La vita di Niccolò Foscolo (1778-1827) si presenta ancora all’uomo del XXI secolo come un coacervo, quasi incredibile nella sua inestricabile complessità, di infiammate passioni e corrispondenti fredde disillusioni. Nato sull’isola di Zante, dominio veneziano, da padre veneziano e madre greca, che già nel poetico nome di Diamantina lasciava intravedere il destino filiale, si trasferisce adolescente a Venezia, dove dà inizio ad un tirocinio letterario che grazie alla sua ferrea volontà porterà lui, a malapena italofono, a diventare scrittore affermato. I biografi fanno quasi fatica a seguire le peregrinazione del poeta nell’Italia agli albori del secolo: Milano, Bologna, Firenze, Pavia. L’amore e la passione politica mettono in viaggio il giovane Foscolo che arriva sino in Francia. Alla frenetica attività letteraria – i capolavori foscoliani sono composti prima dei trent’anni –  si affianca il binario parallelo della vita marziale, arruolato nell’armata di Napoleone, creduto a lungo il liberatore dell’Italia dal servaggio straniero. Colleziona, intanto, decine di amori. Proprio la figlia Floriana, frutto, a lungo non conosciuta, di uno di questi amori, assisterà il padre che a quarant’anni, ormai quasi cieco e senza denti, nella povertà e nelle ristrettezze della fumosa Londra si era ritirato in uno sdegnoso esilio, oltremodo alacre e produttivo, dopo la disfatta napoleonica a Lipsia e il ritorno degli Austriaci a Milano.

Ritratto di Ugo Foscolo - François-Xavier Fabre (1813)

Ritratto di Ugo Foscolo – François-Xavier Fabre (1813)

Un turbinio di esperienze varie ed entusiasmanti, una sequela di novità inseguite dall’elàn vital di un indomito “spirto guerrier” (Alla Sera, v. 14). Ma accanto a questa sete di vita, compare, quasi ossessivamente, in Foscolo la ricerca di un punto fisso, di un luogo inattaccabile dalle vicissitudini personali e storiche, un centro col quale ognuno possa avere un rapporto particolare. Da qui la riflessione sul significato, l’estensione e l’importanza del concetto di “patria”. Diamantino, per l’appunto, e chiaro come le acque dell’isola che celebra è a questo riguardo il sonetto “A Zacinto” (1802), la cui carica semantica costituita dalla tematizzazione radicale del concetto di “patria” può essere facilmente obnubilata nella nostra coscienza dalla fama, legata a più o meno remoti ricordi scolastici, e dall’algida bellezza del dettato poetico che ci trae in errore facendocela scambiare per un immobile santino di perfezione formale e stilistica. Rileggiamolo, dunque, questo sonetto.

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

La negazione iniziale (v. 1: “Né più mai… “) apre un periodo tentacolare che nel suo tragitto sino al v. 11 sembra riecheggiare le tappe faticose e le traversie di un viaggio per mare, che si conclude, con una circolarità funesta, con la seconda negazione del v. 12.

Foscolo non tornerà mai più nella terra natale (v. 1) in cui aveva passato la sua giovinezza (v. 2) poiché il destino ha deciso per lui una morte in esilio, una sepoltura senza la consolazione di alcun affetto (vv. 13-14). Questa poesia è ciò che lui può donare alla sua Zacinto (v. 12): Foscolo può solo celebrare le sue acque cristalline (v. 3), che generarono la dea Venere, e la sua bellezza (vv. 5; 7) che ispirò Omero e la poesia dell’Odissea (v. 8) col racconto dell’esilio travagliato dell’eroe Ulisse, il quale, alla fine giunse a baciare, a differenza del poeta,l a sua Itaca (vv. 9-10).

