“Maledetto”, un aggettivo pronto ad aggredire l’essere, l’humus, l’annullamento. Quante volte ha pervaso i vostri timpani? Quante altre vi siete armati di esso? Il dizionario Treccani lo identifica fisicamente come colui colpito da maledizione, oppure cosa che sembra recare in sé danni, sciagure, dolori, e trasmetterli ad altri. In particolar modo è anche utilizzato come espressione di sfogo, in tono ora fortemente irritato ora lievemente scherzoso, rivolta contro persona o cosa che procuri noia, disturbo, fastidio, preoccupazioni varie

E se “maledetto” viene definito un poeta, scudo linguistico della bellezza, fiore velenoso dell’eden? Quanto bene ha profuso all’umanità di ogni landa la maledizione in versi di François Villon, Charles Baudelaire, Arthur Rimbaud, Paul Verlaine e Stéphane Mallarmé? La simbolica oscurità portatrice di salvezza è loro creatura. In Italia il primo fu Dino Campana dalla provincia di Firenze, quella che ha in pugno il mondo della poesia grazie alle Tre Corone, poi arrivò il cantore delle Cinque Terre, Eugenio Montale

A finibus terrae, nel Salento, all’ombra del barocco leccese, palpita con urgenza una cricca di maledetti salentini, definiti anche selvaggi in lirica. Ne peschiamo quattro da lu panaru di vimini, ricostruendo un ponte tra il Dopoguerra e l’Ultra-contemporaneità che sostiene un simbolismo post-moderno fondato da voci disintegrate di ieri, oggi e domani: Antonio Verri, Salvatore Toma, Claudia Ruggeri e Marco Vetrugno. Il vino forte, il patriottismo celato e un esagitato senso di rigetto nei confronti della sfera sociale sono i punti in comune tra maledetti francesi e salentini.

Dino Campana

Antonio Leonardo Verri nasce a Caprarica di Lecce il 22 febbraio 1949.  Poeta viaggiatore, giornalista pubblicista, narratore lirico, editore di concetto, uomo di cultura tra i più sensibili e ferventi del panorama contemporaneo italiano. Fondatore e direttore di riviste letterarie come «Caffè Greco», «Pensionante de’ Saraceni» e «Quotidiano dei Poeti» che dal 1991 amplia la propria veste accogliendo la testata «Ballyhoo – Quotidiano di comunicazione». Tra le sue opere di rilievo ritroviamo Il pane sotto la neve (1983), Il fabbricante d’armonia (1985), La cultura dei tao (1986), La Betissa (1987), I trofei della città di Guinses (1988), Ballyhoo Ballyhoo (1990), E per cuore una grossa vocale (1990) e Il naviglio innocente

La sua poesia è animata da un’iper-narratività da romanzo salgariano con personaggi della vita umile a fendere l’immanenza paesaggistica del Salento in grado di attenuare il dolore portato dalle malelingue e da un’incapacità del tessuto sociale di valorizzare il patrimonio culturale. A Caprarica era definito “lo scemo del villaggio” e mentre lui costruiva una rete letteraria con Bologna stella polare e i maledetti salentini come trascinatori di un’intera microregione relegata all’oblio, i suoi concittadini lo deridevano sadicamente. Mauro Marino, suo caro amico, intramontabile operatore culturale del Salento, e factotum del Fondo Verri di Lecce – ormai diventato il tempio delle attività culturali barocche – lo ricorda così:

Antonio Verri è stato l’alchimista di prove editoriali che hanno ispirato un’unità d’intenti desueta per il Salento a lui contemporaneo. Un fabbricante di armonia che con umiltà ha praticato e costruito poesia. 

“Il fabbricante di armonia” compone versi affamati d’amore sotto le lune dei turchi, battendo il petto orgogliosamente con le raccolte poetiche di Vittorio Bodini, suo riferimento intellettuale, e invitando i poeti a fare fogli di poesia per poi venderli a pochi denari. Raccontare, divulgare, vivere, senza smania di guadagno o immortalità, ma per rasserenare la creatività di cuore dalla semplicità acuta.  

