Per quanto il revival degli anni ’80 abbia ormai da anni preso in ostaggio molti prodotti dell’industria culturale, in Italia sembra che in pochi in ambito musicale si siano rifatti a una tendenza che in casa nostra tentava di farsi largo proprio in quel periodo. Nello specifico, il successo internazionale della new wave, del postpunk e della musica disco aveva fatto emergere band che poi avrebbero mantenuto per anni ottimi riscontri nel mondo della musica alternativa: Diaframma, Neon, Pankow.

Nell’odierno scenario italiano capita dunque raramente di imbattersi in qualcosa di simile: così come i gruppi citati avevano seguito certe mode coeve, così oggi la maggioranza dei giovani si cimenta con la trap e il rap ispirandosi ai modelli internazionali. Che sia un bene o un male non sta a noi dirlo, certo è che i guappi tatuati che rappano a bocca chiusa quantomeno qualche perplessità ce la lasciano. Un’eccezione rispetto a un tale panorama è senz’altro incarnata dai misteriosi BJLFP, acronimo che sta per Bobby Joe Long’s Friendship party, nome che chiama in causa un noto serial killer americano e che spesso alternano con il più comodo Oscura Combo Romana, dalla definizione data loro in una delle prime recensioni ricevute. Loro, quasi unici a farlo oggi, vanno a ripescare proprio in quei generi un tempo di tendenza e li mescolano a testi arguti, talvolta surreali, cantanti però con una marcata cadenza romana.

Ciò che è indefinibile e non gioca sull’attualità è per sua natura senza tempo e più vicino al concetto di arte. I BJLFP tentano di fare questo, roba senza un tempo, oltre il tempo e le mode, ma con una scioltezza che ci appartiene.
(Henry Bowers, leader dei BJLFP)

In effetti oscuri, come dice uno dei loro nomi, lo sono abbastanza, sia per i generi cui si rifanno, sia per le scarse informazioni che danno di loro. Certo è che usano nomi d’arte, che iniziano a fare musica come semplice supporto per le installazioni artistiche del loro leader Henry Bowers e che la loro esperienza musicale prende la giusta piega per caso, quando in giro per Firenze Henry entra alla Contempo – negozio di dischi ed etichetta storica dei gruppi sopra citati con l’aggiunta dei Dishiplinata, gente che di provocazioni punk se ne intende – in cerca di buoni ascolti. Parlando con uno dei titolari viene fuori che Henry non è soltanto un fruitore appassionato, bensì anche il fondatore di un gruppo che si è già autoprodotto un EP (Vortice de Totip) e due album (Roma est e Bundytismo). Lui glieli fa ascoltare, alla Contempo piacciono e vengono messi sotto contratto.

Roma est / una pulsar / di bombe carta che appare / visibile al di fuori del tempo e dello spazio / un residuo di sporcizia elettroluminescente / tra la criniera del nulla.
(BJLFP, Roma est, dall’album omonimo)

 

Se fossi un Filippo Tommaso Marinetti / direi / zang zang tumb tumb / e invece sto in un / vortice de totip / nella negletta Roma est / vessato da ogni sorta de trip.
(BJLFP, Vortice de totip, dall’album Roma est)

 

Fluttuo, forse cammino / mi sorprendo riflesso / su di un finestrino / quello che vedo non mi piace / quello che vedo è una rivisitazione / di Guerra e Pace / di Leone Tolstoj / in ombre cinesi / CINESI?! / TROPPI CINESI!
(BJLFP, Worship Souxie Sioux, dall’album Roma est)


Roma est

Roma est (2015) è il loro primo album, una sorta di manifesto tematico, un mondo narrativo composto da serial killer, citazioni letterarie e cinematografiche, periferia romana, notti visionarie e zapping alticci. La forza internazionale del genere musicale di riferimento, unita a testi allucinati, marci e goderecci, spinge allora Henry a coniare una curiosa definizione: coatto-wave. Dunque musica che guarda a gente come i New Order, ma anche a una certa tradizione tedesca dell’EBM, e testi che invece rivendicano una fiera appartenenza al mondo oscuro, notturno e tormentato della borgata romana.

