a cura di Lorenzo Borrè

Il libro è composto da otto saggi,   che esaminano in lungo, in largo e in profondità le vicende e i passaggi politici dello scenario italiano nel ventennio a cavallo di “tangentopoli”, evento che -forse troppo frettolosomente e superficialmente- è stato interpretato come dramma maieutico della cosiddetta “Seconda Repubblica”. Gli autori fanno infatti notare che la transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica avviene all’interno di un’architettura istituzionale immutata rispetto a quella concepita dalla Costituzione nel 1948: cambiano i Partiti e i rapporti di forza tra questi e le Istituzioni, ma non le prerogative costituzionali. Ed è per questo che, a ragione, Piero Ignazi definisce “imperfetta” la trasformazione seguita alla crisi politica dei primi anni Novanta.

Il nuovo Sistema elettorale non ha portato alla eliminazione, né alla riduzione, della frammentazione partitica, ma ha coinciso -forse paradossalmente, dato che la riforma tendeva a rafforzare il bipolarismo partitocratico- con l’indebolimento dei Partiti e il rafforzamento delle Istituzioni di governo -come nota Sergio Fabbrini- in particolare del ruolo politico del Presidente della Repubblica, che nel succedersi dei settennati ha assunto sempre maggior rilevanza, abbandonando la funzione “notarile” cui i partiti del primo trentennio repubblicano l’avevano relegata: l’epitome di sessant’anni di storia presidenziale confezionata da Marco Gervasoni consente di cogliere plasticamente le fortune alterne dei vari Presidenti della Repubblica, ricollegandole a quelle del Sistema partitico.

Parimenti, Nicola Lupo evidenzia come i mutamenti nei rapporti tra Partiti e Governo abbiano sostanzialmente riguardato prassi e convenzioni, ma non il contenuto prescrittivo essenziale della forma di governo: è aumentata invece a dismisura la produzione normativa governativa a scapito di quella parlamentare; il che si ricollega a quella frammentazione e indebolimento della funzione di indirizzo politico dei partiti, sempre meno ideologici e sempre più imbrigliati nei parametri dettati dalle Segreterie delle Commissioni Europee   (un tempo si evocava la cogenza dei “parametri di Maastricht”, ora quella del Patto di Stabilità e del MES).

E gli ultimi quattro saggi forniscono una esaustiva carrellata delle parabole dei quattro principali Partiti della Prima Repubblica: PCI, MSI, DC e PSI, incapaci di fornire -adeguandola alla postmodernità- una narrazione che sapesse coniugare Nazione e Partito, Paese Reale e Paese Legale, Cultura e Società Civile, e i cui epigoni -per usare le parole di Andrea Ungari (curatore del saggio sulla metamorfosi del MSI in AN), –   hanno visto “l’affluire di un personale politico fondamentalmente estraneo alla cultura e al senso identitario […] e,. soprattutto, caratterizzato da una certa dose di carrierismo politico e di pragmatismo che, ben presto, [ha] portato al coinvolgimento di molti esponenti […] in [nuovi] scandali finanziari”, confermando quel triste carattere nazionale che rende palindroma ogni riforma.