«Ma cos’è davvero la cultura? Credo sia una chiave per capire meglio quello che siamo. Deve essere circondata di silenzio. È impossibile che su problemi di qualsiasi tipo, di qualsiasi ordine, ognuno dica impunemente la sua e valgano le opinioni di tutti. Questa è una grande partecipazione della gente, incoraggiata fin dall’inizio dalle radio libere quando partirono “a microfono aperto”. Per me il microfono deve essere chiuso, e si lascino parlare le persone che ne hanno titolo e qualità. Questo falso senso democratico mi infastidisce moltissimo». Giorgio Gaber e Sandro Luporini, quando maturano tale pensiero all’aurora del Teatro Canzone, abbracciano idealmente Socrate, luce suprema sulla ricerca del merito nel mondo e sull’archetipo dell’umiltà atta a progredire: «Io so di non sapere». Gaber si definisce “un filosofo ignorante” non a caso: migliorasi per migliorare l’altro.

I due fuoriclasse della drammaturgia italiana si abbeverano fin da subito della dialettica negativa costruita dalla Scuola di Francoforte, ragionamenti iper-oculati sull’individuo promossi da Adorno e Marcuse, “la pagliuzza nell’occhio dell’umanità”. Sotto la lente d’indagine di Gaber e Luporini finiscono le tintinnanti analisi psicanalitiche di Freud e le perforanti decostruzioni anti-psicanalitiche di Laing e Cooper. Tesi e antitesi saranno il costante leitmotiv del Teatro Canzone, che osserva la società investita dalla dicotomia capitalismo-comunismo attraverso gli occhi di intellettuali mondo come Pier Paolo Pasolini e Roland Barthes.

Negli anni Settanta l’opera gaberino-luporiniana diviene l’emblema del Movimento rivoluzionario sessantottino, grazie a un bagaglio filosofico d’intensa propensione marxista e alla lettura appassionata di Sartre, Gramsci e Camus. Antitesi nella visione rouge di questi tempi è lo studio dei testi di un ficcante sociologo che ha sviscerato le criticità degli ideali del Sessantotto: Alberto Melucci. La costruzione lancinante è quella di Un’idea, da far sposare praticamente – oltre che spiritualmente – a un grande popolo appassionato:

Un’idea un concetto un’idea

finché resta un’idea è soltanto un’astrazione

se potessi mangiare un’idea

avrei fatto la mia rivoluzione.

In spettacoli come Far finta di essere sani e Anche per oggi non si vola, l’osservazione della società e degli ideali trascinanti del Novecento si trasforma una vivisezione dell’uomo, a ogni piè sospinto da ormoni e psiche. Al proprio interno l’individuo è tenuto insieme da un elastico fragilissimo che unisce corpo e mente, propulsione di socialità e inseguimento dell’affermazione personale. Ma volente o nolente il soggetto in questione si ritrova a far parte in maniera automatica dell’Ingranaggio che muove giorni, economia e poteri. Egli è una piccolissima rotella del totalitario meccanismo conformista e ha dei compiti precisi a cui adempiere: desiderare il desiderabile, consumare, essere uguale alla massa, non assumendo atteggiamenti sovversivi – che minano lo status quo dominante –. Seguendo i comandamenti omologanti del Dio consumo sarà ritenuto “sano” e “non pericoloso”, prodotto delle convenzioni.

Diversamente rischia di finire Dall’altra parte del cancello:

Ho visto un uomo matto

è impressionante come possa fare effetto

un uomo solo, abbandonato, dimenticato

dietro le sbarre sempre chiuse di un cancello […]

Noi fuori dal cancello

noi che siamo normali, noi possiamo fare tutto

noi che abbiamo la fortuna di essere sani

possiamo avere un buon lavoro, una famiglia

sempre unita, un’esistenza piena di rapporti umani. […]

Noi che abbiamo gli strumenti per poterci realizzare

con un titolo di studio

si può viaggiare si può avere il passaporto, la patente

il porto d’armi e la domenica allo stadio. […]

Noi siamo sani, noi siamo sani, noi siamo normali

noi che sappiamo di contare sul cervello

noi prepariamo i nostri figli per domani

e noi da quale parte del cancello?