Cenotafio in ricordo di Ugo Foscolo (Zante)

Cenotafio di Ugo Foscolo (Zante)

Se è lecito porre domande che decenni di ingegnose analisi (post)strutturaliste – per non dire peggio, exempli gratia: la lente sfocante dei gender studies – hanno contribuito a considerare sepolte in una polverosa desuetudine: quale è il messaggio sulla patria che possiamo trarre dall’opera, cosa ci insegna sulla patria il componimento? Foscolo propone una risposta netta, sbalzata, coerente e radicale. La patria viene presentata nel sonetto non come una pleonastica superfetazione politica o sociale, ma come una realtà ontologica connaturata all’uomo, inelidibile e materica, simile nella sua dura concretezza alle rocce della “petrosa Itaca”. La patria vive in una dimensione di sacrale ieraticità (v. 1: “sacre sponde”). Il legame dell’uomo con la patria ricorda quello che l’essere umano ha con la propria madre: “materna mia terra” (v. 13). Struttura il discorso il campo semantico liquido con le rime “onde” e “acque”: il ritorno in patria è un ritorno amniotico all’origo prenatale.

Utilizzando, ma in senso contrario allo svolgimento del suo ragionamento, strana chimera incrociante  l’egualitarismo del Mutterecht bachofiano all’affabile pacioccosità di un “volemose bene”, la proposta di Michela Murgia – si parva licet, beninteso – potremmo sintetizzare la concezione foscoliana di “patria” con la parola “matria”: non il cosmopolitismo incolore ma il legame particolare, inscindibile e diretto tra l’uomo e la sua terra di origine. La patria non riguarda l’epidermide di una sovrastruttura, ma procede con un carsismo ctonio nell’animo umano. I verbi che si riferiscono a Zacinto, infatti, sono tutti coniugati al presente: la patria vive nel presente a-storico, centro pivotante verso il passato fanciullesco e mitico e il futuro incerto dell’esilio. L’amore di patria è un “Nume” (Dei Sepolcri, v. 198) che misticamente annulla la temporalità ed agita l’uomo anche dopo la morte (Dei Sepolcri, vv. 196-7: l’ossa / fremono amor di patria [Alfieri]; vv. 199-212 [i fantasmi dei guerrieri greci che ricombattono all’infinito per la patria a Maratona]).

Bust_of_Ugo_Foscolo._Panteon_Veneto;_Istituto_Veneto_di_Scienze,_Lettere_ed_Arti

Il legame con la terra materna si stabilisce tramite l’inserimento, non scelto, non voluto ma destino, nella matrice eternamente generatrice, di una comune tradizione culturale (la poesia di Omero) e mitica (Venere ed Ulisse). L’allontanamento fisico da questo luogo che segna il crocevia di queste tradizioni diventa allora tragedia, condanna all’allontanamento, privazione. Questo viaggio lontano può acquisire valore solo come supplemento derridiano che permette di scorgere più nette le fattezze della nostra patria. La sorte dell’alter-ego foscoliano Ulisse, che ha potuto ricongiungersi con una rituale osculazione dalla valenza erotica alla sua terra (v. 11: “baciò la sua petrosa Itaca Ulisse), rappresenta il fisiologico svolgersi del rapporto tra uomo e patria, il percorso naturale di questo legame materno, indissolubile e vitale.

La lontananza dalla propria terra, i pietosi gesti con cui il poeta cerca un’avvicinamento ai propri affetti (In morte del fratello Giovanni, vv. 7-8: “io deluse a voi le palme tendo / e sol da lunge i miei tetti saluto”) segnano, al contrario, l’intensità del desiderio del ritorno all’origine. Allora l’esaltazione artistica della propria terra, l’unica possibilità che lascia la sepoltura in esilio in “A Zacinto”, rappresenta solo un bigio surrogato, che non serve a nascondere la tragicità di un allontanamento, affetticida, che non è solo diversione dalla patria, ma negazione della propria natura. Questa è la risposta di Ugo Foscolo al cosmopolitismo illuminista. O neoliberista, se volete.