Maurizio Nocera, finissimo critico letterario, curatore della raccolta verriana Il pane sotto la neve… più altro pane (Kurumuny, 2003) e di innumerevoli lavori implosi all’ombra della pietra leccese, racconta un aneddoto che riassume tutte le energie profuse in un atto artistico dal poeta di Caprarica:

Certe volte ho visto Antonio tremare fino a che non vedeva partorita la sua “creatura” pronta per la stampa. Solo dopo si gettava come morto su di una poltrona e cominciava a recuperare. A volte lo chiamavo, perché c’era un’incombenza da sistemare, ma non c’era verso, continuava a sonnecchiare a occhi semi-aperti, chiedendomi di lasciarlo in pace. Capivo allora che stava sognando le sue creaturine-stampate, che andavano sfarfallando per la provincia di Lecce, che per lui era regione immensa.

Antonio Verri, nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1993, si schianta con la sua Fiat 126 contro uno dei tanti ulivi di Caprarica per lui fonte di respiro lirico. Dopo soltanto quarantaquattro primavere e un romanzo in cantiere, restano i versi dilaganti che talvolta emulano i poemi greci, ma scorrono inesorabilmente in punta di simbolismo. 

Da Il pane sotto la neve (per Otranto, per occasioni)

Freddo nelle ossa o cuore lucente?

Calcinacci d’acciaio argento

ti ridanno la misura del vivere

ti parlo di flebili grida, di morti

sonore, negli occhi a soqquadro

nelle bocche colme di neve, dolci

teorie di sfacelo di un dotto mentitore

che simula ancora oggi discorsi 

tra un narrare nascosto e «il piombo

fuso a mezzanotte». Ma. Teorie. Micisca! 

Come uno gnu procedevo

a circolo. Fino alla morte.

Ordinavo piano le mie parole

nel silenzio

dietro la grande fronte, gli occhi

al cielo forati. Grosse grida d’urgenza!

Antonio Leonardo Verri

Salvatore Toma nasce a Maglie (Lecce), l’11 maggio 1951, da una famiglia di fiorai appassionati di verace poesia. Frequenta il liceo classico, ma non intende proseguire il percorso scolastico, dedicandosi allo studio privato dei poeti maledetti francesi e di Giacomo Leopardi, che a suo dire, ha liberato l’Italia più di Garibaldi. S’immerge nell’esistenza bucolica, vivendo in una casa al centro del rione Ciancole, allevando alani e scrivendo con un’intensa fame di libertà. Pubblica sei raccolte poetiche che lo proiettano tra i maggiori cantori delle Puglie: Poesie (prime rondini) 1970, Ad esempio una vacanza 1972, Poesie scelte 1977, Un anno in sospeso 1979, Ancora un anno 1981, Forse ci siamo 1983. Nel 1999, la storica filologa Maria Corti cura per Einaudi un’antologia tomiana titolata Canzoniere della morte, che regala la ribalta nazionale al maledetto, alimentando però un bastimento di polemiche relative alla sua dipartita, avvenuta il 17 marzo 1987 a sole trentasei primavere. Maria Corti propone la tesi del suicidio, avvalendosi del dialogo totale che il poeta instaura con la morte in tutti i suoi scritti, elevandola a Laura petrarchesca o Donna Gentile dantesca e rappresentando il senso della sua stessa vita:

In quello che si è chiamato il Canzoniere della morte Toma, svanite le passioni immaginarie che altrove lo avevano ispirato, cerca di innestare il proprio sistema nervoso letterario sul sistema divino. […] L’incomparabile familiarità con la morte di questo poeta suicida, il senso di una assidua presenza ci fanno sentire con forza e con sorpresa l’originalità di questa poesia nel contesto tradizionale e in quello dei nostri giorni. Inoltre siamo di fronte a una poesia sconosciuta, che si vuole finalmente rendere nota ai lettori italiani. Essa sarebbe piaciuta a Lotman che nel testo Il fuoco nel vaso celebra «la tragica validità» del suicidio.

