2247: la fine del mondo è vicina. Movimenti tellurici e disastri naturali hanno cambiato volto al Pianeta: la penisola iberica non esiste più, il Sahara è in gran parte sommerso dal mare, il Marocco un’isola. L’atmosfera è corrotta e in più parti compromessa: dal sottosuolo esalazioni mortifere hanno spopolato intere regioni. Le terre non sono più fertili come un tempo, i raccolti più scarsi di anno in anno, le risorse energetiche prossime all’esaurimento.

2247: la Terra è “divenuta troppo stretta per gli uomini”. Scienza e tecnica, però, hanno continuato a progredire: elettricità, correnti magnetiche ed energia solare hanno rimpiazzato le vecchie e limitate fonti, la chimica ha scoperto come manipolare la materia, la navigazione interplanetaria non è più un sogno. Forse la salvezza è la conquista delle stelle. Giove sembra adatto allo scopo: simile alla Terra offrirebbe una nuova chance all’umanità. È popolato dai Lemuri, però, feroci alieni umanoidi arretrati e bellicosi.

2247: bisogna combattere per sopravvivere. L’impresa è caldeggiata dal Partito Dinamico, forza d’opposizione animata dall’instancabile Paolo Fonte col suo manipolo d’amici, ad opporsi è invece il governo “comunista-massonico” che dalla basilica di S. Pietro, nuovo parlamento di Roma capitale degli Stati Uniti d’Europa, allunga i suoi tentacoli sul mondo intero.

È questa la distopia in cui l’eclettico Volt, al secolo il conte Vincenzo Fani Ciotti, nel lontano 1921 proietta l’umanità intera. Poeta, giornalista, scrittore futurista (suoi sono diversi manifesti) tra gli ideatori del Teatro sintetico, ne La fine del mondo si cimenta con la forma di un romanzo, godibilissimo, che sa fondere alla fantascienza la riflessione politica, alle ideologie i timori dell’epoca.


La fine del mondo (GOG edizioni)

Si tralasci il gioco della parti: è fin troppo evidente che il Partito Dinamico rappresenta il Partito Futurista e che i personaggi sono altrettanti alter ego di Volt e dei suoi sodali. Immaginare per l’avvenire un governo di stampo comunista, col ricordo ancora vivo alle spalle della Rivoluzione russa e del Biennio rosso, in cui sarebbe confluita anche la “Massoneria universale”, sinistri tecnocrati e poteri forti attivi in ogni tempo, è per un reazionario aristocratico come Fani Ciotti uno scenario futuribile, terrificante e non auspicabile.

Sull’amata vecchia Terra, preda della dittatura universale e ormai inospitale, lo spazio per quelli come lui si sarebbe fatto sempre più angusto, ma la tecnologia avrebbe offerto una via di scampo e in essa, da futurista, l’autore crede ciecamente. La “navigazione transeterica”, la necessità di abbandonare il Pianeta e di intraprendere un conflitto sanguinoso contro gli alieni, topoi tanto cari alla fantascienza, sono lo scenario in cui poter calare le istanze politico-culturali di cui Paolo Fonte è campione indiscusso.

Il giovane protagonista, coraggioso, spregiudicato, individualista, è l’eroe del romanzo e il portavoce di quella Teoria sociologica della guerra già esternata da Volt (di cui il libro è quasi una naturale prosecuzione). Paolo Fonte, però, è soprattutto il futurista esemplare secondo Fani Ciotti. Plasmato sulla falsariga del Manifesto di cui incarna lo spirito e di cui è pronto a tradurre in atto le istanze, dalla “glorificazione della guerra” al “disprezzo della donna”, dal “militarismo” al “gesto distruttore dei libertari”, neanche l’estremo sacrificio è troppo per lui se permetterà di lanciare, letteralmente, la “sfida alle stelle”.

People, Konstantin Yuon (1923)

Certo, anche alla luce dell’evoluzione del futurismo italiano, c’è da chiedersi quanto di eroico possa oggi conservare un personaggio del genere, abbastanza patetico e persino sinistro, pronto com’è a sterminare i Lemuri di Giove perché è fatale che gli uomini vivano uccidendo. La sua agognata impresa coloniale, inoltre, pare nascere in parte dalla personale frustrazione. I riflettori, però, sono puntati tutti su di lui, esplosione di dinamicità vivificante in un mondo in agonia e, paradossalmente, non più che l’ombra di un uomo: le descrizioni si riducono al minimo, i comprimari da una parte e gli antagonisti dall’altra concorrono solo a creare l’occasione tanto attesa.

E l’occasione giunge, inaspettata, quando tutto sembra perduto: è un’idea grande, sinistra, magnifica, è un gesto estremo e libertario. La fine del mondo, visione distorta e allucinata di un futuro non troppo lontano, nonostante diversi limiti scorre veloce fino al suo epilogo memorabile grazie a una prosa elegante ed essenziale (cui non manca un certo tono da retorica marinettiana). I foschi presagi di Volt sull’avvenire, proiezione di sogni, angosce e timori dell’epoca, a quasi un secolo di distanza risultano di un’attualità disarmante, sollevando questioni che spaziano dallo sviluppo sostenibile al progresso tecnologico, dalla politica all’etica, dall’economia alla società. Un romanzo, insomma, che sa ancora sorprendere il lettore contemporaneo, nel bene e nel male.