Gli artisti sono le antenne della razza, recita l’arcinota sentenza di Ezra Pound. È forse la chiave di volta di Canone Europeo, l’ultima fatica dei genovesi IANVA, tra le realtà più interessanti dell’ultimo decennio musicale italiano. Più che a un gruppo, ci troviamo di fronte a un periplo di esperienze e suggestioni, un caleidoscopio nel quale il presente dialoga senza soluzione di continuità con il passato, al fine di decifrare un futuro prossimo venturo – e non solo.

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Un passo per volta, tuttavia. Il progetto IANVA esordisce nel 2005 con l’EP La Ballata dell’Ardito, cui seguono il dannunziano Disobbedisco! (2006), Italia Ultimo Atto (2009), ricognizione sui numerosi chiaroscuri del nostro Paese, il distopico La Mano di Gloria (2012) e L’Occidente (2007), un mini le cui quattro tracce sono altrettanti percorsi alternativi la cui meta è sempre la stessa: il cuore pulsante di una civiltà. La nostra, per la precisione. Un’eterogeneità, insomma, che lascia intravedere un fil rouge dipanarsi attraverso nomi e luoghi, storia e antistoria, manifestandosi appieno e senza riserve forse proprio in quest’ultimo lavoro. Che è una miniera inesauribile di storia, nonché l’anello di una lunga catena che dal Sole dell’Ellade conduce alle brume del secolo su cui l’Occidente si è appena affacciato.

Del tutto naturale che Hellas occupi un posto d’onore nel Canone. Fu lì che tutto cominciò. Ma sempre in Grecia, più di venti secoli dopo, tutto sarebbe finito, lasciando sgomenta finanche l’ultima delle Muse innanzi alla mannaia di un’Europa dalla madrelingua monetaria scagliata sulla terra che diede i natali a Omero, che primo dettò il Canone. Segni dei Tempi, verrebbe da dire, non fosse che per il fatto che quello stesso sistema che ha azzerato il Canone è anche risolutamente nemico del tempo – nutrimento del Canone Occidentale – all’insegna di un presentismo assoluto nel quale si trovano a galleggiare, avulsi dallo ieri e dal domani, i contemporanei.

La Ballata dell’Ardito – IANVA

Ricominciamo da capo: gli artisti sono le antenne della razza. Tradotto: le civiltà nascono all’insegna dello stile, crescono e si sviluppano con stile e senza stile muoiono. Ed è sempre lo stile a rivelarci la “salute” del nostro disgraziato tempo. Giacché la contemporaneità è sondata da ben altre antenne, fisionomie degne di un Lombroso adottate da sedicenti rappresentanti dei popoli europei, lo stracafonal dilagante e le pose giovanilistiche a tutti i costi, la piaga del basic english a infestare il discorso sulla politica, la parcellizzazione di tutto, la cultura, il sapere, gli uomini… Una civiltà muore nel momento in cui – come ha scritto tempo fa Stenio Solinas, che non ci stanchiamo di citare – la parola “signore” diventa sarcastica, quando si dà a qualcuno del signore per prenderlo per il culo: Il signore di qua, Il signore di là

Se lo stile è davvero il sismografo delle ere – e lo è – meglio allora frequentare le sue vette, navigare à rebours, in cerca di isole tra la corrente. È probabile infatti che quelle isole siano i monti di un continente sommerso. Se è così – e, ancora una volta, lo è – meglio misurare la distanza tra queste vette, stabilire ricorrenze e congiunzioni, approssimazioni e somiglianze. Questo, e nient’altro, è il Canone, antica disciplina delle rovine, meditazione su ciò che passa e ciò che al tempo resiste, entrando in quel firmamento d’idee ed esperienze che siamo soliti chiamare civiltà.

L’Occidente – IANVA

Come tutti gli album di IANVA, Canone Europeo ha una title-track. E questa traccia, cantata da Mercy e Stefania D’Alterio insieme a un incredibile Enrico Ruggeri, altro non è che la rassegna di alcune delle vette di cui abbiamo detto, le quali a distanza di secoli resistono alla corrente. Che si chiamino Baden Baden o Bruges o Saint-Malo, che si stia parlando dei vecchi caffè o del Vittoriale, che ci si trovi all’Excelsior o a Marienbad, a Busseto o Bayreuth, poco importa. A manifestarsi è sempre lo stesso spirito:

reminiscenze che affollano mondi interiori / o solo lussuose location per pubblicità? / A voi la risposta turisti del mondo di fuori / Ma noi che siam dentro sappiamo che il Canone è qua.

Questo senso non è realtà di ieri, da restaurare a suon di conservatorismi o pose arcaizzanti. È sufficiente mutare il proprio sguardo sulle cose, tornare a frequentare il Grande Stile, quello che innamorò Nietzsche e Spengler, che misurò le ascese come i declini di una civiltà. Uno stile che può essere squalificato solo a partire dallo sradicamento massiccio promosso dal Sistema che uccide i popoli (Faye):

Eppure l’eccentrico arredo ch’è sopravvissuto / è il solo decoro che resta di una civiltà. / Asserragliatevi pure in un cubo fottuto / eluso da vetri specchiati ma il Canone è qua.

Superbo, il Canone malvolentieri si cura dell’auditorium, non si riduce agli interessi o ai pruriti del pubblico, avendo piuttosto la spregiudicata ambizione di formarlo. Un aspetto oggi del tutto negletto.