Bundytismo (da Ted Bundy) è il secondo lavoro autoprodotto, arriva due anni dopo e presenta diverse variazioni sul tema. Il gruppo si allarga e il suono guarda anche altrove, quasi ammiccando alla disco. L’album è una carrellata di icone pop unite ancora agli States più squilibrati, a certe ossessioni personali e a versi situazionisti: dall’800 che non esiste alla terra piatta (prima che diventasse argomento arcinoto) passando per un’ode a Eva Riccobono e per un quadretto in cui Henry suona l’arpa come Nerone. Pur senza alcuna campagna promozionale, il disco viene accolto con entusiasmo dalla critica, i BJLFP ricevono inviti per esibizioni dal vivo ma puntualmente declinano, alimentando l’aura di mistero che li circonda. Ecco che arriva la Contempo e il fortuito siparietto di cui sopra. Firmato il contratto, si mettono a lavoro per il terzo album, Semo solo scemi, terzo tassello di una trilogia – o trucilogia, come amano chiamarla loro – uscito lo scorso 19 Aprile.

Nei miti veri / dell’occidente / nei belli e bravi davvero / non c’è mai stata / traccia alcuna / di borghesia / In Alain Delon / non c’è mai stata / traccia alcuna / di borghesia.
(BJLFP, Alain Delon, dall’album Bundytismo)

 

Corro in edicola / per chiarirmi le idee / sui principi base / che determinano / le incontrovertibili leggi / dell’Universo / perché c’è una rivista / di nuova uscita / che c’ha anche / L’INSERTO OMAGGIO!
(BJLFP, Donato Bilancia listens to Front 242, dall’album Bundytismo)

 

Il mio medico di famiglia / c’ha i capelli grigio ferro / e si fa di laudano! / È l’evidenza dei fatti / ma la cosa non mi disturba / affatto / Il mio medico di famiglia non c’entra nulla / sogno una vita sentimentale / il sorriso di lei che riempie / intimi silenzi / cieli tersi a Sampolicarpo.
(BJLFP, Cieli tersi a Sampolicarpo)

I BJLFP

Semo solo scemi è un passo avanti su tutte le strade già battute dal gruppo: emblematico il singolo di lancio, #perlasovranitànazionale, ostracizzato da diversi siti specialistici solo per il richiamo del titolo e dunque perfetto per lo stile fuori dal coro della band. Tornano gli immancabili serial killer, ma questa volta inseriti in testi ancora più audaci che li mescolano a stralci di interventi di Craxi (Dreaming Ambaradam, in riferimento all’Healter skelter della family) per generare un effetto no-sense micidiale; in parallelo prosegue il discorso delle narrazioni mostruose (Allarme pesci palla, in cui un pesce palla assassino c’ha le armi non convenzionali, è in possesso di veleno, non è una fake news) e di quelle più intime, come in 1984 e in Charles Starkweather, forse i pezzi migliori dell’album, che sorprendono anche in termini di evoluzione del suono del gruppo.

Continuano le citazioni letterarie e non, ma soprattutto stupisce l’accostamento di Keller, Giolitti e Crispi alla fede romanista (Magno bevo e tifo Roma), unita all’ironia che li caratterizza dall’inizio del progetto (Mondo scemo impazzito e King Kong non è come Godzilla). Siamo ancora dalle parti del punk, dell’EBM e a tratti, questa volta, quasi del metal (aka Lawrence d’Arabia), ma la sensazione è che qui ci sia più varietà di temi e di generi musicali, quasi che il gruppo abbia ormai preso definitivamente fiducia di sé e di un progetto che si fa sempre meno divertissment per lasciare posto a un approccio più consapevole e professionale. Certo, la title track parla chiaro e sembra quasi una dichiarazione d’intenti, (Semo solo scemi, e se trovate qualcosa di apparentemente logico non fateci caso) caratterizzata com’è da quel gioco di parole che poi porta Henry a gridare “Goth mit tanz!”, ma visti i risultati pare difficile crederci completamente.