La famiglia di Toma ammonisce la filologa, osservando come il decesso sia determinato dall’abuso di alcol che gli avrebbe spappolato rapidamente il fegato. Egli era dipendente dal vino, poiché gli regalava una potente estraniazione dalla realtà, spedendolo in una dimensione creativa ritenuta irrinunciabile. Convenire sulla tesi che l’uomo-poeta si sia lasciato morire lentamente attraverso la dipendenza come atto di ribellione verso un mondo che scatenava nel suo cuore muta sofferenza è l’ipotesi più lungimirante.

I versi di una sua lirica che oggi fungono da epitaffio sono risolutori in tal senso:

Quando sarò morto/ che non vi venga in mente/ di mettere manifesti:/ morto serenamente/ o dopo lunga sofferenza/ o peggio ancora in grazia di dio./ Io sono morto/ per la vostra presenza.

La poetica del selvaggio magliese è un profondo respiro al di sopra delle tenebre in relazione con le proprietà benefiche della flora cantate da Virgilio e con le bontà caratteriali della fauna chiarite da Esopo. Toma regala il suo sangue al lettore, togliendosi le vesti, la pelle, le difese del subconscio e abbracciandolo beffardamente con i suoi nervi, che producono le migliori debolezze. Il suo verso libero, mai in rima, quasi a voler rifiutare l’adattamento in un bagno caldo d’anarchia, esplode in un’unica figura retorica: una metafora: la vita è un immenso cimitero da visitare con l’arte. Del suo bosco di parole in gran parte inesplorato il critico e poeta Nicola Vacca ne parla con questi termini su «L’Ottavo»:

La sua scrittura è tragicamente anarchica e anche quando si lascia ossessionare dal pensiero della morte, che per lui è l’unico modo di sentirsi vivo, è consapevole che le sue parole non hanno nulla da scontare all’esistente. Di Salvatore Toma si continua a sapere molto poco. A trent’anni dalla sua morte la sua poesia è dinamite pura che non teme le conseguenze di tutte le sue deflagrazioni.

Ma Salvatore Toma è anche creatore d’amore: conturbante, dinamitardo, consumante. Prevale nei suoi flussi di coscienza amorosi un sentimento che scioglie l’anima e porta spasmi incalcolabili a mens e corpore. La sua poesia più introspettiva, sofferta e raggiante al tempo stesso, la dedica alla moglie, compagna di una vita. La mia è una donna favolosa è un’inebriante presa di coscienza di inadeguatezza nei confronti di uno spirito infiammante in carne e dolcezza che lo ha cullato per un’intera esistenza, facendolo sentire amato a un livello tale da frantumare organi e ossa:

Vorrei ficcarmi le dita

allo stomaco

spaccarmi le costole

spezzarle con grandissimo dolore

aprirle

so che non verrebbero fuori

visceri fegato cuore

verrebbero fuori

neve alberi fuoco

vento pioggia

perché io sono fatto così

vegetale e libero.

Io non sono cervello

ossessioni inibizioni

società paure

io sono vita

vita libera liberà foreste

gioia di esistere.

 

La mia 

è una donna favolosa.

In nessuna parte

del mondo avrei potuto

trovare un simile mostro

di pazienza e di amore.

La mia

è una donna favolosa.

Pur di non perderla

Rinuncerei ai miei versi.

