Identificarmi è impresa che supera ogni mia reale capacità, scrive di sé Cataldo Dino Meo, eclettico ed eccentrico poeta milanese di origine pugliese. Proprio per questo abbiamo deciso di intervistarlo, per forzare la sua tensione alla dispersione cosmica e all’umiltà intellettuale tipica del pensatore privato. La sua scelta di un lathe biosas epicureo, monito ai rischi di un’esposizione pubblica tanto scomoda quanto effimera, viene forse volgarizzata da questo confronto. Eppure, nella convinzione che il gioco dialogico riveli spesso più dello scritto solipsisticamente centrato, non ci siamo sottratti a questo compito. Non ce la faccio a vivere senza / ossessione, mi è insopportabile / l’assenza di psicosi, posso tentare / di esistere solo come fobia, / ombra d’ansia, depositario / di patema dichiara, sferzante, Dino Meo. Dalle sue ossessioni e fobie ci siamo lasciati travolgere, giacché l’uomo folle, sulla scorta di Nietzsche, è spesso più saggio dei farisei sapienti. Al lettore spetta decidere quale postura assumere nei confronti dell’esperienza poetante dell’autore. Sintonica o distante. Ma essa, certamente, non lascia indifferenti. Come non lascia tali il suo richiamo a una scrittura che

sia atto terroristico, sabotaggio / luddista, posto di blocco che dissuada / ogni centralità umana, sotterfugio / opprimente in spregio alla mente logica, / componimento di frasi palindrome, / in modo che, anche lette all’inverso, / mantengano inalterata l’identica, / crudele garrota.

Cataldo Dino Meo

Cataldo Dino Meo

Attraverso la tua lunga esperienza nell’underground milanese, quale idea ti sei fatto del capoluogo lombardo? Quale evoluzione – o involuzione, se preferisci – Milano ha vissuto negli ultimi decenni?

Provengo dalla provincia di Brindisi, negli anni Cinquanta sono immigrato con tutta la mia famiglia a Milano, nel periodo della grande deportazione che portò milioni d’italiani a lasciare il Sud per cercare, nelle città industriali del Nord del Paese, una possibilità di vita migliore. Ho dovuto adattarmi in una terra sconosciuta e straniera, vivendo in promiscuità nelle cantine umide infestate dai topi. Soltanto nel 1968, ma soprattutto nell’anno successivo, iniziai a scrutare quanto accadeva nel mondo giovanile – intendiamoci, si trattava di una minoranza, quella più benestante, la sola a potersi permettere di viaggiare all’estero e di avere garantiti studi ai massimi livelli. Parliamo della classe sociale borghese e piccolo borghese che contestava il vecchio ordine di potere creatosi dal dopoguerra, spesso detenuto dai loro paparini. Prima andai a curiosare nelle università milanesi occupate, in cui era più spiccata la componente politicizzata della sinistra extraparlamentare, successivamente cominciai a orbitare nel quartiere artistico di Brera, in cui era preponderante la caratterizzazione alternativa, hippy, underground.

Devo dire che non mi adattai mai in nessuno di questi ambienti, che giudicavo con scetticismo. Non facevano presa su di me i loro convincimenti dal dogmatismo isterico, quelle tesi che propugnavano la salvazione del genere umano dallo sfruttamento nel nome di un avvenire radioso sotto la Dittatura del Proletariato, quindi la negazione di ogni libertà, non avevano niente a che fare con le mie attitudini libertarie e libertine. Rifiutavo una generazione che idolatrava dittatori come Mao, Ho Chi Minh, Castro, Guevara. Rispetto a Milano, come del resto nei riguardi di qualsiasi altro luogo, posso dire che non ho mai coltivato alcuna aspirazione d’appartenenza, così come non ho mai avuto vocazione alcuna per le rivendicazioni identitarie. Come dice Emil Cioran, un uomo che si rispetti non ha patria. Ecco, proprio così, sono un senza Patria che non trova domicilio nel sistema solare. I discorsi sui cambiamenti sociali non mi coinvolgono, in realtà quando si parla di mutamenti nei vari aspetti della nostra vicenda umana c’è da osservare che in sostanza tutto è rimasto immutato nei secoli. Il nostro sgomento di morte ha mantenuto inalterato il suo panico terroristico, le domande che ci poniamo sull’esistenza ci perseguitano oggi come ieri. Certo, evolvono le tecnologie, cambiano le modalità di relazioni, di comportamenti e di stili di vita, le scoperte scientifiche diventano sempre più sbalorditive, e tutto questo mi va bene, non mi turba affatto, ma la maledizione del vivere continua implacabile a non darci tregua, come sempre.