Bettino Craxi statista / per la sovranità nazionale / imponente e pettoruto / lui te dice se stai a sgrava / pure Ronald Reagan ha fatto rimbarzà.
(BJLFP, #perlasovranitànazionale, Semo solo scemi)

 

Francesco Crispi imbocca a Marsala / Guido Keller su Montecitorio / lancia il pitale / è un risorgimento domenicale / giallorosso a puntate / dove l’assassino è il fischio finale / dove Giolitti è il fischio finale.
(BJLFP, Magno bevo e tifo roma, Semo solo scemi)

 

Come Winston Smith / in un distopico 1984 / mi ritrovo saltellando / sul posto / nel solito mantra / solo che sul teleschermo / a posto / di Goldstein / c’è il Liverpool.
(BJLFP,1984, Semo solo scemi)

Copertina dell’album Semo solo scemi.

Cosa facevi prima dei BJLFP? Avevi mai pensato di fare musica prima di allora?

Per nulla. Ma poi iniziando a farla mi sono reso conto che era l’unica cosa avevo realmente e inconsapevolmente studiato in maniera più approfondita. Visto che l’ho praticamente ascoltata (in tanti dei suoi generi) tutti i giorni, per diverse ore al giorno e per più di vent’anni.

Molti poster che pubblichi sembrano vicini a una sorta di produzione neo-pop. I tuoi quadri e le tue installazioni fanno capo a qualche genere preciso di arte contemporanea?

No. Credo di no. Mi piace il futurismo, come mi piace l’impressionismo, Bacon come la popart e tante altre forme d’arte più o meno famose. Sai, l’arte vive di influenze, una volta che qualcuno rilascia una sua opera non è più prettamente sua ed è giusto che sia di ispirazione per qualcun altro, e si capisce da quanto ispira gli altri se è valida o meno. Io mi lascio ispirare da ciò che sul momento mi ispira, e poi lo trasporto nel mio mondo, l’importante è che quello che tu poi tiri fuori abbia la sua unicità e ti appartenga. Se per dirti domani qualcuno mette su un gruppo coattowave e lo chiama The Pacciani’s Happines Idea (mo non lo so se la forma è giusta), a me fa solo che simpatia ed è a prescindere un riconoscimento maggiore che vendere qualche disco in più.

I tuoi musicisti sono amici storici di Roma est o vi siete incontrati una volta iniziato il progetto?

Quando fai arte (specialmente a Roma Est) sei un essere solitario che poi alla fine attira quei rari suoi simili, con Abacab Carcosa ci collaboravo prima del progetto BJLFP, poi le altre persone sono venute di conseguenza, dal lavoro compiuto. Dal continuare sempre a fare arte, portare a compimento le cose, indipendentemente dalle difficoltà, e poi se piace alle persone quello che tiri fuori, le persone valide con cui collaborare prima o poi si palesano.

William Lustig, Harry Angel, Johnny il bello, American Psycho, Johnny Depp con la pala, e poi il Condominium di Ballard e ancora Andrea Sperelli, Gregor Samsa, Giovanni Fattori, 1984 e tanti altri, il tuo nome stesso è una citazione: qual è la tua formazione? Come ti sei creato un tale calderone culturale?

Da tanta lettura, tanto cinema e musica. Ne ho sempre avuto bisogno, altrimenti impazzivo. L’arte è il portale che attraverso quando Roma Est mi sale troppo alla testa (praticamente un giorno sì e l’altro pure).

Poi c’è tutto un filone sui serial killer, e in questo senso il vostro nome parla chiaro: nel primo album c’erano Ted Bundy, Richard Cottingham e Andrea Volpe, nel secondo Donato Bilancia, qui invece Charles Starkweather e Charles Manson. Anche loro fanno parte della tua formazione pop oppure sono solo suggestioni raccolte per quadri e canzoni?

Ho fatto diverse e diversificate letture sui personaggi in questione, fanno parte eccome della mia formazione. Sono molto più recenti di altre cose come per esempio il cinema o la letteratura, ché già a vent’anni i film necessari (chiamiamoli così) li avevo visti a palate. O i classici della narrativa che pure quelli già a quell’età ne avevo letti molti.

