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A Padova, in uno scenario composto e fin troppo solenne, tutti aspettano che i ciuffi dorati di Erlend Øye spuntino tra la folla. Nella sala gremita ci sono, oltre agli autoctoni, gli amici siracusani del musicista norvegese che lo hanno visto ballare La prima estate sotto il sole della Sicilia, incidere il suo ultimo Legao o pizzicare qualche nota malinconica da Bruno Martino, ma che non disdegnerebbero certo risuonare qualche vecchio ricordo dei The Whitest Boy Alive o dei Kings of Convenience. Entra invece un giovane alto, smilzo, con gli occhiali tondi, un ordinato taglio anni ’70 e un abito largo, elegante e inamidato, a cui manca solo di essere gessato. Tutti si confondono, visto che il volto di Øye assomiglia tantissimo al suo. Il giovane prende timidamente il microfono e dice, scherzando:

Se notate, io ed Erlend siamo la stessa persona.

La voce è quella di un ragazzo riservato, a cui non sembra nemmeno reale di trovarsi dove adesso si trova. Ha inciso da poco un disco, Controluce, e lo regalerebbe volentieri a chiunque voglia anche solo scambiare due parole con lui dopo il concerto. Suonerà qualche pezzo e poi si mischierà nel pubblico, dove forse si sentirà più a suo agio, per la persona umile che è. Quello che sentiamo lo sentiamo in acustico, laddove i brani che si possono ascoltare in studio hanno invece un arrangiamento, come viene detto, un po’ più eclettico. Pizzica con monotonia la chitarra, una voce femminile lo sostiene e iniziano racconti intimi, tutti suoi, con parole che sono belle, belle davvero.

Andrea Poggio

Andrea Poggio

Si tratta di Andrea Poggio, classe 1982, piemontese ma di pelle milanese, di mestiere avvocato e musicista (sì, riesce a fare entrambi i mestieri durante la medesima settimana). Nel 2003 inizia a lavorare a un progetto, Green Like July. Con il gruppo incide tre dischi di sapore esterofilo che gli permettono non solo di germogliare musicalmente ma anche di iniziare preziose collaborazioni. Più di dieci anni dopo qualcosa, nonostante una certa maturità raggiunta, sembra essere cambiato: Andrea comincia a scrivere nella sua lingua madre, con la sua voce e il suo spirito e, tra una causa in tribunale e un’altra, ne esce il Controluce che ascoltiamo. Fa tutto parte del copione di un’intelligenza perfezionistica quale la sua, confessa lo stesso Andrea: tornato all’italiano, il musicista di Milano si riscopre e scopre una scrittura più autentica. Nessun nascondimento, nessun velo, la voce ora è davvero la sua, con il suo accento, con la sua quotidianità padana, la sua sensibilità, il sapore dei caffè che prende la mattina al bar della stazione.

Sfatiamo subito una credenza. Ascoltando brani come Miraggi metropolitani, che fanno venire voglia di muovere le dita dei piedi, tutti pensano subito questo: Battiato ha avuto un figlio che ci ha tenuto nascosto, ora è evidente. Il Battiato che ci piace, quello dei 70-80, quello che ci fa ballare e sognare. Eppure nonostante il basso e le percussioni prepotenti, i synth che la fanno da padrone, Andrea confessa che Battiato non è nella lista dei suoi primi ascolti, anche se lo ama moltissimo, assieme a Conte, Dalla e altre divinità. Il pop dei nostri giorni invece evidentemente Andrea lo conosce bene, se ne è in qualche modo nutrito anche ascoltandolo di sbieco, in lontananza, dagli uffici legali di MTV Italia, dove ha lavorato, e negli anni di apprendistato. Eppure quello che ascoltiamo ci sembra qualcos’altro, qualcosa di molto più ragionato e partorito con tutt’altra intelligenza, un disco che Andrea stesso non si vergogna a dire pop, ma a cui aggiunge l’aggettivo scandaloso. In altre parole, quello che in Italia vorremmo e che suona ancora troppo come un azzardo. Gli arrangiamenti sono brillanti, stralunati ma al contempo precisi e pensati, talvolta anche con un’originalità fin troppo spiccata (la primissima title track, dove i volteggi dei fiati ci entrano da subito in testa con una certa audacia, quasi a mo’ di precauzione per quello che verrà). Dietro c’è anche la mente di Enrico Gabrielli, musicista e arrangiatore che ormai riesce probabilmente a passare da Philip Glass a questo con una facilità disarmante. Resta il fatto che da quello che ascoltiamo in acustico con quelle note leggere e pizzicate in sala prima che arrivi Erlend – una chitarra che c’è giusto perché ci deve essere qualcosa dietro la voce e che Andrea sembra aver voluto abbandonare nel corso del tempo –, e la versione studio sono due mondi differenti, ma nell’architettura finale tutti e due i migliori tra quelli possibili.

