Non si arriva mai in fondo ad un autore come Fernando Pessoa. Dopo averlo cercato nelle poesie, lo inseguiamo nella prosa, ma non lo troviamo da nessuna parte. La verità è che lo incontriamo ovunque e in nessun luogo, allo stesso tempo. Per alcuni, la funzione dello scrivere consiste in un’appassionata discesa nel sé; Pessoa si avventurò nella direzione opposta, usando i suoi eteronimi – galassia di autori fittizi o pseudonimi i quali, nonostante la dimensione immaginaria, possiedono una propria personalità – come mezzo di fuga, sostenendo che in quel gruppo di personaggi era proprio lui il meno reale e comprensibile.

Questo il Pessoa noto al pubblico. Ma ve n’è un altro, calato nel contesto politico e sociale della sua epoca, frammentario, mordace e sarcastico, brillante analista, che l’editore Bietti ci ripresenta nella seconda edizione italiana della raccolta “Politica e Profezie – Appunti e Frammenti (1910-1935)”, in cui è contenuta una parte dell’immensa mole di scritti, per lo più non ancora dati alle stampe, che l’autore lusitano produsse nell’ultimo trentennio della sua vita.

Nato a Lisbona il 13 giugno 1888, aveva cinque anni quando suo padre, il critico musicale Joaquim de Seabra Pessoa, morì di tubercolosi. Sei mesi dopo, perse il fratellino Jorge. La nonna paterna soffriva di attacchi di follia ed era entrata e uscita da ospedali psichiatrici negli ultimi dodici anni della sua vita. Sua madre si risposò e la famiglia si trasferì in Sud Africa, dove il patrigno era il console portoghese di Durban, una città governata dagli inglesi. Questo il tribolato quadro familiare al tempo dell’infanzia.

Era uno studente brillante, mite, inoffensivo, incline a evitare l’amicizia con i compagni di scuola. Leggeva e amava William Shakespeare, John Milton, John Keats, Mary Shelley, Charles Dickens, Edgar Allan Poe, Lord Byron. I suoi primi pseudonimi furono Charles Robert Anon e Alexander Search; poi c’era Jean Seul, che scriveva solo in francese. Niente gli importava davvero a parte la sua scrittura. La vita reale si collocava per lui al di qua del punto.

Nel 1905 rientrò a Lisbona per frequentare l’università e non lascerà mai più la città. Sebbene in seguito abbandonerà gli studi, riuscì a costruirsi una buona cultura rinchiudendosi intere giornate nella Biblioteca Nazionale a leggere di letteratura, storia, religione, filosofia. Le frequenti e intense letture gli causarono, tuttavia, un pesante abbassamento della vistaViveva con i parenti o da solo in stanze prese in affitto; guadagnava un modesto stipendio come traduttore per aziende che conducevano affari con l’estero ovvero lavorando come contabile.

Aveva pochi amici. Si diceva che avesse una postura terribile e che non fosse mai arrivato in tempo ad un appuntamento, presentandosi sempre troppo presto o troppo tardi. Vestiva formalmente, con un papillon e un cappello Homburg. Era molto interessato all’occulto; ossessionato dagli oroscopi, pensò di guadagnarsi da vivere come astrologo. Produsse oroscopi per sé, per i suoi conoscenti e persino per i suoi eteronimi.

Era un uomo pudico e goffo, ma la sua visione come scrittore era sorprendentemente coraggiosa.

Nel 1915 divenne protagonista della nascente avanguardia portoghese, un gruppo di intellettuali di Lisbona che fondò la rivista Orpheu, che introdusse la letteratura modernista nel Paese. Ridicolizzata in principio, fu ben presto apprezzata e la pubblicazione ottenne un tale rispetto che le critiche che vi apparvero divennero assai influenti.