In un pezzo del primo album dici di avere una biblioteca ben fornita di versi decabristi. Bisogna prenderti alla lettera? Ti affascina quel mondo?

Alla lettera no. Però c’avevo diverse raccolte di poesia russa e il periodo decabrista m’affascinava di più nelle liriche, perché più incazzose, quasi protopunk.

Apri questo album con un frammento di un noto discorso di Craxi che poi alterni a un testo su Charles Manson, mentre nell’intro del primo lavoro c’erano gli urlacci di Hitler e nel pezzo successivo gridavi “Vergeltungswaffen!”. Sono semplici provocazioni no-sense o dietro c’è una logica?

Nel primo album c’era Goebbels che strillava nell’apertura de Vortice de Totip che serviva per far rendere il concetto dello stress della vita a Roma Est (e infatti il ritornello era concepito sul pagliaccio Pennywise, cioè IT, che se ne sta a Roma Est e fa “totaler krieg” a chiunque ci abita, e l’intro aiutava la costruzione del pezzo). Tu devi immaginare la musica dei BJLFP come un film, cioè è come se tu inizi a vedere un film e sui titoli di testa c’è per esempio la tv accesa e un documentario sulla Seconda guerra mondiale o sull’antica Roma, e poi una carrellata ti porta in balcone e appare Roma Est… Il punto è che i BJLFP vogliono andare oltre il concetto semplice di forma canzone e fare un prodotto artistico più ampio e variegato possibile, sempre rispettando gli standard della forma canzone e di un album, si intende, ma con un approccio artistico differente.

La nostra musica di base nasce come supporto sonoro ad installazioni artistiche che facevamo. Il problema è che con la musica (per lo meno in Italia, perché se vai a vedere/ascoltare quello che fanno in Inghilterra per esempio, altro che quello che facciamo noialtri) si ha un rapporto ancora infantile secondo me, si pretende dalla musica che intrattenga o emozioni solamente, e si lasci capire subito, all’istante, mentre magari con il cinema o la letteratura ci si sforza di comprendere appieno le diverse sfumature, gli incastri e le stratificazioni, anche se sono celate perché il film è sperimentale o perché ti sei sbagliato e hai comprato l’Ulisse de Joyce e non ci capisci un cazzo mentre lo leggi. Noi nella musica utilizziamo tutto ciò che crediamo necessario dal punto di vista artistico. C’è solo la logica dell’arte e di come deve essere costruito il pezzo. Il nonsense di base è sempre provocazione perché viene recepito dai più come un insulto all’intelligenza, e ci piace per quello.

A proposito di provocazioni, hai scritto sui social che #perlasovrantànazionale è stato quasi ostracizzato dai siti specialistici, che lo hanno rifiutato già dal titolo. Ci vuoi raccontare com’è andata?

Niente di particolare, diverse testate ci hanno fornito pittoresche spiegazioni sul fatto che non ci pubblicavano l’anteprima (tipo l’intro è troppo lunga, il bianco e nero non ci piace, il video non ci convince), altri non ci hanno risposto proprio (intendo all’ufficio stampa, non a me, perché in questo momento c’è un ufficio stampa che coordina tutto, fosse stato per me lo buttavo direttamente su YT come ho sempre fatto). Vabbè vorrà dire che dobbiamo impararci a fare meglio le cose. Siamo ancora dei dilettanti col vezzo delle arti. Quando diventeremo bravi come gli altri, ritenteremo.

Di Bettino Craxi che ci dici? Come mai ritorna spesso sia nelle canzoni che nel materiale promozionale dell’album?