Andrea Poggio – Miraggi Metropolitani

Nonostante persino la fibra della voce subisca una variazione in questo passaggio da live a studio, le parole rimangono inconfondibili e, sinceramente, inaspettate. Per il pubblico che ha a cuore più i verbi che le cadenze, suonerà del tutto legittimo affermare che Controluce è un lavoro letterario oltre che musicale (e di degno rispetto). Le critiche e gli starnazzii ci sono stati – anche in questo come in tutto –, ma i testi parlano da soli. Andrea racconta della sua Milano con una sincerità e una poesia che non vediamo spesso e per affermare il contrario ci vogliono uno snobismo e una insensibilità molto facili. Quadri impressionistici, ritratti di lembi di città, sensazioni mattutine, odori estivi, rumori quotidiani, occasioni metropolitane, momenti onirici, il tutto con una vaghezza e al contempo una accuratezza che solo un’emotività che punta davvero molto sulle parole può avere. Andrea spesso si confessa un maniaco del perfezionismo e lo vediamo non solo dalla sua estetica, ma dalla cura delle sillabe e delle rime. L’impressione che si ha è questa: le cose andavano dette così e basta, altrimenti – e perdendoci magari qualcosa – dovevano essere dipinte. Come Andrea passeggia in continuazione (a volte in cerca di una meta, a volta senza direzione, come in certi film neorealisti), camminiamo anche noi tra queste parole.

Le sette e mezzo del mattino

La strada è un tutt’uno col cielo

Dal nulla padano d’un tratto si alza Milano

I viali e i rumori del centro

Mi perdo tra mille odori

Lo spettro di oggi saluta il fantasma di ieri

Sfrecciano le auto tra fanali rossi e lampeggianti

Il chiasso del nuovo che avanza

Miraggi metropolitani

Distanze infinite e riverberi ultraterreni

La calca dell’ora di punta

Un turbine d’eccitazione

Palazzi sospesi, una pioggia di calce e catrame

Luci evanescenti si dissolvono sui parabrezza

Voci in sottofondo si dileguano

 

(Miraggi metropolitani)

Anche con l’aspetto dei versi le cose sembrano stare perfettamente a loro agio. Talvolta si ha l’impressione di ascoltare degli haiku che hanno nettamente superato il computo dei versi. La bravura si vede anche dalla prudenza nel tenere tutto insieme coerentemente, forma e contenuto. Forse suonano come parole di una penna ancora poco usata, piene di una delicatezza che potrebbe suonare infantile; forse si dirà che ogni canzone dipinge sempre lo stesso scenario, con una ripetitività che rende il tutto più semplicistico e meno poliedrico. Tutto quello che volete, ma queste non sono chiacchiere, non sono il sole di Riccione né ninnananne.

Andrea Poggio

Andrea Poggio

I luoghi, nelle canzoni di Andrea Poggio, sono i reali protagonisti: si ama vederli, si ama immergersi nelle sinestesie che procurano, dalla città che si sveglia pittorescamente in tutta la sua presenza, ai bar, ai neon dei locali per le strade, agli interni dei luoghi più quotidiani (ad esempio «Mi ritrovo come sempre / Una mattina come tante / Solo al bar della stazione» da Fantasma d’amore). Lo scenario è quello di una metropoli caotica ma che in qualche modo si fa incorniciare, tenuta insieme dal suo opposto, la strada deserta o la strada smarrita o, addirittura, il Mediterraneo di una vacanza fuori dal tram tram cittadino (e che quindi, in qualche modo, fa sempre parte di esso). Andrea è spesso una macchia, una parte del paesaggio come in qualche stampa giapponese, nonostante si senta la sua presenza; talvolta invece è il cuore pulsante e lirico della scena. Spesso vaga e vagheggia (in cerca di quale centro?), in un’atmosfera assolata, addormentata e onirica; altre volte lo incontriamo nell’ora di punta, tra la folla che marcia come in un documentario di Godfrey Reggio o nelle solitudini che solo le grandi città creano quando, d’estate, sembrano essere davvero deserte e dare quindi spazio ai miraggi e alle visioni.