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Quindi, un procedere risolutamente solitario, il tuo, o puoi annoverare qualche compagno di viaggio degno di menzione?

Il mio tentativo di essere totalmente diverso da tutti gli altri è riuscito così bene che mi ritrovo completamente isolato. Vivo nel mondo attuale come un castigato agli arresti domiciliari per manifesta inconciliabilità. Non mi sono concesso alla putredine dell’ovvietà e al perbenismo di fiacche utopie progressiste, non ho ceduto ai ricatti polizieschi della canea latrante collaborazionista intellettuale, respingo il valore della cultura, quasi fosse la panacea dei mali del mondo, la presenza antropomorfa mi getta nella melma delle fosse comuni, sono giunto a implorare la cecità sociale pur di non volgere mai più lo sguardo sulle opinioni criminogene della scimmia abusiva. Ovviamente esistono le soggettività vitali irriducibili, le sole con le quali posso condividere scorribande insurrezionali e ingovernabili da Vandali Coltivatori di Rose. Singoli che non si fossilizzano nella loro presunta unicità, ma che invece hanno piena consapevolezza di essere destinati a stare male il meglio possibile, seguaci di Proteo che cambia aspetto ogni giorno, che aspirano a diventare fascino conturbante, Viventi Inimitabili.

Io non sono attratto dai valori convenzionali, mi occupo di essere meraviglioso. E nella mia vita mi è capitato più volte d’incrociare il meraviglioso, come l’indimenticabile Gilda, un connubio tra Francoise Hardy e Juliette Greco, che mise nelle mie mani quattordicenni L’idiota di Dostoevskij, dimostrando una tale fiducia nei miei confronti che mi commuovo ancor oggi. Oppure l’indimenticabile Loris Turrini, partigiano e pittore di notevole talento che mi trasmise l’amore per l’Arte e la Storia, con il quale m’incontravo ogni giorno nella sede della nostra Accademia, una latteria di Quarto Oggiaro. E poi il mio Socio, una figura mai esistita negli annali delle incredibilità, ma che vi assicuro essere davvero reale, con il quale frequento da decenni Casino e bordelli, in questa modalità: giochiamo al Casino e i soldi li mette lui; se perdiamo, perdiamo i suoi soldi, se vinciamo, facciamo a metà.

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Al centro della tua creatività sta CARMINAVOX, un progetto di poetica visuale prodotto da Video ALOK. Come nasce questa iniziativa? E con quale intento?

Col Super 8 Voglio Uccidere, premio RAI alla rassegna milanese Film-maker del 1982, io e mio fratello Antonio Meo iniziammo a sperimentare il linguaggio visivo con la poesia. Si trattava allora d’immagini accompagnate da una base musicale, ma con la voce fuori campo come si faceva a quel tempo e come si fa ancora oggi nell’ambito della video-poesia. Nel 2004 mio fratello Antonio, senza aver mai scritto un solo verso, innova il linguaggio della poesia realizzando il video Caravaggio, a tutti gli effetti l’inizio di una nuova forma di trasmissione della poesia che la proietta verso un’altra dimensione. Egli media, in una sorta di transfert, il linguaggio dei video-clip musicali applicato alla letteratura, alla poesia. Quindi immagini in rapida successione con la presenza all’interno delle sequenze della voce che dice il testo, così come nei video musicali si vede il cantante cantare, perciò non più voce fuori campo come nella video-poesia, ma il testo che viene detto all’interno del racconto visivo come se il poeta fosse il cantante. È infatti necessario dare nuova linfa al linguaggio poetico, la poesia non ce la fa più a stare reclusa nella pagina estenuata e anemica, occorre sottrarla all’insufficienza della parola stampata, farla evadere dal carcere circondariale dell’editoria, sottrarla al paradosso di non servire a nulla, ma della quale nessuno può fare a meno. Dal 2004 le produzioni Video ALOK hanno realizzato oltre venti opere con voce e testo miei e con musica, riprese, editing e regia di Antonio Meo. La serie di sette video denominati CARMINAVOX segue l’intento di proseguire il vecchio progetto, ancora oggi da continuare. Riteniamo infatti sia ancora ampiamente da sperimentare, potenzialmente aperto a mille variazioni, molteplici soluzioni creative. Il nostro non è da considerarsi un linguaggio chiuso, consolidato, fino al punto da ritenerlo ormai esaurito, anzi, ci auguriamo che anche altri vogliano contribuire a svilupparlo, applicando le nuove tecnologie ormai a disposizione di tutti alla propria invenzione visiva e poetica. Video ALOK, insieme alla galleria d’arte STUDIOLO di Milano, ha pubblicato il mio VANDALICA, che ha la singolarità di essere la sola raccolta poetica che contiene anche un Indice Video. Il testo, lo ricordo ai lettori dell’Intellettuale Dissidente, può essere richiesto gratuitamente. «Solo il gratuito è divino», ci ha insegnato L.F. Céline.