Da quale parte del cancello?

Con gli spettacoli de La trilogia dell’amarezza a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, Gaber e Luporini si trasformano in corsari da proscenio, sferrando un eretismo che lucida la prosa del miglior Louis-Ferdinand Céline. Gli oggetti di studio sono tre: l’evoluzione della società investita da un progressivo svuotamento di valori dell’individuo, reso sempre più impersonale; il Dio provvidenziale e misericordioso che diviene uomo per toccare con mano i disastri sesquipedali creati dai meccanismi super intelligenti del progresso; la malinconia per la dilagante partecipazione passata, che ha generato incredibilmente il protagonista dell’ultra-contemporaneità: Il conformista.

Il conformista

è un uomo a tutto tondo che si muova senza

consistenza

il conformista s’allena a scivolare

dentro il mare della maggioranza

è un animale assai comune

che vive di parole da conversazione

di notte sogna e vengon fuori

i sogni di altri sognatori

il giorno esplode la sua festa

che è stare in pace con il mondo

e farsi largo galleggiando.

Dagli anni Novanta fino agli anni Duemila, Gaber e Luporini sposano idealmente Nietzsche, osservando come le mode, la corruzione e il protagonismo dei potenti abbiano inabissato la società del Dopoguerra in un Medioevo fitto e impenetrabile. L’urlo dei due filosofi è un fulmine sul cielo patinato del consumismo: La mia generazione ha perso. Sandro Luporini spiega con non poche sofferenze il senso profondo di tale affermazione:

Io e Giorgio volevamo solo dire che il Movimento del Sessantotto, rispetto alle sue aspettative di partenza, non aveva raccolto abbastanza; l’eco della sua protesta si era affievolito, se non addirittura spento, troppo presto per poter raggiungere dei veri cambiamenti. Si trattava alla fine dell’ammissione di una sconfitta – anche mia e di Giorgio – la cui analisi disincantata rappresentava per noi l’unico contributo reale che potessimo dare.

Eppure sopra il pessimismo necessario dei due fuoriclasse, s’innalza un bagliore d’ottimismo lanciato verso le future generazioni: la pretesa di un Nuovo Umanesimo che possa rigenerare il mondo alla stregua dell’epoca rinascimentale. Gaber e Luporini riabbracciano Socrate al tramonto del loro artistico trattato filosofico: Non insegnate ai bambini.

Non insegnate ai bambini

non insegnate la vostra morale

è così stanca e malata

potrebbe far male

forse una grave imprudenza

è lasciarli in balia di una falsa coscienza.

Non elogiate il pensiero

che è sempre più raro

non indicate per loro

una via conosciuta

ma se proprio volete

insegnate soltanto la magia della vita.

Giorgio Gaber, Adorno del Giambellino, Sandro Luporini, Marcuse di Viareggio, hanno diffuso nei teatri d’Italia un manuale leggero per la comprensione della contemporaneità, dotando il proprio pubblico di un cannocchiale disincantato verso l’avvenire. Claudius Messner osserva come la loro azione filosofica sia impegno responsabile per l’umanità:

La tensione di cui Gaber è alla ricerca assume un’altra connotazione venendo a significare rigore nel triplice senso di coerenza logica, etica ed estetica. […] Gaber, invece, non si accontenta della coerenza di cui si nutrono sia il consenziente che il dissenziente. Sulla scia di Adorno compie un passo ulteriore affidandosi alla forza della contraddizione.

La capacità del confronto asettico e propulsivo, in grado di alimentare tesi e antitesi con virtuosa ricerca, oggi manca, più che mai. Gaber e Luporini sono gli ultimi filosofi di Aida, ancore di salvezza pragmatiche per i millennials dello Stivale, fregati da mode e populismo, ma ancora in grado di cambiare il mondo.