Gli scritti contenuti nel volume sopra citato, tratti da una miniera di manoscritti pubblicati postumi o ancora inediti, mostrano un Pessoa non indifferente alla battaglia di idee che animò l’Europa nei primi decenni del XX secolo, che egli tentò di rielaborare e adattare alla luce delle travagliate vicende del suo Paese. Nonostante l’incedere discontinuo e lacunoso, nel suo modo di pensare e di scrivere è indubbiamente possibile rintracciare una visione politica caratterizzata da una coerenza implicita. Se il nostro autore non è giunto ad esporre la sua concezione in termini dottrinali e sistematici, nondimeno ci ha lasciato un’ingente quantità di testi ove i suoi princìpi di riferimento appaiono più o meno sviluppati.

Ritenne che il sistema monarchico sarebbe stato il più appropriato per una nazione organicamente imperiale come il Portogallo, ma considerò la monarchia, allo stesso tempo, completamente irrealizzabile nel suo Paese in quel momento storico. Conservatore di stile inglese, liberale e nazionalista “mistico” – si mosse all’interno di un conservatorismo assolutamente anti-reazionario; si dichiarò ostile ad ogni forma di integralismo religioso, all’internazionalismo, allo statalismo totalitario, al comunismo, al bigottismo, all’intolleranza. Sebbene questi elementi di affermazione e rifiuto di solito non si coniughino coerentemente nei sistemi di ideologie o pensiero più noti, Fernando Pessoa riuscì a caratterizzarli senza cadere in contraddizione nei suoi scritti politici.


La grande crisi della modernità, a suo avviso, era da rintracciarsi nel declino dell’idea di patria, abusivamente sostituita dall’eccessiva valorizzazione dello Stato, inteso come complesso impersonale di strutture burocratiche. Considerare la patria portoghese come la cosa più importante, unico e vero fattore produttivo di civiltà – fare tutto, quindi, per la Patria e non chiedere nulla allo Stato… queste le sue parole d’ordine.

La nazione è un’entità naturale, biologica, radicata nel passato e nel futuro. Lo Stato è un’istituzione legata al presente, precario nella sua costituzione e nelle funzioni, tanto da identificarsi, al vertice, nella compagine di governo che in un certo istante ne manovra gli oscuri meccanismi. Niente e nessuno può immaginare di “possedere” la nazione, dato che non esistono reti – burocratiche o di altro tipo – con cui è possibile intrappolare l’impalpabile. Il potenziamento dello Stato-apparato, lungi dal riflettersi nell’individuo o nella nazione per innalzarli, li colpisce esclusivamente al fine di sminuirli.

Sarebbe opportuno considerare lo Stato, semplicemente, come il modo in cui la Nazione può scegliere di amministrarsi in un dato periodo storico: rigorosamente, le due cose non si identificano, restando l’uno coscienza dell’altro – potenza ed atto.


I portoghesi non hanno ancora finito di scoprire Pessoa – una figura intellettuale senz’altro rispettata, se non addirittura considerata come celebrità, ma il suo genio letterario non fu ampiamente riconosciuto fin quando non sopraggiunse la morte.

Il 29 novembre 1935, quarantasettenne, soffrendo di dolori addominali e febbre alta, fu portato all’ospedale di São Luís, dove scrisse, in inglese, le sue ultime parole:

Non so cosa mi porterà il domani.

Il giorno seguente, si spense a causa della cirrosi epatica. Nei pressi di una delle caffetterie che abitualmente frequentava, a Lisbona, ora si erge una sua statua. Al momento del trapasso, coloro che conoscevano il suo lavoro compresero che il Paese aveva perso un uomo incredibile:

Sono il sobborgo di una città inesistente, il commento prolisso su un libro mai scritto. Non sono nessuno, nessuno. Non so sentire, non so pensare, non so volere. Sono il personaggio di un romanzo ancora da scrivere, che passa aerea e sfaldata senza aver avuto una realtà, tra i sogni di una creatura che non sapeva come finirmi.