Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni
Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni
Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni

Tarek Iurcich nasce a Roma il 19 luglio 1989. Tarek inizia presto a divenire Rancore, partecipando alle jam e alle gare di freestyle nella sua città. Nel 2006 il primo disco, poi l’inizio della fruttuosa collaborazione con DJ Myke. Col passare del tempo continua a veicolare contenuti profondi attraverso forme spesso complesse, di conseguenza generalmente poco commerciali, anche se il singolo S.U.N.S.H.I.N.E. del 2015 riscontra un grande successo di critica. Negli ultimi anni collabora con molti artisti della scena (Murubutu, Claver Gold, Mezzosangue, Danno), prima di dedicarsi alla sua ultima fatica. Musica per Bambini (uscito nel giugno 2018) è tutto fuorché musica per bambini. Originario del Tufello, sabato 30 giugno, si ritrova ad esibirsi a due passi da casa sul palco dell’IFEST (Parco Ponte Nomentano). Non potevamo farci sfuggire l’occasione di conoscerlo meglio.

Per iniziare, potresti parlarci del rapporto tra Tarek l’uomo e Rancore l’artista? Come si relazionano queste due identità sul palco e nella quotidianità?

Sicuramente sono due parti complementari dello stesso universo, è come dire materia e spirito in un certo senso. A volte sembra che siano legate in maniera imprescindibile, altre si confondono, altre ancora sono chiaramente distinguibili. Personalmente, da dentro, noto una differenza, e mi piacerebbe essere come quei grandi dello spettacolo che riescono a rendere il personaggio servo di loro stessi. È una bella visione, ma arrivarci non è facile. Però, ecco, il mio punto di arrivo è rendere Rancore al servizio di Tarek, e non il contrario, come spesso invece accade. L’artista come mezzo di espressione di ciò che la persona non potrebbe esprimere in alcun altro modo.

Hai recentemente definito (in un’intervista video per Sto Magazine) il tuo genere Hermetic Hip-Hop. Puoi spiegarci meglio il significato di questo termine che tu stesso hai coniato?

Hermetic Hip-Hop è la definizione che sono riuscito a trovare dopo anni per definire questo modo di fare rap. L’Hip-Hop è una cultura suddivisa in quattro discipline (writing, breaking, rapping e djing) che possono essere portate avanti in mille modi. Il richiamo all’ermetismo, una delle correnti letterarie che più mi affascina e mi rappresenta, deriva dalla volontà di creare dei codici, una complessità di discorso che viaggia su più piani e dà spazio a molteplici interpretazioni, come una cipolla. Ogni frase e ogni concetto hanno dunque più sensi. Se la poetica ermetica si fondava sulla pochezza delle parole, io faccio la mia rivolta usando la tantezza delle parole, capace di rapportarsi meglio alla realtà attuale, ma sempre ermetismo resta. L’obiettivo è quello di arrivare all’essenza delle cose, attraverso una ricerca che per certi versi può essere accostata alla matematica: rime che, al pari delle formule matematiche, siano in grado di spiegare la complessità del reale.

RANCORE1

Passiamo al tuo ultimo disco, Musica per Bambini. Chi, cosa e quanto tempo c’è dietro questo lavoro?

Da una parte è stato un lavoro lungo, dall’altra breve, considerata la quantità di cose che ho fatto nel mentre. Ho intrapreso un tour intero ristampando un disco di dieci anni fa e ho collaborato con tante persone, alcune delle quali hanno preso attivamente parte a questo disco. Nonostante ciò, Musica per Bambini l’ho diretto io musicalmente, segnando un punto di svolta rispetto al passato. In poco più di un anno il tutto è stato concretizzato, dato che alla base c’era un’estrema urgenza di dire determinate cose. Spontaneità (del messaggio) e razionalità (nell’organizzazione) si sono coniugate in questo lasso di tempo. Le influenze maggiori derivano dal mio percorso, dal rapporto con DJ Myke e gli altri collaboratori. La mia è una ricerca prettamente interiore, e proprio nella mia interiorità ho trovato gli stimoli e il cuore dei messaggi che stanno alla base dell’album. Ovviamente, questo io interiore non è bendato, ma guarda la realtà: lo Stato, l’Italia, il mondo. Soprattutto il mondo.

È evidente che la tua interiorità è complessa e proprio per questo in grado di generare numerose riflessioni che emergono dai tuoi lavori. Ne vedrei alcune, perlomeno le preponderanti in Musica per Bambini. Iniziamo dalla crescita, magari partendo dalla traccia Skatepark.

In Skatepark si coniugano diversi sentimenti. Sicuramente la nostalgia, non tanto del luogo, ma di una comunità che prima esisteva e ora non c’è più. Da qui il senso di solitudine molto grande, che ha tolto spazio al dialogo. Il cambiamento di per sé non è mai criticato, visto che una delle caratteristiche principali dell’Hermetic Hip-Hop è il dinamismo, sulla scia del To be water, my friend di Bruce Lee. Quindi in questa traccia c’è il richiamo al passato, in cui lo skatepark era condiviso, mentre ora ti chiedi: dove sono finiti gli altri? Lo skate è rimasto, magari sono anche più bravo di prima, ma il mondo è cambiato. Paradossalmente, oggi ci sono più luoghi del genere a Roma rispetto al passato, ma manca quello specifico, che alla fine era un semplice pezzo di strada, da noi adattato a skatepark, e che adesso è tornato ad essere tale, sul quale non so cosa fare. Diciamo che tutto il disco ripercorre questa solitudine. A volte, come in Stato asociale, viene sottolineato come essa derivi anche dai mezzi di comunicazione virtuali che ci hanno portato ad una (non-)comunicazione fittizia, proprio perché hanno esagerato nella volontà di comunicare sempre. Automaticamente, c’è un richiamo a degli elementi del passato: andare sullo skate significa metterci il fisico assieme, sebbene quella comunità non esista più. Saremmo potuti crescere diversamente, ma non sempre le persone corrispondono ad un mondo in continuo cambiamento, nel quale ti viene tolto il terreno sotto i piedi. Anche per questo, lo skate (che si adatta a questa mancanza di supporto terreno) diventa metafora della vita.

