per “Interview” nel 1994 da Jeff,  parla del padre e di come questo abbia scelto una vita all’insegna del nomadismo abbandonando quella precedente.

Jeff dirà successivamente:

Una scelta che ammiravo e odiavo allo stesso tempo, ed è per questo che la canto

Nella sua versione di Mountain inserisce un verso creato di suo pugno poco prima di salire sul palco, che alla maggior parte degli spettatori presenti quella sera non può passare inosservato dato che conoscevano piuttosto bene il repertorio musicale di Tim:

Il mio amore è un fiore che giace tra le tombe, spargi le mie ceneri lungo la strada

Jeff Buckley – I Never Asked to Be Your Mountain

Di fatto quella sera Jeff fa il suo debutto nel mondo della musica. Conosce Rebecca Moore, l’amore della sua vita, grazie alla quale entra in contatto con artisti di fama come Lou Reed, Allen Ginsberg e Philip Glass. L‘album di debutto è Grace, costituito da dieci canzoni dove spazia dallo spiritual al pop soul fino al rock.

Mojo Pin e Grace, la canzone che dà il titolo all’album, sono frutto della collaborazione con il già citato Gary Lucas i cui arpeggi melodici e trascendentali si sposano alla perfezione con la voce angelica di Jeff. È con Halleluya che l’album raggiunge il suo picco massimo però. L’interpretazione per i fan di entrambi i Buckley, non può non essere messa a confronto con l’altrettanto sublime Song To The Siren del padre Tim. Entrambe canzoni esprimono un fortissimo senso di spiritualità, ma mentre la prima appare più come un’elevazione verso ciò che per noi è ineffabile, la seconda è più sentita, tangibile e manifesta la sofferenza di un’anima tormentata che rivela un’affinità con i comuni mortali.

Il disco subisce dei ritardi a causa anche della lentezza nella composizione dei pezzi da parte di Buckley e arriva a costi di produzione pari a un milione di dollari, ma poi uscito alla fine d’agosto del 1994, viene accolto molto bene dalla critica. I successivi anni sono dedicati a tour mondiali che toccano quasi tutti i continenti concludendosi in Australia tra Sidney e Melbourne, dove l’album Grace arriva a vendere 35.000 copie diventando disco d’oro. Dopo questo estenuante tour Jeff prima inizia una collaborazione con Tom Verlaine, ex leader dei Television, poi con Andy Wallace, produttore di pietre miliari del rock come Nevermind dei Nirvana, che comincia a lavorare al suo prossimo album: My Sweet Heart The Drunk. L’album non vedrà mai la luce, o almeno, pubblicato postumo, non sarà che una serie di canzoni soltanto abbozzate.

Jeff Buckley – Hallelujah

Il 29 maggio del 1997 Jeff atterra a Memphis ed è deciso: vuole mettere anima e corpo per terminare l’album. I membri della band devono arrivare nel pomeriggio, così Jeff, insieme al suo amico e collaboratore Keith Foti, decide di dirigersi già alla sala prove. I due si rendono però presto conto di non sapere assolutamente dove si trovi e così si perdono nei pressi del Wolf River. Qui Jeff incontrerà il suo destino. Da sempre amante del rischio e del pericolo, decide di tuffarsi nelle torbide acque del fiume. Foti invece, è più improntato a spassarsela un po’ strimpellando sulla riva la chitarra acustica e ascoltando musica dallo stereo che si sono portati dietro. Jeff però non è in quel tipo di mood e così si addentra nelle acque. Essendo la riva fangosa, vi entra con i suoi adorati stivaletti Docmartens per non sporcarsi. Indosso ha una maglietta con la scritta Altamont, che richiamava il concerto maledetto dei Rolling Stones, dove un Hell’s Angels assunto per far parte della security della band uccise un giovane fan sancendo così la fine dell’estate dell’amore e del sogno di Woodstock.

Porta con sé ha anche la sua inseparabile collezione di chiavi, ne colleziona circa quarantasei, e prima di immergersi intona le note di Whole Lotta Love, storica canzone dei Led Zeppellin, la band che Jeff ha sempre idolatrato e che lo ha spinto a diventare un musicista. Nuota per un quarto d’ora, mentre un battello che sta passando di fianco a lui crea dei pericolosi movimenti ondosi. Foti, preoccupato che l’acqua sopraggiungendo fino alla riva possa danneggiare lo stereo si distrae per qualche secondo spostandolo, ed è un attimo: appena rivolge lo sguardo sulla distesa d’acqua non riesce più a scorgere il suo amico. Passano i minuti e l’ipotesi di un tipico scherzo di quelli che Jeff si divertiva solitamente a fare in situazioni come questa, si fanno sempre più improbabili, così vengono chiamati i soccorsi che nel giro di mezzora arrivano a setacciare il fiume, senza però trovare alcuna traccia del suo corpo.

L’ipotesi del suicidio si fa strada velocemente, anche per le molte manifestazioni legate all’elemento dell’acqua presenti nelle sue canzoni, come ad esempio il verso di una canzone di Grace dal titolo Lover, You Should’ve Come Over in cui Jeff immagina un corteo funebre che sfila in una veglia di tristi parenti mentre le loro scarpe si riempiono d’acqua. Così come nel testo di Real diceva: Non sono riuscito a risvegliarmi da un incubo che mi tirava giù. Eppure Jeff cantava d’amore, sulle note di Whola Lotta Love, mentre affondava nelle insidiose acque fredde del Mississippi.

Jeff Buckley – Lover, You Shuld’ve Come Over

Seppure Jeff Buckley sia sempre stato contrario all’immaginario della rock star dannata, alla fine ha seguito il percorso prestabilito per arrivare a divenire leggenda. Muore giovane, ha appena 30 anni, in una circostanza anomala che alimenta leggende e storie inquietanti e sono presenti riferimenti pronosticanti morte nelle sue canzoni. L’unico elemento mancante è l’overdose, infatti sull’autopsia effettuata al momento del ritrovamento del cadavere, il 4 giugno, risulterà negativo alla presenza di sostanze e verrà rilevata una quantità di alcool nel sangue molto bassa: 0,004 ml.

Ovviamente non sapremo mai cosa frullasse nella testa di Jeff nel momento fatale, ma sappiamo che il suo genio era infinito e avrebbe potuto sfornare ancora molti capolavori di cui non sapremo mai nulla. Anche se era solito scherzare sul fatto che in futuro sarebbero stati solo cinquantenni ad ascoltare la sua musica notiamo con piacere come in realtà siano anche le giovani generazioni ad immergersi nelle sue estasianti note.

Ecco viene la mia ora, non ho paura di morire, la mia voce in dissolvenza canta dell’amore