Kalos Irtate! “Benvenuto”, in lingua grica. Idioma in via d’estinzione che ha unito la tradizione del profondo Tacco dello Stivale alla saggezza millenaria del popolo greco. Benvenuto al pop americaneggiante di LP e ai migranti che solcano il Salento, da sempre terra di mezzo o non per mezzo. Benvenuto alle Napoli agli antipodi di Enzo Gragnaniello e di Clementino, ma non ai manifestanti No TAP, censurati in un amen dal servizio d’ordine. Benvenuto alla dissidenza jazz di James Senese, al violino sensuale della latina Ylian Canizares e ai franco-salentini Après La Classe, incisivi senza remore con la loro invettiva nei confronti del Ministro degli Interni. Benvenuto ai sacrifici di lino del sodalizio indiano Dhoad Gypsies, portatore di colori dissanguati ma fieri, e narratori del ritmo rajasthan, che spesso nasce dal morso del serpente da mille e una notte e richiede un’estenuante danza per poter emettere tutto il veleno del mondo. Un cugino della Taranta tout court. Ad accogliere tali vibrazioni nella ventunesima Notte della Taranta è l’abbraccio eufonico dei padroni di casa: l’intramontabile direttore artistico Daniele Durante, l’eclettica maestra concertatrice Andrea Mirò, la focosa orchestra popolare, il romantico corpo di ballo e il meglio dei cantori caputosta del Salento tutto: Mino De Santis, Antonio Amato, Antonio Castrignanò, Giancarlo Paglialunga, Alessia Tondo, Enza Pagliara, Stefania Morciano e Alessandra Caiulo.

Ad accendere le anime scolorite di una Melpignano kaput mundi – perlomeno per quattro ore –, dopo il tremendo minuto di silenzio in onore delle quarantatré vittime del Ponte Morandi, sono i canti leggendari della tradizione finibus terrae: pacata gioia sul lavoro, come Fimmine, sfida alle sventure giornaliere, come Aria Caddhipulina, tormentato corteggiamento da farfalle sul cuore, come Pizzica di San Vito, coro popolare che decapita la solitudine, come Kalinitta.

Onde leggere, suadenti, che sussurrano all’ascoltatore un tempo lento, inesorabile, attratto da impassibile immobilità. Nel Salento tutto è fermo, da secoli. Per questo canzoni di corteggiamento o di laica salvezza psicofisica, man mano che si dispiegano, assumono un ritmo indemoniato, incalzante, che scandaglia la più ligia resistenza. È un uragano pacifico, nel quale il vento che spoglia l’azzurro mare, inonda le vene di chi danza a piedi rigorosamente nudi. E poi la luce del sole: c’è sempre, anche al buio. Fustiga le tempie di chi sbatte i piedi al suolo per dissetante amore, il rimedio più efficace contro le arsure del paesaggio animato da pietre dure e gentili, vegliate da un cielo infinito, incalcolabile. Quell’invincibile senso di vuoto che spinge i salentini ad affogare i propri dispiaceri nella pizzica, nel mistico morso della Taranta, è ben descritto da Vittorio Bodini in Foglie di tabacco:

Tu non conosci il Sud, le case di calce

da cui uscivamo al sole come numeri

dalla faccia d’un dado.

 

Quando tornai al mio paese nel Sud,

dove ogni cosa, ogni attimo del passato

somiglia a quei terribili polsi dei morti

che ogni volta rispuntano dalle zolle

e stancano le pale eternamente implacati,

compresi allora perché ti dovevo perdere:

qui s’era fatto il mio volto, lontano da te,

e il tuo, in altri paesi a cui non posso pensare.

 

Quando tornai al mio paese nel Sud

Io mi sentivo morire.

Stesso sentimento inviolabile nutrito dalle tabacchine del Dopoguerra, donne con occhi privi della scintilla divina, spiriti raccontati con disincanto da Anna Maria Ortelle con il reportage Nel dominio del tabacco:

Sulla soglia, donne vestite di nero, con una mano nell’altra, a difenderle dal freddo, levavano su di noi gli occhi senza sorriso, neri. […] Nel solo Leccese, 40.000 tabacchine, circa la metà di quante ne sono in Italia. Per le raccoglitrici di tabacco nei campi, un salario di 250 lire al giorno: nei magazzini, da 360 a 560. Concessioni nella provincia, 300, magazzini, 500. Cifra totale del netto guadagnato da un piccolo numero di concessionari, ogni anno: da 15 a 20 miliardi. […] Lavoravano in grandi stanzoni pieni di umidità, con una finestrella in alto, che il regolamento vuole munita d’inferriate per evitare i furti, nella quale non vi sono gabinetti, né acqua da bere e all’uscita, tutte le lavoratrici vengono perquisite rapidamente dalla cosiddetta ‘maestra’. […] Occhi fissi, spalancati, lucidi di una speranza che a poco a poco si spegneva.