Fra i temi liricamente abbozzati nei tuoi scritti, a emergere è l’ossessione del nichilismo, connessa al disprezzo – quasi estetico – per il mondo moderno, unito a una lacerante ricerca interiore, scettica e mai dogmatica, tutta tesa a un ripensamento delle stesse categorie del pensiero. Il dolore dell’esistere – «l’impudicizia di esserci» – riecheggia costantemente, eco angosciata e angosciante. Come si convive con questo fardello?

L’ossessione del nichilismo non mi ha mai preoccupato, la osservo con rispetto e sportività: ho imparato a convivere con le fobie senza patemi devastanti. Esse mi conoscono profondamente, io sono giunto a compiangerle per l’ingiusta sorte che le ha relegate nel ruolo di discariche delle paure umane, viviamo ormai un sodalizio fraterno in questa nostra comune condizione di disadattati. Nichilismo, cinismo, scetticismo, sono lenti d’ingrandimento che ci aiutano a mettere a fuoco le nostre capacità di farci vedere le cose così come sono e non come vorremmo che fossero, c’impediscono di andare in giro per le strade con la testa carica di tritolo ideologico. Non posso avere nessun disprezzo estetico per il genere umano perché ho troppa considerazione per l’estetica da mischiarla senza misericordia con la fogna. L’essere umano è spacciato, non si può aggiustare, non esiste nessuna procedura d’intervento che possa correggerne le disfunzioni e i meccanismi guasti. Il problema sta all’origine, c’è un difetto di fabbricazione che lo rende inadeguato alla vita. L’estetica è la stella polare delle mie azioni, costante punto di riferimento che io definirei pathos della bellezza, scevra da ogni riferimento teorico, direttamente legata alla mia vita concreta, al culto della fisicità, del corpo femminile, la sola autentica prova che, anche privi di fede, si può assurgere a preghiera. Oppure la scelta vegetariana, fatta non per motivi etici, ma solo ed esclusivamente perché non è chic affondare i denti nelle carcasse, nei cadaveri. E poi il ricordo del padre nel mio libro VANDALICA: «Mio padre m’insegnò come affrontare il plotone d’esecuzione: morto per morto, mi raccomando, sempre ben pettinato!». L’estetica mi dispensa dalla volgarità dei tafferugli professorali intorno all’essere, tenia attorcigliata attorno a vacuità del sensus finis.

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È vero, come suggerisce un importante filone carsico della cultura occidentale, che è l’aspirazione alla sapienza a tormentare e snaturare l’uomo? Che, con Nietzsche, Šestov, Fondane, meglio sarebbe per l’uomo vivere di superficie in superficie? In alcuni tuoi versi sembri persino augurarti l’estinzione del genere umano…: «Ho visione che l’individuo schiatti, / finisca d’apparire, lasci il posto / a vapori leggeri che volino lontano, / e che gli umani tornino a condizioni / di preesistenza. / Un rientro meditato, convinto, / remissione spontanea, / per chi ha potuto sperimentare, / in migliaia d’anni, l’assoluta / infondatezza, l’inutilità a permanere / ulteriormente, data l’impossibilità / di partecipare al vivere senza / contrarre gravi aritmie omicide».