 

Lo sbagliato sono io

non c’è che dire

Salvatore Toma

Claudia Ruggeri nasce a Napoli il 30 agosto 1967 e all’età di un anno si trasferisce con la famiglia nel Salento per volere del padre, uomo all’antica dalle origini leccesi, che la sradica dall’ambiente napoletano della quale è originaria la madre. Studia contemporaneamente Lettere e Teologia all’Università degli Studi di Lecce e si distingue come voce raffinata nel laboratorio di poesia di Arrigo Colombo e Walter Vergallo. Declama per la prima volta i suoi versi alla Festa dell’Unità del capoluogo barocco del 1985, in un reading co-organizzato dal poeta Dario Bellezza, che la segnala a uno degli intellettuali più brillanti del Novecento italiano, Franco Fortini. Claudia Ruggeri instaura con il critico fiorentino un serrato scambio epistolare, determinante per la ricerca dell’originalità nella sua produzione poetica, che si prospetta fin dalla prima ora affascinante. 

La Ruggeri è il cigno nero della lirica dello Stivale. Dotata di una fisicità candida, in grado di esprimere purezza insindacabile. Occhi perforanti da attrice cullata sul mare di Cannes, occhiaie bohemien, labbra vegliate da un anelito di tenerezza mancata. Il suo linguaggio poetico è elegante e racchiude al di sopra del simbolo un’eresia spinta con silenziosa potenza. Scavando dentro il segno si scorge un’orbita altalenante di squassanti tormenti, maturati in ogni ora della traversata giornaliera, percorsa in una Penisola che vede nella donna una moglie, una madre, non una poetessa. 

Ella conosce la perseveranza dei testi biblici, dotando i propri componimenti di personaggi e quadri provenienti dall’Antico Testamento. Il suo rapporto con la religione è netto, esplicabile tra la satira e l’invettiva, in una perenne alternanza di prodighe invocazioni e tremebonde bestemmie all’Onnipotente. In lei è debordante la voglia di annichilire il respiro con la passione carnale che si contrappone alla ligia scalata cristiana verso il regno dei cieli da compiere in vita con l’allontanamento degli atti impuri. La poetessa è un gatto nero in mezzo ai maiali, un angelo diabolico che sussurra sussulti nel deserto culturale del Salento, dove il maledetto è puntuale fonte di incomprensione. Il giornalista Rai Giovanni Ibello sostiene che la lingua ruggeriana ha il tono di una tragica profezia: è barocca e dissacrante, dal lessico eclettico e senza pudore. Mentre per il critico Mario Desiati, l’originalità della struttura e delle figure retoriche rappresenta

un esempio unico di poesia, una poesia ‘ingioiellata’ come diceva Fortini, ma inedita. Una poesia colma di citazioni e rimandi, ‘aulika’ fatta di amorevole saccheggio, poesia fatta di lava, sangue e dolore. Una poesia che sorprende il lettore, lo meraviglia, per l’uso spregiudicato del dialetto, dei modi di dire, delle citazioni colte, delle frasi fatte, delle parole inventate, degli arcaismi e delle parole straniere.   

La sua prima e completa opera, Inferno minore, viene pubblicata sessanta giorni dopo la morte sulla rivista «L’incantiere» e la maggior parte dei suoi manoscritti è resa consultabile dal 2005 dalla famiglia al Gabinetto Vieusseux di Firenze. Claudia Ruggeri muore suicida il 27 ottobre del 1996, a sole ventinove primavere, dopo essersi lanciata nel vuoto dal balcone della sua abitazione leccese. Il cigno nero era convinto di poter purificare la propria anima, accecando i demoni di sempre attraverso il sentiero poetico. Schiacciata dal peso delle proprie battaglie interiori, in quel nefasto 27 ottobre, sentenziò di non essere riuscita a emulare il Dante Alighieri della Commedia e scelse, come gli eroi greci e le rockstar novecentesche, di salutare l’immondo giovane e desiderabile con proiezione infinita. Secondo Annalucia Cudazzo, curatrice del volume Poesie. inferno minore. e pagine del travaso, con inediti, (Musicaos Editore, 2018, collana “Fogli di Via”, PENS-Poesia contemporanea), La Ruggeri seguì, così, la scia di altre autrici contemporanee morte suicide e l’ultima poesia che recitò in occasione di SalentoPoesia nel 1995, a la fiamma della forma ha incendiato, contiene molti possibili presagi di quello che sarebbe stato l’ultimo atto della sua esistenza. «Il verso potrebbe significare / la sua morte esatta»: la Ruggeri si rese conto che la poesia era per lei una condanna, ma, come scrive nel componimento sopra citato, in cui si riprende un proverbio cinese, il poeta non demorde dalla ricerca della felicità, sebbene sia consapevole che non la raggiungerà mai, ed è disposto anche alla distruzione pur di non arrendersi

