La magia che trasuda dai testi e dalla musica di Bruce Springsteen è talmente potente che in alcuni casi si corre il rischio di essere sopraffatti da essi. La capacità di scavare nell’animo umano è sicuramente il marchio di fabbrica del boss: i personaggi, le situazioni, i contorni delle storie che tratteggia hanno la capacità di adattarsi a singoli pezzi della nostra esistenza con una facilità disarmante. Il tutto, condito con un sound inconfondibile che riesce perfettamente a predisporre il nostro animo al viaggio che ci accingiamo a compiere.

Nella sua sconfinata produzione artistica, Springsteen, ha spaziato abbondantemente tra stili e generi musicali diversi, ha affrontato temi sociali e intimistici a seconda del periodo, riuscendo a parlare, in ogni caso, sia al singolo che alla società cui si rivolgeva. Esempio principale di tale innata capacità è sicuramente l’album del 1978: Darkness on the Edge of Town.

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Già con Born to Run l’artista del New Jersey, accompagnato dalla sua fidata E Street Band, aveva prodotto un lavoro imprescindibile per la storia del rock’n blues ed un importante manifesto di quello spirito di disillusione che accompagnerà l’intera produzione musicale di quegli anni; tuttavia, se in quell’occasione l’argomento era stato trattato con una discreta dose di rabbia (come del resto nei suoi primi due lavori, fino a quel momento sostanzialmente ignorati da critica e pubblico), è in Darkness on the Edge of Town che la fine d’ogni illusione prende definitivamente piede: l’album, difatti, segna in qualche modo il passaggio di Bruce Springsteen dalla gioventù, musicalmente parlando, all’età adulta e costituisce la sua maturazione come compositore e scrittore; non compare voglia di arrendersi e non comparirà mai, ma nasce una consapevolezza ancor più schiacciante di quanto la vita e la strada possano essere dure.

L’album si apre con Badlands, una stupenda dichiarazione d’amore ai bassifondi, a quelle periferie che solo Springsteen riesce ad offrirci così compiutamente, resa corposa e inconfondibile dalla consueta e magnifica prestazione della band (su tutti svettano il pianista Roy Bittan ed il compianto sassofonista Clarence Clemons); la canzone rimane una pietra miliare del repertorio springsteeniano. Si prosegue con Adam Raised a Cain, un pezzo che divaga tra blues ed hard rock, incentrato sul conflitto padre-figlio e più in generale sulla difficoltà di rimanere se stessi in un mondo che ti vuole complice.

Un piano appena picchiato, sfiorato dalle unghie, ci fa addentrare nei meandri del nostro animo, è Something in the night. Usiamo la voce di Bruce per affondare il coltello nell’anima, tramite il suo urlo liberatorio e struggente esplode davanti a noi ciò che da sempre cerchiamo: la verità. Cullati da una dolce malinconia si è catapultati davanti ai propri fallimenti, alle proprie sconfitte, al semplice essere uomini e donne con tutti i limiti che questo impone. Le sensazioni che ci hanno resi quelli che siamo ritornano in superficie all’unisono, lasciandoci sbigottiti e impotenti. La base ritmica, calma ma implacabile, non dà scampo a nessun alibi. Avvitati in un crescendo di accordi elettrici ci s’abbandona all’ineluttabilità del nostro essere imperfetti e molto spesso perdenti.

Bruce Springsteen – Something in the Night

E’ difficile non lasciarsi catturare dall’energia e dal pathos sprigionati da questo album: pezzo dopo pezzo, tablatura dopo tablatura, la forza di questo sporco cofano ci schiaccia sul sedile.

Il disco prosegue con Racing in the street e The promised land, due splendide ballate con contaminazioni blues e folk. La seconda, stupendo ossimoro musicale, ci accompagna nella folle ricerca di una terra promessa inesistente. Un’oasi perduta che sembra concretizzarsi, solo, nel riverbero dei guaiti dei cani o nella stessa armonica di Bruce.

Bruce Spingsteen & The E Street Band – The Promised Land

Il vinile è ancora mezzo vuoto, c’è spazio per omaggiare la classe operaia con la delicata Factory e la vita di strada con l’interlocutoria e accattivante Streets of Fire. Concludere questa cavalcata tra perdenti, reietti e disillusi non deve essere stato per niente facile ma l’energica Prove All Night assieme alla title-track riescono perfettamente nell’impresa.

The darkness on the edge of town riassume tutto lo spirito dell’opera, è il perfetto riassunto della disillusione anni ’70. I grandi eventi di quel decennio hanno spezzato troppe vite: Vietnam, contestazione e crisi economica hanno piegato una generazione intera, chi è rimasto in piedi ha solo voglia di pagare il conto e perdersi nell’oscurità ai margini della città.

Bruce Springsteen – Darkness on the Edge of Town