La presunta conoscenza, il pensiero tutto, sancisce divisioni che innalzano muri d’apartheid escludendo chi la pensa diversamente. Il preteso sapere ci umilia rinchiudendoci nella nostra fortezza ideologica, arroccati nell’arrogante convinzione che la cultura basti a se stessa e che debba prevalere ad ogni costo per vincere i mali del mondo. In realtà tutte le volte che innalziamo la conoscenza a valore morale taumaturgico prepariamo il terreno ai crimini più efferati. Basti pensare a Ragione e Religione, due facce della stessa medaglia, l’una ritiene di spiegare come vanno le cose del mondo dando una spiegazione logica a tutto, l’altra agendo sulle superstizioni demenziali, con un comune denominatore:
la Speranza ha il compito di far funzionare i morti. La penso come Nietzsche, Fondane, Šestov. Ritengo anche che la necessità della superficie debba fare i conti con il fatto che l’essere umano è spacciato se non getterà negli abissi più profondi la sua farmacopea idealista. Anche la superficie presenta una minaccia terrificante: l’uomo che continua comunque a nutrirsi della sua stessa dannazione, che persevera nel pensare. Insomma il pericolo è sempre quello di finire nelle grinfie del nostro più acerrimo nemico: noi stessi.

Sappiamo che i tuoi numi tutelari sono il già citato Emil Cioran e Lautréamont. Parimenti, ti definisci “discepolo di Aristippo”. Come si coniugano queste ascendenze culturali ed esistenziali?

I mie numi tutelari sono molti, li vivo tutti dentro di me, nella mia testa bacata, con riconoscenza. Certamente Isidore Ducasse Conte di Lautréamont, il ragazzo strepitoso ispiratore del Surrealismo, concepito dalle divinità infernali, che per primo definisce nel mio petto il campo di battaglia: «Tutta l’acqua del mare non basterebbe a lavare una macchia di sangue intellettuale». E poi Emil Cioran, il più grande Satiro del Novecento, il solo erede di Nietzsche. Entrambi hanno saputo aizzare quanto sonnecchiava nel mio cranio scellerato. Cioran ha subito sgomberato il campo, non si trattava più di enunciare costruzioni filosofiche, teoremi o analisi concettuali, egli fa tabula rasa di ogni architettura teoretica, accademica, non analizza il pensiero aleatorio, si occupa della propria insonnia, delle sue ossessioni, le fobie esistenziali diventano la materia esclusiva delle sue riflessioni. E proseguendo il ragionamento sull’uomo nel solco di altri miei numi tutelari di 2500 anni fa, devo citare Teognide di Megara: «Tanto può avere l’uomo, ma la miglior cosa è non aver avuto la vita colla nascita…». Ed Esopo: «Nessuno schiavo è più infelice di quello che mette al mondo figli destinati a essere schiavi». Fino al meraviglioso Leopardi, che anticipa Nietzsche di sessant’anni col «perpetuo ritorno», congiungendosi anch’egli con gli antichi: «Tutto è male […], l’esistenza è un male» e poi «è funesto a chi nasce il dì natale».

Cioran rende straziante e sublime la questione primordiale: l’inconveniente di essere nati. «Lo spermatozoo è il bandito allo stato puro», afferma senza mezzi termini. Io ho letto sempre Cioran con gioia e irrefrenabili risate, un divertimento continuo, senza ironia, si badi bene, ma con il virile vigore di chi guarda in faccia l’Irrimediabile con euforica lucidità. Nel mio libro VANDALICA ho posto una domanda: «Consigliereste la vita a chi ancora non è venuto al mondo?». Tutti noi chiamiamo la nascita vita, invece dovrebbe essere considerata per quella che è, iniziazione alla morte. Qualcuno si diverte a mettere al mondo morituri? Nel frattempo tutti noi che siamo comunque qui che facciamo? Naturalmente grandi feste, godimento continuo, passioni, come insegna da millenni un mio caro amico, Aristippo, fondatore della Scuola cirenaica, che pone il piacere come fine primario dell’esistenza, in un’etica del vivere pragmatica, priva di teorie. Il Cirenaico afferma l’antropocentrismo, un sensismo assoluto, la ricerca del godimento corporeo, un’autosufficienza individualistica, il disprezzo per le convenzioni sociali e per ogni tradizione. È vietato piangersi addosso.

Quando si tratta di illusioni gli

umani non badano a spese,

non si risparmiano: non sanno

contenersi, danno tutto quanto

è nelle loro impossibilità.

(Cataldo Dino Meo, Squadristi di dio)