L’autodistruzione per mordere l’immortalità. Cancellare fisicamente se stessi per favorire il trionfo di un ideale, di una corrente, di uno stile, come Yukio Mishima.  Da Inferno minore:

Se ti dico cammina non è perché presuma

di parlarti: alla montagna, alla malìa

di milioni di lame, arrivarono a migliaia

cose nude si sparirono bestie, alla neve

al malozio della trappola, tutto

s’esiliava a quel richiamo disanimale.

ma chi nega che in tanta sepoltura

sia avvenuto al pendio un biancore vero

o lo strano brillio che ti destina se la passi,

e pur e pur non sfondi

alla tagliola che non scatta, e più

non stravolge l’inerzia della lettera, ne anche

tiene lo sporco della suola; si noda

tutta al Trucco che l’immàcola, s’allenta,

a tratti s’allaccia cose che muoiono,

solo scali, cose già sganciate…

a te a te altro ti tiene, non la parola,

per te s’alleva una tortura dentro la bara

della Figura, una condanna alla molla

maligna del Carnevale abominevole, alla cantina

cattiva di finisterrae violenta

dove s’aduna, al molo, ogni bestiario

qualunque personaggio, alcun oggetto, per una muta

buia dell’attore, per un aumento in male, per l’alta

fantasia che mi ritorna di tanta cerimonia

incorreggibile, per una benvenuta dismisura, per

me che fui per te senz’anima

e feci un patto al malto

sul seme di un’estate

dove esplose la vena che divina;

che sbotola che lima, per te seppi, se sia l’afrore

o la Macchia del logoro, che cova sul monte

il fondo lo scatto l’inverno del falco.

Claudia Ruggeri

Marco Vetrugno nasce a San Pietro Vernotico, in provincia di Brindisi, il 19 gennaio 1983. Vive nel sottobosco di Lecce, dove le bambine cantano la canzone della donnaccia, avvolte da penetranti fasci di luce low cost. Poeta che non chiede niente a nessuno, se non a se stesso. I suoi versi rodono il fegato, purificando l’anima. Bibliofilo raffinato, difensore delle utopie intellettuali relegate a specchietto per le allodole nell’Italietta della demagogia 3.0. Ha pubblicato le raccolte Poetico delirio 2012, Organismi cedevoli 2014, I versi del panopticon 2014 (per il Magazzino di Poesia di Spagine a cura di Mauro Marino), Le mie ultime difese 2015, Proiettili di-versi 2016 e i testi teatrali Mùtilo 2017 e Apologia di un perdente 2018. 

Vetrugno è il maledetto d’oggi e di conseguenza di domani. Erede della tradizione dei selvaggi salentini, ha trasposto la sua poesia sanguinante, rigogliosa, avvelenata nei codici del teatro, creando un dibattito serrato con la pittura autodistruttiva della contemporaneità. Uno stormo di echi artistici contrapposti, ma che battono all’unisono sul dente dolente. Esperimento che presto porterà anche in narrativa con un romanzo da scrittore dinamitardo, da poeta che ama la deflagrazione, parafrasando il cioraniano Nicola Vacca. 