Costante è che quando Andrea non rimane un osservatore ma partecipa di questo mondo, rischia di smarrirsi. Tentare di descrivere allora diventa più difficile, si lasciano uscire parole più indistinte e sottili, il cuore batte («il cuore nella gola/ luci che s’inseguono»), tutto rischia di farsi vertigine, la mente si perde e si espone al pericolo di inabissarsi. Il pericolo lo si corre in più contesti, sia nella confusione urbana che nella più silenziosa solitudine, quando si perde la strada, quando si respira piano, sonnolenti, e saltano fuori i ricordi («Addormentarsi su un divano / Tra fiori d’arancio e fregi dorati / Nell’atrio di un albergo / Sentir le voci dileguarsi» o ancora «Ombre, silenzi ed un déjà vu» tra i mirti, il calypso e l’odore di salsedine). Il tempo d’altra parte gioca una funzione fondamentale. Che siano gli «spettri del ricordo» che «si rincorrono ai confini della mente», «lo spettro di oggi» che «saluta il fantasma di ieri», o sia il tempo che smette di essere cronologico per disfarsi, il tempo del lavoro e della calca, questo è un tempo in cui si rischia sempre di perdere coscienza delle cose («aprile o forse maggio» ?). Il tempo lo si può smarrire in molti modi: se la confusione è troppa, allora non c’è più tempo, non c’è più spazio, tutto si è fa troppo intenso per essere sopportato:

« nel bianco più bianco del bianco / un niente di suoni e colori / … cali di pressione una vertigine da capogiro / … perdo il controllo ed il senso del tempo» (Miraggi metropolitani)

«Non c’è tempo / non c’è tempo / non c’è tempo / non c’è tempo / … Un ventaglio di suoni poi niente / Un istante e poi perdo la testa / Corri corri, presto presto / Presto presto, corri corri» (Autostrada).

andrea-poggio-controluce

All’opposto, quando si è soli, quando le presenze umane si sono in gran parte dileguate e si può ascoltare il proprio respiro, quando tutto si è fatto troppo lento e disteso e si lascia spazio alla meditazione:

In una quiete abissale, tra i compro oro e le zanzare
Vado in giro nella notte per strade vuote
A tu per tu con il mondo
(Vento d’Africa)

Un’oscillazione continua tra la vertigine e la calma, i rumori assordanti e la quiete, la confusione e il deserto, la veglia e il sonno, il ricordo e il presente, gli incontri e la solitudine, la serenità e l’angoscia, la realtà e il sogno, il senso e il non senso, lo stare fermi e il camminare, la narrazione rapida e scatenata e la descrizione precisa e inquadrata. Quando la distensione sembra recuperata, ecco di nuovo il rischio dell’abisso, dello smarrimento dei sensi; quando si riesce a muoversi lenti ecco di nuovo la frenesia. La conclusione del disco d’altra parte, con Ave Maria, non è affatto tra le più liete: non si è ottenuta quella serenità cercata, la città ci fagocita ancora una volta, l’andirivieni frenetico suggella il quadro, si cade definitivamente:

Vado in giro con la foga che hanno i matti
Senza controllo né una meta che si rispetti
Non mi dò tregua sono stremato dall’affanno
In piedi a stento come uno scatto e poi sprofondo

Andrea Poggio – Vento d’Africa

Il rischio non si era di certo mascherato. Spesso, tra gli oggetti tra cui si va zigzagando o che si osservano silenziosi, ci sono presenze non innocenti, presagi che vengono descritti con toni più o meno simili: gli spettri, le ombre lunghe e nere, l’ombra del portone, giochi d’ombra, ma anche riverberi ultraterreni, visioni ed echi lontani, miraggi. Una fenomenologia che ha a che fare con l’oscuro, il sinistro, il soprannaturale, l’incerto, il sogno e che si mischia con quella del quotidiano, della civiltà, della burocrazia, delle accelerazioni spazio-temporali che si hanno tra le strade, tutto un ventaglio di cose e luoghi ripetuti e conosciuti davanti a cui si passa indifferente o che, al massimo, sono l’occasione di una qualche epifania. Linee ordinarie, percorse a ritmo di basso, e linee di fuga, fuori dai confini del centro, prese per sbaglio, smarrendosi, fermandosi un attimo per riprendere fiato e riflettere, incontrando un volto per caso o il portone della casa della persona che si cercava, l’unica che sembra avere sembianze umane in tutto questo viavai. La pace col mondo è una possibilità che giace tra questi dettagli, in questo cosmo di odori, suoni, luci, luoghi, presenze che spesso vengono semplicemente mostrate, elencate, contate. Spesso la pace la si conquista, altre volte si perde se stessi: in ogni caso nella ricerca ci si mette anima e corpo. Andrea racconta tutto questo con una lucidità e un controllo che non possiamo non apprezzare.

Dal proemio-Controluce fino al suo culmine-Ave Maria, Controluce è davvero una piccola odissea moderna, raccontata tanto in musica quanto in versi da un cantautore giovanissimo per il quale il successo è, fortunatamente, solo appena iniziato. Lo abbiamo potuto ascoltare in inverno e in primavera tanto in solo quanto sulle spalle dei giganti (non solo di Erlend, ma anche, ad esempio, dei Baustelle e di Brunori): speriamo di poterlo riascoltare presto.

Andrea Poggio – Mediterraneo