È forse fin troppo scontato dire qualcosa di più: Mark Hollis se n’è andato a soli 64 anni, dopo una malattia fulminante su cui sappiamo poco. Mi scrivono amici, avvisano della notizia scrivendo a lettere maiuscole come se si trattasse di un compagno della comitiva, alcuni sembrano particolarmente addolorati. Se scrivo queste poche note personali è solo perché questa è la storia di molti che, nonostante non avessero vent’anni quando Mark cantava i suoi capolavori, ascoltano oggi album come Spirit of Eden come se fossero nati nel ’68. Perché sanno cosa ha significato il genio musicale – così lo chiama il collega bassista Paul Webb – di Hollis nella decade della brat pack e del synth pop, senza peccare di inutili romanticismi e nostalgie.

Solo qualche breve parola. Mark era stato il leader dei britannici Talk Talk. Come molti della sua generazione – lo stesso Simon Le Bon dei Duran Duran, per citare un famosissimo – ha iniziato con il punk alla fine degli anni Settanta e su questa scia ha fondato agli inizi degli anni Ottanta il progetto che sarebbe durato un decennio, quello dei Talk Talk appunto, assieme, tra gli altri, al già citato Paul Webb e al batterista Lee Harris. Per rimanere in tema Duran Duran, fu il produttore della band ossigenata che già stava riscuotendo ampio successo di pubblico a vederci lungo: era Colin Thurston, il quale dopo le collaborazioni con Iggy Pop e Bowie aveva fatto esordire band di enorme successo come gli Human League.

Il successo venne in casa EMI, quando con la pubblicazione nel 1984 del secondo album uscì quel capolavoro squisitamente, filone synth pop, new wave/romantic, che fu It’s my life, dall’omonimo singolo, album che, tra le altre tracce, conteneva Such a shame, forse il brano più celebre scritto da Hollis. I Talk Talk non sono più i “novellini” di The party’s over, la band che veniva ricordata perché apriva ai concerti dei Duran. L’incontro con Thurston e con il tastierista Tim Friese-Greene fu molto probabilmente decisivo in questo, fatto sta che Hollis partorisce un album malinconico, riflessivo, potente e complesso. Ci mette di mezzo il suo volto, diventato iconico, in entrambi i videoclip, sia di Such a shame che di It’s my life: il primo piano di Hollis, con quel cappello di lana, i guanti senza dita allora di moda, e quell’espressività unica, tra il faceto e lo psicotico, i capelli biondi e i fenicotteri rosa che corrono, immagini a cui i feticisti vaporwave e i finti nostalgici di oggi devono solo baciare i piedi.

Se, sulla scia del successo, con Colour of spring sembrano già avviarsi su un terreno non ancora battuto, aggiungendo non solo collaborazioni interessanti, ma impreziosendo le tracce di toni chiaramente jazz e blues – qualcuno se li ricorderà a Sanremo ’86 con la bella Life’s what you make it –, con Spirit of Eden avviene la svolta che molti hanno definito post-rock. È il capolavoro musicale di Hollis. Quello a cui il pubblico è forse meno affezionato, forse, ma la decisiva elezione della band a un grado decisivo, sperimentale, aurorale. Hollis non è più solo un autore riflessivo, è un autore spirituale.

La musica di Spirit parla dell’anima e all’anima. Archi, suoni dilatati, sottili, spesso stridenti e graffiati, soundscape rarefatti, complesse orchestrazioni, l’organo e il piano, la voce di Hollis: le parole non hanno che il mezzo retorico della suggestione e dell’elencazione per descrivere quello che solo la musica può dire. E come se il raggiungimento di un apice coincidesse anche con un lento abbandono, pochi anni dopo i Talk Talk si ritirano dalle scene e, in seguito alla pubblicazione di un album solista, anche Hollis si ritirerà alla fine degli anni Novanta, lasciando la sua narrazione al mito.

Mark se n’è andato. E lo sappiamo tutti il motivo del nostro dolore. Non è solo l’aver perso il genio, che mancherà a tutti come un riferimento fondamentale, ma è la paura – la paura – che casi come quelli di Hollis e di altri grandi possano essere degli hapax della storia musicale, che di Mark Hollis, insomma, non ne nascano più. Un po’ di sano ottimismo vuole che non sia così, un po’ di realismo fa sentire uno strano prurito sulla pelle.