Il luogo ricorrente nei componimenti dell’ultimo maledetto è il panottico, che si staglia talvolta tra le sinapsi e l’inconscio. Il carcere perfetto progettato dal filosofo britannico Jeremy Bentham nel 1791, che permette alle guardie di sorvegliare tutti i detenuti grazie a una struttura circolare e di celare a quest’ultimi la visione dei sorveglianti, è il luogo di detenzione di Vetrugno, che si sente in ogni minuto della sua esistenza vegliato dall’Argo Panoptes, gigante dai cento occhi della mitologia ellenica, che è una metafora del potere invisibile, spiegata all’emisfero da Michel Foucault, Zygmunt Bauman e George Orwell, in particolar modo nel romanzo 1984. Il poeta del panottico spedisce il suo ultimo personaggio teatrale, Ezra, in un museo detentivo animato da opere pittoriche graffianti. Siamo in Apologia di un perdente (Elliot, 2018) e il protagonista, con un rotolo di fasce in braccio che fanno pensare a un neonato, e una teca di vetro dinanzi contenente il teschio della sua donna, si ritrova a contemplare Tre studi per figure ai piedi di una crocifissione di Francis Bacon: 

Deposizione dalla croce

deposizione dal letto

odore di carne morta

che vuole vivere

che vuole ancora

 

La febbre del sangue

è un lusso pericoloso

è una richiesta inoppugnabile

 

Fissi gli occhi

sul muro invalicabile

due chiodi conficcati

nel vuoto insondabile

del mio cranio

 

La visione dell’appeso

la visione ribaltata

naufragata

In un intervento apparso su Poesia del nostro tempo, nello spazio “Grammofono”, il critico e poeta Alessio Paiano sostiene che l’opera di Vetrugno rifiuta a determinarsi – ecco ritornare il concetto di ‘incompiutezza’ – nella sua multidisciplinarità tra teatro e poesia, senza che queste due dimensioni possano fondersi ma rimanendo allo stadio di forma ibrida, laddove terzo elemento propulsore risulterebbe essere la pittura. Nella prigionia teatrale di Apologia di un perdente, l’autore si traveste da Ezra con l’intento di esorcizzare i morti della sua vita, alimentando il rifiuto di farsi assorbire dal gregge sociale e tracciando l’onesto bilancio di un essere forgiato da eterne mancanze.

Melania Panico su Laboratori Poesia, chiarisce che Ezra, il protagonista di questo monologo in versi, è un perdente. Nel senso che ha perso qualcosa, qualcuno. Forse ha perso contatto con la realtà o non sa che farsene. Osservando Sera blu di Edward Hopper, il detenuto ideale sottolinea inconsciamente il terrore di generare una nuova creatura: la mancanza incolmabile di suo padre – morto troppo presto in un momento di formazione giovanile – e soprattutto l’impossibilità di impugnare le sorti della sua vita, scegliendo di vincere sulla morte attraverso il suicidio, lo paralizzano senza appello.  

Avresti dovuto affogare il figlio

prima d’impugnare

il nodo scorsoio della corda

castrarlo

prima d’immaginare

la falce d’acciaio della lametta

 

Avresti dovuto riordinare

i referti disfatti

cauterizzare la degenerazione

gli smembramenti della carne

gli smembramenti

Marco Vetrugno confessa, servendosi della voce dilaniata di Ezra, che se ho combattuto/ è stato solo per non soccombere/ solo per sopravvivere/ proprio come le bestie/ come le bestie/ e sulle mie pulsioni/ sulle mie estensioni. Egli è un poeta che ha scelto l’estraniazione dai riflettori di una sfera letteraria tra il vomitevole e il ridicolo: un passo nel buio per osservare con esattezza la luce reale sull’agorà. La solitudine culturale, figlia di una battaglia intellettuale da combattere con le armi dell’arte disincantata, rimembra l’urlo incommensurabile di una forza del passato, Pier Paolo Pasolini: La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Vetrugno entrando a piedi nudi nel sofferto panottico e srotolando per pochi istanti le bende intrise di passioni attorcigliate sul suo dolore.