RANCORE2

In diverse canzoni (Sangue di Drago e Quando piove su tutte), fai riferimento al mondo del fantastico. Crei favole, citi fumetti e immagini scenari futuri. Ci parli del tuo rapporto con questi universi altri e al loro legame con la realtà?

Oggi il fantastico ha perso parecchio del suo potere. Ci sono state ere in cui il fantastico ed il reale si mischiavano molto di più. A me piace usare il fantastico come metafora per spiegare il reale, che talvolta non può essere descritto altrimenti. In alcuni casi si dovrebbe fare riferimento ad un linguaggio che non esiste per spiegare la realtà, ma io posso utilizzare solamente le parole che esistono, le quali, mediante associazioni differenti, rientrano in quello che le persone chiamano il fantastico. Eppure, esso è fantastico fino ad un certo punto perché il confine tra i due mondi è molto labile. In questo, credo di non avere la stessa visione di tanti ascoltatori che distinguono nettamente gli ambiti. Per esempio, tante cose che possono essere recepite come fantastiche per me sono reali, e viceversa. Il fantastico è stato sempre presente nella mia vita per questo motivo: creare delle metafore che spieghino meglio la realtà. Per questo mi sono spesso posto il dubbio se il fantastico non scada nella paranoia, che è una sua sotto forma. Oggi il fantastico è legato alla magia, dunque talvolta all’inganno. Una volta invece era legato alla fede e di conseguenza al mistero. C’è una differenza radicale tra mistero e magia. Il mistero è un qualcosa di superiore, che non tocchi e che non spieghi, in grado di avvicinarsi al mio concetto di fede. Ecco perché a me piacciono i maghi che si rifanno al mistero, anche se in parte utilizzano l’inganno.

Ci parli del tuo rapporto con la scena rap attuale? Da alcuni tuoi pezzi (Underman, Depressissimo) emerge una critica ad un certo tipo di musica. La tua volontà è quella di dissare determinati artisti o mira ad altri obiettivi?

Non ho mai apprezzato le cose fatte contro gli altri, né il basare il proprio lavoro su quello degli altri. Il dissing è un po’ questo. In realtà, non disso nessuno, ma, allo stesso tempo, disso tutti compreso me, motivo per il quale sono il primo a dire che è musica che non vende e che quando l’ascolti mi dici Che due coglioni! Ci sono persone che mi dicono che c’è della musica che non dice nulla, altre che mi supportano perché io dico qualcosa, anche se il senso non sempre viene capito fino in fondo. Quindi, se uno ascoltasse ciò che dicono tutti l’unica cosa che gli rimarrebbe da fare sarebbe quella di dissare tutti, compreso se stesso. Inoltre, quello che io disso non sono gli artisti, le persone, che fanno intrattenimento nel modo da loro considerato più opportuno, ma la situazione culturale. Di fatto, critico più chi ascolta e chi alimenta una determinata scena, non chi la fa.

I tuoi testi sono generalmente aperti ad una molteplicità di interpretazioni. Ce ne sono alcuni in particolare (Arlecchino e Questo Pianeta) che incarnano meglio di tutti gli altri l’incommensurabilità propria di un’opera d’arte. Ci confermi questo punto?

Sì, i testi che hai citato sono forse i due più personali dell’intero album. Per alcuni versi, li paragonerei a dei quadri astratti, con le difficoltà interpretative che ne conseguono. Li devi sentire, più che spiegare.

Ringraziandoti per la disponibilità, ti faccio un’ultima domanda. Pensi di esprimerti attraverso un altro medium artistico nel prossimo futuro?

Per ora ho la testa esclusivamente sul rap. Potrei esprimermi attraverso altri generi musicali, magari strumentali. In ogni caso, la musica parla: è sempre matematica emozionalizzata o emozione matematicizzata, ed è proprio questo il mezzo attraverso il quale a me interessa trovare la sintesi per poter spiegare quello che penso e sento.

RANCORE3

L’intervista finisce, ma la serata decolla subito dopo. Apre Huntress D, una giovane artista, impegnata socialmente da diversi anni in un progetto musicale all’interno del carcere di Rebibbia, che si rifà alla vecchia scuola del rap romano. Segue Murubutu, pseudonimo di Alessio Mariani, accompagnato dagli altri membri del collettivo La Kattiveria, col suo storytelling rappato. Poeta sul palco, professore di storia e filosofia nella vita quotidiana, non smentisce le aspettative, attraverso uno spettacolo memorabile. A chiudere Rancore e la sua Orqestra mascherata. Ospiti (lo stesso Murubutu e Danno dei Colle der Fomento), luce, oscurità, giocattoli, alieni e molto altro si susseguono sul palco ad un ritmo incalzante. Tarek intrattiene, scherza, soffre, ma soprattutto rappa, senza sosta. L’impressione è proprio quella di essere stati faccia a faccia con Rancore, e non ad una sua imitazione.