Si racconta che lo scrittore inglese Jerome K. Jerome nell’intento di redarre “Una storia del Tamigi” finì per scrivere il suo celebrato romanzo “Tre uomini in barca” – capolavoro di humor ed eleganza – tanto le avventure capitate durante le sue escursioni lo avevano divertito. Il romanzo di Daniel Albizzati, “Le avventure di Mercuzio”, sembra vivere la stessa vicenda al contrario: nel seguire le strampalate peripezie del suo personaggio, Albizzati ci consegna un’efficace, acuta e spietata diagnosi della contemporaneità, dei suoi paradossi, dei suoi quotidiani cortocircuiti. Il romanzo, edito dai tipi di Fazi Editore, ha infatti nell’incipit una potenza ed una freschezza che ricordano l’atmosfera sognante di “Midnight in Paris”: un ragazzo, vestito alla moda ottocentesca, sembra trovarsi catapultato nella Roma di oggi. Intuizione brillante, di donquichottesca memoria, per far risuonare attraverso la letteratura le stranezze del momento storico in cui viviamo.  Il giovane Mercuzio vive infatti rintanato nella soffitta di un palazzo in Campo dei Fiori, “poco più di cinquanta metri quadri con una sola finestra che si distingueva dalle altre per le sue imposte quasi sempre chiuse”. Mercuzio, profondo sognatore come l’omonimo shakespeariano, ha “da tempo dimenticato il mondo esterno e le sue cose” e passa le sue giornate chiacchierando con Tolstoj, Platone, Stendhal, vestendo in palandrana e nutrendosi di pizze che un misterioso ragazzo, giornalmente, gli consegna.

La vicenda ha inizio quando Mercuzio, inaspettatamente, decide di smettere di vagheggiare in compagnia delle sue Giulietta, Penelope, Lucia, Mercedes, per varcare la soglia del suo nido e mettersi in cerca di una vera donna da amare.

Attraverso questo perspicace escamotage l’autore ci vuole trasportare nella Roma del 2019, quella invasa dai turisti ubriachi, dominata da baby-gang, da transessuali arrabbiati e da mediocri aristocratici, grottesche figure che il protagonista incontrerà insieme al fido “Virgilio”, pizzaiolo della famosa “Maestro e Margherita” e navigato conoscitore del sottobosco capitolino. A metà strada tra un Bildungsroman e un polar suis generis, il libro vive di quelle contraddizioni di cui solo i grandi libri riescono a nutrirsi. L’alto e il basso, l’epico e il grottesco convivono nel romanzo, nella forma, nella prosa e nei personaggi stessi. Spieghiamoci meglio, con un esempio. Nel quinto capitolo del romanzo, l’eccentrico Mercuzio a bordo del suo «Ronzinante» – una favolosa vespa 125 Primavera – si trova nell’occhio del ciclone di una guerriglia urbana che vede giganti transessuali impegnati a difendersi dalle scorrerie di ostinati ragazzini, armati di sanpietrini. Mercuzio sederà la battaglia fendendo colpi e spaventando i forzuti e vendicativi latino-americani con il suo pugnale, un ridicolo bastone per i selfie, e verrà celebrato da due reduci sbarbatelli al pari di un mitico eroe. C’è dunque un’epica, ci permettiamo di dire, tutta neo-moderna, un romanticismo che sfrutta il ridicolo della nostra epoca per trovare una dignità in un mondo che non sa cosa farsene. “Le avventure di Mercuzio” è infatti una storia dove le basse pieghe di un’umanità soggiogata dalle ferree leggi dei social-network e degli smartphone trovano una redenzione nei forti valori messi in scena dall’autore. Una grande amicizia e un grande amore compongono il filo rosso che percorre le pagine di questo romanzo che, centimetro dopo centimetro, srotola e svela ai lettori il groviglio esistenziale che ha rinchiuso Mercuzio nella sua stanza, nella sua follia. Beatrice, nomen omen della ragazza che fa innamorare il giovane protagonista, sembra già conoscere Mercuzio; Virgilio, che d’improvviso entra nella vita dell’eroe per insegnargli a muoversi con agilità nella gincana virtuale – memorabile il capitolo dove vengono insegnati i precetti per un Facebook-rimorchio – e metropolitana, sembra sapere molto sulla vita del ragazzo; e perché i proprietari della pizzeria “Il Maestro e Margherita” osservano sbigottiti Mercuzio quando, vestito in rendigota e camicia in tela d’Olanda, attraversa la piazza affollata di Campo dei Fiori? La risoluzione dell’enigma verrà affidata ai due capitoli conclusivi dove la temperatura del libro subisce drasticamente un’inversione e il sorriso complice lascia spazio alla paura, alla malinconia, alle lacrime.

Courbet, Le Désespéré, Autoritratto (1841)

Mercuzio è lo sguardo di un passato che non riesce a farsi davvero passato; è, in definitiva, un valore che potremmo chiamare – l’autore non ce ne voglia – mercuzità. L’eroe del romanzo è un ragazzo congelato nell’epoca subito precedente all’avvento del digitale, della smart-life, dei social network; nella sua follia, è autentico e in lui sono conservati il buon senso e la ragione. È uno sguardo fresco e antico allo stesso tempo, e da qui la genialità di questo romanzo che ci offre una prospettiva vecchia per guardare il nuovo, e uno sguardo nuovo sul vecchio. La letteratura come magistra vitae, ma anche come rifugio per sottrarsi alla meschina realtà e (ed oppure) al dolore, viene infatti resa materia pulsante, viva, riesumata dai lugubri scaffali delle biblioteche, grazie ad un perenne gioco inter-testuale, di rimandi, riferimenti, aneddoti letterari, come quando i due amici, seduti un bar di Ponte Milvio, si sfidano a colpi di citazioni.

«Fu uno scontro titanico! Mercuzio fendeva con Dostoevskij, Virgilio lo raggirava con Tolstoj; di rimando il nostro eroe tirava di Turgenev, ma l’altro si difendeva con Lermontov, vibrando contemporaneamente qualche verso di Puškin e Gogol. Allora Mercuzio cambiava terreno, sguainando a sorpresa Hugo, ma Virgilio schivava a destra e assestava un colpo di Flaubert, e un altro di Diderot, tenendo in scacco l’avversario. (…) La Commedia si scontrava col Faust, Cervantes con Shakespeare, Lutero con le parabole sacre in una battaglia all’ultima parola, e tutto questo con un pubblico di ragazzine brille che lanciavano patatine e noccioline sulle facce grondanti dei due intellettuali gridando: “Che pesantezza, suicidatevi!”».

La mercuzità però, sembra dirci l’autore alla fine del libro, è innocua solo se condita con un’enorme dose di lucidità. Il passato deve essere un faro che illumina il nostro cammino, non l’isola dove attraccare. In questo messaggio “Le avventure di Mercuzio” è, in definitiva, anche un libro politico, che mette in guardia dall’isterismo tecnologico come dallo sterile passatismo, perché le conseguenze, come insegna l’ultimo capitolo del romanzo, possono essere irreversibili.

Essere contemporanei allora non significherà adattarsi alle pretese della nostra epoca ma forse, come suggeriva Nietzsche, percepirla e farla nostra diventando anacronistici, “inattuali”.