Marco Vetrugno

Ricordi quando e come è nata la poesia dentro di te?

La poesia nasce nell’abbandono, nella ricerca del silenzio, nell’attesa dei sussurri della Parola. Si inizia a scrivere guidati dall’istinto, in preda ad una forza inspiegabile che ci guida verso l’altrove. Lo scrittore è spesso un uomo privato e provato dalla vita, è un reduce deformato da mille implosioni, è un ossessionato, un incurabile che modella in lettere pulsioni e proiezioni di una realtà che non gli appartiene, è un funambolo che cade di proposito, ma prima di ogni cosa è un uomo che conosce se stesso, che si mette a nudo, che non bluffa, perché un uomo che mente, che mistifica, che non riesce ad accettare appieno la propria condizione esistenziale e sociale, non potrà mai creare nulla di vero, nulla che non sia il frutto di più menzogne, il risultato scadente di un’arroganza pietosa, di un’aberrante vanità, tutto risulterà un’imitazione insulsa, una falsificazione, una truffa. La scrittura è il mio modo di stare al mondo, è ricerca, con la poesia mi spingo oltre, la poesia mi rende coeterno ai defunti, mi tiene per mano. I versi nati dall’istinto, oggi hanno una forza consapevole, hanno dei bersagli, sono tutti dedicati ai mai nati, ai miei cari scomparsi, a chi mi sta vicino nonostante tutto.

Quali sono i tuoi riferimenti letterari?

Più che riferimenti letterari, gli autori del passato e del presente li reputo miei fratelli d’inchiostro, dei maestri da cui avrò sempre da imparare. Dovrei citare decine e decine di nomi, non fosse altro per dare giustizia a questi uomini e donne straordinari. Il mio maestro è Thomas Bernhard, un autore in grado di raggiungere l’apice nelle tre forme principali, prosa, drammaturgia e poesia. Alla sua sinistra “farei sedere” Samuel Beckett e dall’altro lato Carmelo Bene. Sono davvero troppi gli autori che amo, per gli italiani Manganelli, Bufalino, Amelia Rosselli, Ottieri, Landolfi, Pavese, Bellezza, Morselli, Ripellino, il caro Salvatore Toma, fino a Simone Cattaneo e Ferrari. Per quanto riguarda la letteratura estera Gottfried Benn, Paul Celan, Stig Dagerman, Céline, Ezra Pound, P. D. La Rochelle, Bataille, Wilcock, Mutis, Pizarnik, tutta la letteratura russa da Dostoevskij fino a Erofeev e americana da Fitzgerald, Carnevali, i beat, fino a Thomas Wolfe, J. O’Brien, Johnson e D’Ambrosio, tutti i francesi da Baudelaire fino ad Artaud, Sartre, Camus, Bonnefoy, Luc Dietrich e Thierry Metz, e molti, molti altri. Un riferimento fondamentale lo hanno avuto anche artisti come Francis Bacon, Giacometti, Modigliani, Schiele, Rothko, Munch, le pitture nere di Goya, e andando a ritroso Caravaggio fino a Michelangelo. Io seguo una traiettoria che si dirama in direzioni che solo apparentemente sembrano distanti, ma che in realtà si muovono parallelamente.

Quali esperienze della tua vita e quali sentimenti nei confronti del presente ti portano a cercare respiro nella scrittura?

