Se la stanchezza di esistere avesse una sua rappresentazione tragica, il Faust di Pessoa ne costituirebbe l’archetipo. Iniziata nel 1908 e mai portata a termine, questa “tragedia soggettiva” prende le mosse dall’opera goethiana, ma solo per discostarsene subito e intraprendere un percorso tutto suo, tra esistenzialismo e nichilismo. Cinque atti e cinque intermezzi lirici in cui l’Intelligenza ingaggia una guerra ad armi impari con la Vita, con la sua forza creatrice e allo stesso tempo distruttrice, così potente da travolgere ogni tentativo di comprensione, addirittura di adattamento ad essa.

Fernando Pessoa

L’Intelligenza personificata da Faust non è un’intelligenza qualsiasi, ma è quella analogica. La sola, secondo Pessoa, in grado di comprendere il mondo circostante nelle sue manifestazioni più reali, e cioè simboliche. Negli appunti preparatori dell’opera, il poeta articola così la tenzone fatale tra le due contendenti.
Nel I atto l’Intelligenza si profonde nello sforzo di capire la Vita. Faust – che qui sembra somigliare all’uomo del sottosuolo di dostoevskijana memoria, per quell’arrovellarsi del raziocinio narcisisticamente chiuso su se stesso – si perde in una serie di elucubrazioni mentali che si avvicinano alla vetta più alta, e cioè la conoscenza, per ricadere ogni volta giù, nello strapiombo dell’incomprensibilità.

Il pensare, e il pensare sempre
provoca in me una forma intima e (…)
di sentire che mi rende disumano

Fallito il tentativo di comprensione, Faust si rinchiude nella sua solitudine che è tale, in certi momenti, da togliergli ogni sembianza umana e tenta un’altra via. D’accordo, non è riuscito a svelare neanche lontanamente il mistero più profondo della Vita, ma forse c’è ancora la possibilità di imprimerle la direzione voluta. L’illusione dura, però, il tempo di un atto e di un intermezzo e ancora una solitudine oscura e opprimente lo attende in agguato.

Eternamente esclusi
gli uni dagli altri, ciascuno
è un universo.
Mondo dentro altri mondi,
infinità variate,
molti abissi senza fondo (…)

Il III atto è quello della verità di se stesso. Faust, di fronte alla propria solitudine, scopre l’orrore di aprirsi all’altro.

Fra me e l’umanità c’è un golfo, e quel golfo è dentro il mio essere.

A nulla gioverà l’amore di Maria e il dramma per l’uomo si consumerà definitivamente nel rovesciamento dell’eros platonico.

Tutta questa terra, questi monti (…) non li avrei amati così tanto se avessi saputo ciò che sono, e li avessi visti come non li vedo.

Non ci può essere vera conoscenza per Faust perché l’eros, lungi dall’essere mero sentimentalismo, esprime quella consapevolezza di esistere che sola scaturisce dal sapersi in relazione con chi e ciò che ci circonda. Ignorare è conoscere, dirà Faust. Nemmeno Maria può aiutare l’Intelligenza a trovare la pace con la Vita e nella non-comprensione fissa la netta linea di separazione tra sé e il mondo.

E allora via, verso il IV atto, verso la vendetta che deve consumarsi nei confronti della prepotenza della Vita. Una febbre – che ricorda proprio quella cerebrale degli eroi del sottosuolo dostoevskijani – è sintomo di un nuovo stadio dell’essere faustiano: se il raziocinio non lo aiuta, forse può aiutarlo l’Azione. Un vecchio compare sul limitare della follia di Faust: gli deve dare il filtro giusto, “il veleno più sottile per l’esistenza”. Ma il suo rifiuto gli sarà fatale. Si abbassa freddamente il coltello e il vecchio muore nell’indifferenza di Faust, che non sente più niente se non un vuoto pneumatico.

Si spalanca, come ennesimo tentativo vacuo di instaurare un qualsiasi legame con la Vita e specialmente di dominazione, quell’orrore metafisico dell’Azione che tanto distingue il Faust pessoano da quello goethiano, che invece aveva sancito la sua pretesa signoria sul destino emancipandosi dal sacro. In principio era il Verbo. Nella suprema sfida a Dio del Faust di Goethe diventerà: In principio era l’Azione.

È stanco Faust, spossato definitivamente dalla sequela di fallimenti collezionati fino ad ora. Che gli resta, dopo aver lottato a vuoto? Una stanchezza di esistere, solo di esistere – come scriverà Pessoa altrove, in una celebre poesia – e l’atto finale non può che vedere il trionfo della Morte che tutto silenzia, anche l’arrovellarsi superbo del raziocinio. Per quanto brillante, è rimasto sterile nel crogiolarsi sulle sue grandi domande e sulla nudità del suo essere limitato, su cui ha fatto calare la coltre della vergogna. Così si chiude la parabola del Faust di Pessoa, mentre il destino del poeta che lo ha scritto sembra non volersi arrendere a questa disfatta, e una domanda diversa, timida nel suo sperare, si affaccia in quella poesia poc’anzi accennata, dal titolo “Ho pena delle stelle”:

Non ci sarà dunque,
per le cose che sono,
non la morte, bensì
un’altra specie di fine, o
una grande ragione?