Procediamo per associazioni liberissime. Poco tempo fa, in quel di Genova, è stato nominato a presidente della Fondazione Palazzo Ducale un comico. Sì, avete capito bene, un comico. Il giorno dopo, un tronfio quotidiano à la page riportava la seguente dichiarazione di un assessore (pardon: assessora, assessor*, ci si capisce poco…): grazie a lui da domani Palazzo Ducale, sarà un po’ più “pop” e un po’ più di tutti. Al di là di una certa disinvoltura nell’utilizzo della punteggiatura, questa dichiarazione ci dice qualcosa di fondamentale e terribile a un tempo. Tuttavia, e lo diciamo senza esagerazione, è rinfrancante sapere che nella stessa città che ha perpetrato quest’operazione – squisitamente pubblicitaria, immagine di un’arte venduta un tanto al chilo – sia nato un progetto come quello di cui stiamo parlando, del tutto in controtendenza rispetto alla svendita massiccia di un patrimonio culturale.

Vittoria alata - Mario Sironi (1935)

Vittoria alata – Mario Sironi (1935)

È uno sfaldamento i cui risvolti sono molteplici. Uno dei più vergognosi è il pronunciato revisionismo linguistico, comprendente orrori che vanno dal provincialismo straccione di chi inserisce una parola straniera ogni due – soprattutto anglosassone, ovviamente – per apparire “aggiornato”, “sul pezzo”, all’utilizzo di segni d’interpunzione telematica per condire slogan. Gli #occupy, i #support… A questo si è ridotto il linguaggio politico. A questo si è ridotta una nazione.

Tra i vari orrori sintattici cui ci siamo condannati, non poteva mancare nel Canone un riferimento al famigerato politicamente corretto, che riscrive passato e presente in ottemperanza a quelli che sono e rimangono pruriti ideologici contingenti. È la traccia Come Ferro Battente a mostrare lo scempio della neolingua denunciata a suo tempo da Orwell, della quale la prassi politica odierna rappresenta il grottesco inveramento:

Inflessibilmente ti prescriveranno i toni / ed il lecito frasario / quando e se potrai parlare / Ma in fondo è evidente solo da chi dissente / Ormai ci si aspetta la lingua più corretta.

L’ennesima mutilazione di una cultura incapace d’ogni intransigenza / senza il gusto dell’oltranza, persuasa sia sufficiente cambiare nome alle cose per cambiare le cose stesse – attività, ahinoi, in cui il nostro Paese incarna una delle eccellenze.

Come Ferro Battente – IANVA

I compagni di solitudine del viaggio intrapreso da IANVA nel 2005 sono diversi. Tutti eccentrici, nel senso dato da Geminello Alvi a questo termine, tutti incategorizzabili e sfuggenti, ambigui e chiaroscurali. In una parola, titanici. Canone Europeo non fa eccezione. Da Benvenuto Cellini a quella galleria di suicidi comprendente parecchi artisti del Secolo Breve, le cui antenne brillarono nell’oscurità di un secolo, simili ai fuochi nella notte accesi nella splendida traccia Le Stelle E I Falò (de La Mano Di Gloria). Fino allo straordinario Vincenzo Peruggia raccontato ne Le Rital, il cui titolo riprende il nomignolo affibbiato agli immigrati italiani dai francesi. Quel tinteggiatore («Un italien! Mon Dieu, quale orrore!») che alle sette del mattino di lunedì 21 agosto 1911 uscì dal Louvre con la Gioconda avvolta nella giacca, del tutto intenzionato a restituirla ai legittimi proprietari.

Un gesto nazionalista? Null’affatto, o meglio, non solo. Anzitutto, un gesto estetico. E, d’altra parte, impossibile non ricordare che se il suo fu il furto del secolo, la rapina del secolo fu sempre compiuta da un altro gentiluomo, sempre di origine italiana, sempre in Francia e sempre sans armeni haineni violence. Quell’Albert Spaggiari che non sfigurerebbe affatto accanto al nostro tinteggiatore. È la sprezzatura dannunziana a rivelarsi in lui, ci avverte il booklet del Canone, mentre Peruggia, attraverso la voce di Stefania D’Alterio, in un vortice ascendente esplode:

Ho scelto Lei / Il vanto dei vanti / Un gran bottino di ladri arroganti / In più avanzanti diritti imperiali / Non bastando formaggi e maiali alla loro grandeur.

Le stelle e i falò – IANVA

Sono tutte linee di vetta interiori, testi e pretesti, indici di una sensibilità che, soffocata e denigrata, dileggiata e oltraggiata, può tornare a risplendere. Canone Europeo è un’aurea rassegna di queste esperienze, la cui misteriosa congiunzione è la quintessenza di ciò che, nonostante tutto, continuiamo ad essere. Di quell’afflato che non cessa di farsi sentire persino in mezzo alla dilagante volgarità, offrendo orientamenti a chi sappia osare intenderne la portata. Non serve tornare ai bei tempi perduti oppure evadere in paradisi artificiali. È sufficiente soffiare sulle braci: studiare il Canone, frequentarlo, praticarlo, agirlo, non cedendo alle anestesie estetiche né alle parcellizzazioni della cultura, coltivando l’arte della memoria senza esaurirsi – mai e poi mai – nel presente. Ad onta di ogni scuola del risentimento (Harold Bloom) e di ogni cultura del piagnisteo (Robert Hughes) tornare al Canone, (sola) misura della nostra Civiltà.