Se non fosse stato per la scrittura e per lo studio, oggi sarei sicuramente un uomo molto diverso. Nel corso della mia vita ho dovuto affrontare lutti ed esperienze al limite, circostanze che inevitabilmente mi hanno segnato. Sin da bambino ho dovuto fare i conti con la malattia psichica di mio padre, un lungo calvario culminato nel suicidio. All’epoca avevo solo sedici anni, forse l’età peggiore per perdere così un padre, un’età già di per sé destabilizzante. Inevitabilmente i temi del suicidio, della morte, dell’incurabilità, della lotta, dell’abbandono, sono tutti argomenti fondamentali nella mia poetica. Dopo quel lutto straziante ho trascorso dieci anni assurdi, anni di eccessi, di esperienze lisergiche, d’incontri emozionanti. Logicamente si paga tutto e a ventisette anni fui arrestato e condannato a tre anni per spaccio di stupefacenti. Da incensurato scontai la pena con un mese di carcere e due lunghi anni di domiciliari; proprio in quel periodo di detenzione iniziai a scrivere con una certa frequenza, con metodo. Da allora sono trascorsi altri dieci anni ed oggi che ne ho trentasei, ho all’attivo quattro pubblicazioni di raccolte in versi (poesie nate principalmente dalla rabbia e dalla voglia) e due testi teatrali, due monologhi che meglio rappresentano il mio stile e i miei pensieri. Oggi sono tagliato fuori da tutto, odio le comunità, quelle letterarie e religiose in modo particolare, ma forse proprio questa alienazione, continua a donarmi un punto di vista privilegiato e autentico, una visione che ho raccontato in modo dettagliato nel mio primo romanzo (ad oggi volutamente ancora inedito). La scrittura per me è una forma di lotta, la più nobile, e a me non è rimasto altro che lottare, con e contro me stesso, contro quei meccanismi d‘autodistruzione che ancora non riesco a frenare. Tengo a precisare che questa mia confessione avviene dopo la pubblicazione di sei libri, questo perché ho sempre voluto farmi conoscere e giudicare unicamente per la mia produzione letteraria.

I quattro portabandiera di ieri, oggi e domani degli unici valori inestirpabili da una Penisola di lustrini e pagliette, poiché animati da un fuoco noir inestinguibile, confermano che la maledizione in poesia è una cieca benedizione per l’umanità. Il poeta maledetto, nato in Francia, ma che nel Salento ha dei cugini di spessore internazionale, è entità pervasa da struggente sensibilità. Egli decide di fare un passo fuori dal mondo e di autodistruggersi e non per rivoluzionarlo, per salvarlo. Il poeta maledetto si sacrifica per la vita altrui, alimentato da una percezione del dolore privato e collettivo che non ha eguali nell’arte terrestre. Il principe dei maledetti, Charles Baudelaire, nella lirica Il nemico si esprime così:

O dolore! Dolore!/ Il tempo divora la vita,/ e l’oscuro Nemico che ci corrode il cuore,/col sangue che perdiamo,/cresce e si fortifica!

I maledetti del barocco, in tutte le loro forme e declinazioni, sono l’ultima àncora di salvezza per il Salento. Oggi, in uno scenario non più arido culturalmente, bensì contraddistinto da una confusione urticante, ad orologeria, destinata a durare fino quando l’osso sarà spolpato, l’intellettuale conta i denari, mai le vittime. I selvaggi sono fuori dai giochi e abbracciano analogicamente i morenti Ulivi, il simbolo incontrastato di una tradizione popolare in via d’estinzione. Possiamo sostenere con esattezza che i poeti della benedizione sono gli Ulivi della cultura italiana, ormai dominata da trent’anni dal consumismo e dall’omologazione teorica e pratica, in grado di elevare il grado d’ignoranza della middle class. L’industria culturale d’oggi, preannunciata decenni fa da Adorno, mira a sfruttare il prodotto e l’ambiente nel quale si realizza per poi abbandonarlo appena il lavoro è terminato, cercando altri lidi vergini da stuprare. Come sarà il Salento tra trent’anni? Deserto paesaggistico dal mare inquinato? Ghetto culturale animato da poche voci del passato con le giovani e trainanti forze emigrate da un pezzo? Cimitero di rimpianti e prefiche ammutolite? Siamo ancora in tempo a invertire il trend apocalittico. Partiamo dai maledetti, rispettiamo il paesaggio. Non è mai troppo tardi per conoscere e migliorare le proprie radici, ammettendo gli errori di sempre e donando il futuro a tutto il territorio.