Perché, diciamocelo, un po’ ci era mancato. Non lo avevamo perso, certo: The colour in anything è un album maturo, non c’è dubbio, ma che abbia una forma definita questo non possiamo dirlo. È suonato più come un lavoro impressionistico, estremamente diluito (76 minuti) e che, non a torto, a molti è parso un po’ distante. Prima di tutto ai nostalgici. Ma d’altra parte, ormai, chi si aspetta che il giovanissimo prodigio salito alla ribalta con una cover di Feist e con un’opera prima che rimane un autentico capolavoro, il ragazzo tutto frangia dalla voce soul che riusciva a tenere in equilibrio perfetto elettronica, black music, R&B, dub senza scomporsi di un millimetro, non si voglia discostare da quella struttura e sia votato a riproporre per sempre brani come Retrogade si sbaglia di grosso.

Perché James Blake nell’attesa ha preso forma – citiamo così il titolo del suo ultimo lavoro – con tutti i rischi e i compromessi che ciò comporta. E chi come il sottoscritto pensava che il principe della soul-step londinese si fosse perso da una parte nelle sue infinite collaborazioni di questi anni, dall’altra in una strana e difforme clausura di ricerca, o più semplicemente che avesse smarrito la strada, è destinato a rimanere piacevolmente deluso. Perché Assume form, uscito appena il 18 gennaio scorso, è probabilmente il miglior disco di Blake.

Il perché di questo lo si evince da tre punti. Il primo: i nostalgici non possono rimanere delusi. Assume form è un album più pensato di The colour in anything, più compatto, più strutturato e alcune note non potranno non far pensare agli amanti di Overgrown che James Blake non solo non ha affatto dimenticato il suo fanciullino, ma è riuscito a riproporlo in una chiave molto più matura. Già la title track, apertura all’album, è puro James Blake, nelle parole e nei fatti: si sentono le mani di Blake sul piano, il ritmo leggero delle percussioni, la voce mai spenta e poi quell’orchestrazione così esatta, così decisa, tanto da coinvolgere archi e una voce falsata che fa da coro e che suona come quella di un neonato.

Un’orchestrazione simile riguarda anche Into the red, dalle tonalità spiccatamente alla Bon Iver (già assai presente in The colour in anything, per altro), che è un brano votato agli archi e alla voce (quel She was the gold rush, she was the gold rush). Ma la stessa Can’t believe the way we flow è Blake, il Blake più movimentato, stratificato e complicato. Come Blake è, stavolta al 200%, Are you in love?, uno dei migliori brani dell’album, dove ci sono senza se e senza ma tutti gli ingredienti perché ci si ricordi del synth e delle percussioni di The Wilhelm scream (il lontano 2011) ed altri. Ancora: c’è il Blake elettronico di Power on… Ma anche l’oscura ed esoterica conclusione ricorda il Blake più malinconico e pensieroso: è Lullaby for insomniac, brano basato esclusivamente sulla sovrapposizione di voci, come in una religiosa danza di spettri.

Secondo punto: non tutti eravamo giovani nel 2011, alcuni erano troppo giovani. Tra il 2011-2013 e oggi è accaduto che James Blake non abbia smesso di sperimentare, spesso in una direzione che non si vietasse affatto di coinvolgere sonorità più pop. Per chi ascolta Blake oggi, c’è Mile High, realizzata in collaborazione con Travis Scott e Metro Boomin, due americanissimi autori trap e hip hop, e non la trap su cui siamo abituati a fare ironia in Italia, ma quella di autori che hanno iniziato a lavorare più o meno quando iniziò Blake e che oltre a Kanye West hanno nella loro genealogia lo stesso Bon Iver e gente come Björk e Toro y Moi, che non sono esattamente dei dilettanti.

James Blake qui sorride alle nuove generazioni (si veda l’utilizzo dell’autotune) senza però perdere di vista una visione assolutamente personale del suono. E anche se questo è meno nelle corde di chi sta scrivendo, non si può che apprezzare l’apertura di Blake che ha caratterizzato le collaborazioni e il lavoro degli ultimi anni e che è giunta a declinare ciò che di più contemporaneo e giovanile c’è in un album non destinato a tutti indiscriminatamente. Stessa cosa per Tell them e Where’s the catch?: la voce e l’atmosfera di Assume form legano perfettamente tanto con l’hip hop che con il rap puro. La testa si muove avanti e indietro. Se questo accade è perché James Blake non solo è un enciclopedia con le dita, ma rimane un autore in tutto e per tutto versatile.

Terzo: le novità. Sono pronto ad essere smentito su questo, ma brani come Barefoot in the park non li avevamo ancora sentiti. Non parlo solo del bilinguismo (la bellissima voce spagnola di Rosalìa, un’altra innovatrice di generi tradizionali come l’R&B e il flamenco), ma delle percussioni esotiche (una marimba? un vibrafono? i bonghi?). E c’è un simile esotismo, anche se guarda all’altro lato del pianeta, in Into the red. Gli archi, mischiati alla voce di Blake, e quella presenza orientale di fondo mi hanno ricordato – probabilmente senza un perché – gli Animal Collective di Bees (correva l’anno 2005).

Una menzione a parte va al vero capolavoro dell’album che è Don’t miss it. Non racchiude esattamente tutto quello che abbiamo detto, ma è un brano incredibile, forse perché è il James Blake che più piace, quello sincero, intimista. Suona un synth sporco, suona il suo classico pianoforte, suona tutto il calore della voce disturbata dall’autotune, e poi ci sono quei cori infelici di fondo che non si tolgono più dalla testa. E quanta cura ha messo James Blake nelle parole, in questo album più che mai?

The world has shut me out
If I give everything I’ll lose everything
Everything is about me
I am the most important thing
And you really haven’t thought 
All those cyclical thoughts for a while

[…] I could sleep whenever I like
I could leave in the middle of the night
Oh, but I’d miss it
Don’t miss it
Don’t miss it like I did.

Bentornato James Blake, certo, ma che nuova forma hai preso… E di forma parla Assume form, nomen omen di un lavoro che riassume la personalità di un musicista che è stato capace di affrontare i tempi senza tradirsi e anzi trovando l’equilibrio che tanto ha contraddistinto la sua di forma, quella che gli è sempre appartenuta, e che al contempo non è stata mai sorda al cambiamento. Chi non hai mai ascoltato Blake lo ascolterà adesso, e lo amerà comunque.