La Taranta interveniva nelle vite anonime di queste donne dimenticate per regalare loro una scossa incessante, una profusione d’emozioni incoscienti. I loro occhi neri, specchio di un’anima nera e di un cuore zampillante, si facevano mordere dalla Taranta, conoscendo bene quale sarebbe stato l’unico rimedio possibile: ballare senza sosta per tre giorni, come carne posseduta da belve mitologiche, per eliminare dalle proprie vene il veleno del ragno amico, il diversivo di un popolo concentrato a ripetere lentamente abitudini mortali, pregne di valori inoppugnabili. Urla paurose emanavano, sbattendo arti e capo per terra. La loro era elegante violenza, il fascino del dolore più soffocante. Ma la pizzica è anche amore, spesso incompiuto. Un uomo onesto che corteggia la regina dei suoi desideri, con garbo, girandole intorno, venerandola. La speranza è che ella gli doni il suo bianco fazzoletto, che è un passaporto per esplorare la veste scura, che si alterna alla gonna porpora. Il sigillo di un’unione che punta all’eternità, se solo questa saprà eludere le migliaia di ostacoli menati sull’arso cammino.

Ma adesso è la Taranta a parlare all’uomo, impartendogli una leale lezione d’esistenza. Lo fa dalle pagine puntuali di Raffaele Gorgoni in Lettere da una taranta – I ragni e la politica:

Nel mio piccolissimo ho la pretesa di essere divenuta una metafora del rapporto uomo/mondo. Non parlo solo di quel tratto rapinoso che la Storia spesso assume nei confronti della Natura. È banale. Gli umani consumano il suolo, dalle sue viscere all’humus superficiale, l’acqua, l’aria, catturano il sole e il vento e vorrebbero catturare anche il moto ondoso, tutto purché produca energia. Cosa ve ne farete di tutta questa energia è un mistero. […] Per voi la natura è ormai solo una retorica e, se possibile, ancora un altro business. Noi ragni ce ne faremo una ragione. Ora sembra che non vi basti divorare la natura e vi siete dati a una sorta di autofagia. Prendete pezzi della vostra stessa storia e li scaraventate sul mercato. Vendete la vostra identità e, meglio ancora, ne inventate una adatta a essere confezionata e venduta. Siete talmente bravi da vendere anche il rifiuto della mercificazione. […] Tutto deve essere valorizzato. Nulla può sfuggire alla valorizzazione, tutto deve essere messo in rete, farsi merce o almeno prodotto. Che la Notte della Taranta sia un tassello di tutto questo? In questa furia mi sembra che voi umani non abbiate più capacità di ascolto. Ciò che vi circonda è muto o, più probabilmente, siete voi a essere diventati sordi.

La Taranta oggi è un rito collettivo dalle mastodontiche potenzialità. La purificazione degli insoddisfatti. Crea nell’evento di Melpignano una contaminazione con altri generi internazionali che detengono la stessa ragione sociale: blues, jazz, rap, musiche balcaniche, mediorientali e orientali. Porta ad adattare il pop ai suoi canoni narrativi tradizionali: un esperimento tra alti e bassi. La Notte della Taranta è confronto tra culture, filosofie e stili di vita che a volte non si comprendono. Mira alla comprensione, allo scambio che pullula d’idee e ideali. Inquietarsi per resistere. È un tamburo tribale “naturale” che porta in piazza oltre 150.000 persone assetate di originale evasione. Fiotti di pensieri che non devono mai dimenticare le sofferenze de La tarantata, baciata caldamente sulla fronte da Giuseppe De Dominicis.

Allu nzartu zzeccata nfannisciandu

e cu ll’ecchi te fore stralunata,

russa comu papàparu, spumandu

pesciu te serpe, menza spetturata,

 

mpisa cussì allu nzartu e nae utandu

a nturnu tutta scramignata

e lli dienti nzerrati e poi schidhandu

ca se sente fore te la strada.

 

Stringe lu senu: doppu doi tre ure

comu nna morta a nterra se ba mina,

mmudhata tutta quanta te sudure;

 

e llu scucubbatu sècuta a cantare:

– “O Santu Paulu miu te Galatina,

te priamu cu la razzia ni l’ha ffare!