Avendoce già in testa sin dall’inizio dei BJLFP la trilogia/trucilogia come doveva essere, mi è sempre piaciuta l’idea di disseminare in giro opere che facevano riferimento agli album dei BJLFP prima che gli album dei BJLFP fossero compiuti e pronti per l’ascolto. Così è stato pure per Semo Solo Scemi con Craxi, il pesce palla che c’ha un nome e si chiama Remo, King Kong ed altri elementi, che sulle prime chi segue non capisce ma poi quando ascolta gli album realizza e si diverte (o almeno spero). Essendo questo album il conclusivo della trilogia, quello che rappresenta e tinteggia il caos e il delirio col riverbero eterno, ho voluto utilizzare Craxi, perché come già detto in un’altra intervista, è il personaggio italiano più determinante e importante dal dopoguerra ad oggi e dopo di lui l’Italia non è stata più la stessa.

Il secondo disco era pieno di pezzi dedicati a icone pop (Alain Delon, Eva Riccobono, Totti, perfino Nerone) qui invece tiri in ballo Giolitti, Guido Keller e Crispi: nel mondo dei BJLFP sono icone pop anche loro?

Tiro in ballo Crispi, Giolitti e Keller in un pezzo solo che è Magno Bevo e Tifo Roma, e tutti assieme nello stesso ritornello. No, non sono letti in chiave pop, ma mi servivano per il pezzo, perché essendo Magno Bevo e Tifo Roma una traccia in cui il protagonista ribadisce l’importanza della AS Roma nella sua vita, ho voluto tracciare un parallelo col Risorgimento. Perché per noi italiani la cosa più importante storicamente è il Risorgimento (il Risorgimento nella mia personale lettura del mondo e della storia si spinge fino a Giolitti e Guido Keller, e quando Guido Keller lancia il pitale su Montecitorio compie un atto prettamente risorgimentale).

Dal momento che pensi la tua musica come a un film, non è che tra un po’ salta fuori una tua sceneggiatura o un corto autoprodotto?

Può darsi. La trilogia di Roma Est potrebbe benissimo diventare uno spettacolo teatrale o altro. Solo che ci devi perdere dietro tantissimo tempo.

Tempo fa ti chiesi se nell’album ci sarebbero state collaborazioni con altri musicisti. Mi risposi che di fare collaborazioni furbette per pubblicizzarvi proprio non ne avreste voluto sapere. Oltre al Maestro Ghedi che ha partecipato al vostro primo album, c’è qualche italiano ancora in attività che vedresti bene per un pezzo con voi?

La trilogia di Roma Est non prevedeva nessuno a prescindere (il Maestro Ghedi, che saluto con affetto, si è spinto fino nella negletta Roma Est per collaborare con noi quando ancora dovevamo fare il primo album e questo lo abbiamo enormemente apprezzato). Mi è stato chiesto di fare qualche collaborazione, ma per adesso non rientravano nel discorso, poi si può fare tutto in futuro, ma non tanto per, o per cose buttate là, anche se non sono un musicista i BJLFP collaboreranno con qualcuno solo se la cosa avrà un senso nella produzione del loro repertorio. Ma non cerchiamo nessuno di base, poi se ci cerca qualcuno siamo sempre ben disposti ad ascoltare.

Hai dedicato una canzone a Totti, in un’altra citi il gol di Turone, in Soko socks quasi intoni un coro per Rudi Voller, qui invece gridi “magno bevo e tifo Roma” e sui social ho visto che Monchi non è esattamente tuo amico. Come si vive il tifo a Roma est?

Penso come in tutte le parti di Roma, con molta passione. Una totalizzante passione che se ce l’hai sai di cosa di parlo, se non ce l’hai non te la posso spiega’ perché se ce riesco sarebbe il libro del secolo.

Avete da poco iniziato a suonare dal vivo. Da non cantante che fino a poco tempo fa faceva tutt’altro, come ti approcci all’esibizione?

Per adesso mi trovo bene. Il palco o ti dà repulsione o te la fa prendere a bene. Per adesso sono preso a bene.

Chiusa questa trilogia cosa c’è da aspettarsi dai BJLFP? In Magno bevo e tifo Roma dici di non avere progetti per l’imminente futuro, è vero?

Verissimo. Mai avuto progetti per l’imminente futuro. Non me li sono mai potuti permettere.

Il videoclip di #perlasovranitànazionale, scritto e diretto da Abacab Carcosa, membro del gruppo