A fine novembre del 2018 Odoya, casa editrice bolognese molto attiva nella saggistica “di genere”, ha pubblicato Guida ai narratori italiani del fantastico di Walter Catalano, Gian Filippo Pizzo e Andrea Vaccaro, volume nel quale si procede a una disamina di quelli che gli autori considerano i più importanti scrittori di speculative fiction del nostro Paese e dove sono presenti diverse schede di approfondimento dedicate all’Immaginario.

Il nostro interesse, almeno in questa sede, non è quello di analizzare nel dettaglio l’opera in questione, ma si limita a rilevare la presenza di diverse critiche che tendono a gettare un’ombra oscura sulla carriera di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, e su tutto il movimento di autori, scrittori, critici, giornalisti, editori, associazioni culturali, illustratori e comunque appassionati che hanno condiviso e condividono le loro tesi sull’Immaginario ed hanno collaborato e collaborano con loro – alcuni sin dagli anni Settanta del secolo scorso – con tanta passione e impegno da tempo. Riteniamo pertanto necessario procedere a un’intervista per consentire ai noti studiosi di fare chiarezza, soprattutto perché la questione travalica l’aspetto personale.

Walter Catalano e Gian Filippo Pizzo, in Guida ai narratori italiani del fantastico (Odoya, 2018) e in particolare nel box recante il titolo I curatori della fantascienza, definiscono i vostri apparati critici talmente intrisi di teorie evoliane e di ideologie politiche di destra radicale da causare addirittura una distorsione delle opere in cui sono presenti. Potreste illustrarci la vostra opinione al riguardo?

Abbiamo la strana sensazione di tornare a mezzo secolo fa, appena… Sono le stesse cose, ma peggiorate, rispetto a quanto si diceva negli anni Settanta quando scrivevamo le nostre introduzioni ai libri da noi curati per la casa editrice di Renato Fanucci, e che abbiano recentemente rievocato nella lunga premessa al volume Le meraviglie dell’impossibile (Mimesis, 2017) che ne riunisce buna parte. All’epoca, come ci raccontò il povero Giuseppe Lippi, ogni volta che usciva uno dei volumi curati da noi, ci si riuniva per vedere che cosa di terribile avessero scritto De Turpis e Fosco, come ci chiamavano… Un bell’onore!

A quanto pare, per Catalano e Pizzo questi decenni sono trascorsi invano e sembra proprio che siano stati colpiti da una sindrome di regressione infantile. Tornano ai bei tempi ideologizzati del Sessantotto. Non ci pareva che all’epoca Pizzo, quando recensiva i volumi di Fanucci, scrivesse cose del genere. Sarà maturato… E’ ovvio che noi non si facesse mai “politica”, ma evidentemente per mentalità intrise di ideologia tutto quel che scrivi che non abbia una visione sinistra appartiene alla “destra radicale”, e diffonde addirittura “teorie evoliane” (!?). Ci piacerebbe qualche esempio in merito, ma forse hanno usato questa espressione al posto di “idee tradizionali” per impressionare i lettori… E in ogni caso, pur se ci fossero state? Qui siamo ricondotti appunto ad un sessantottismo che vede tutto il male a “destra” e tutto il bene a “sinistra”, in una visione manichea e intransigente della realtà, tipica di una cultura totalitaria.

Gianfranco de Turris

Gli Autori, a titolo paradigmatico, si riferiscono a una lettura controrivoluzionaria e fuorviante di Bug Jack Barron, romanzo di Norman Spinrad. Ci potete fornire qualche informazione su questo saggio?

Proprio come allora! Non hanno fatto un passo avanti! Intanto bisognerebbe chiedersi come mai soltanto noi, noi e non altri curatori “progressisti”, abbiamo avuto il coraggio di pubblicare il romanzo di Spinrad, bellissimo e difficilissimo da tradurre, nonché da digerire per la sostanza provocatoria della trama e della scrittura. Mai avuta riposta… Noi lo ritenemmo fondamentale per capire i tempi che allora incoscientemente si vivevano, e lo abbiamo interpretato secondo le nostre corde, i nostri parametri culturali. Abbiano spiegato, con precisi riferimenti testuali, come per noi dovesse essere letto: una testimonianza della crisi personale di un uomo di spettacolo che si scontra con una realtà ben diversa da quella che gli appariva, in un contrasto in cui si adombra un ben più vasto conflitto fra opposte tendenze culturali ed esistenziali. Questo non è “distorcere” un bel nulla, ma al contrario far aprire gli occhi sulla realtà ai conformisti e ai condizionati.

Le interpretazioni “controcorrente” (ma ben motivate) sono per caso proibite? Poi il romanzo è stato ripubblicato (e malamente ritradotto) con introduzioni di altri che lo hanno presentato in modo diverso, e secondo noi banalmente conformista. Ma per noi non è stato uno scandalo, non siamo Catalano-Pizzo, per noi esiste davvero quella che loro chiamano “dialettica democratica”, e che sistematicamente ignorano. Spetta ai lettori, e non ai critici che giudicano in base a preconcetti decidere chi ha ragione e chi torto nel modo d’intendere e presentare un romanzo. Ne abbiano esempi a iosa anche nella letteratura “alta” dove vi sono visioni diverse, su cui si discute anche animatamente, ma che non si demonizzano.

Sebastiano Fusco

Pur affermando l’ottimo lavoro svolto in ambito di narrativa fantastica, Catalano e Pizzo contestano la vostra interpretazione della fantascienza come versione moderna del mito, sostenendo che tale teoria “non è suffragata da nessuna prova”, avulsa dalla realtà e che contrasta con l’orientamento prevalente degli “studiosi”. A loro dire, la science fiction origina dai mutamenti socio-culturali ed economici causati dalla prima rivoluzione industriale. Questo parere vi convince?

Ma veramente hanno usato quei termini?

Certamente.

Puro infantilismo! Come se una teoria letteraria fosse una teoria scientifica che per essere considerata “vera” deve venire “suffragata da prove”! Pare di essere alle elementari… Come se si affermasse che l’analisi psicanalitica o sociologica di un romanzo debba essere “provata” in qualche modo per essere “vera”. O come se si dicesse che le teorie di Gramsci o di Lukàcs sono “false” perché non “provate”! Sono teorie letterarie e quindi costituiscono una proposta di lettura che può essere accettata o meno, criticata in sé o approvata in sé ed applicata, ma non si può dire che siano teorie “false”. Si può dire che non danno risultati interpretativi accettabili o sufficienti o sballati, ma non che siano “false”. In base a che, in rapporto a che? Francamente si allibisce, sembra di leggere un fanzine…

E che senso ha dire che sono teorie “avulse dalla realtà”? La realtà cui ci si riferisce è la narrativa che si esamina e che viene interpretata in un certo modo, sotto una certa luce. O forse ci si riferisce alla realtà esterna, alla società che ha prodotta questa narrativa? Mah! E il fatto che si tratti di una teoria che pochi adottano, che senso ha? Essere una minoranza significa avere torto a priori? Nemmeno nelle elezioni le cose stanno così. La quantità dei critici che vanno in una certa direzione prevale forse a priori su quelli che non sono d’accordo? Essere una minoranza non ci pare significhi aver per forza torto sul piano interpretativo, a parte il fatto che, nella dialettica letteraria, è normale che diverse interpretazioni possano convivere l’una accanto all’altra. Boh! Possibile che si abbia tanta paura di una teoria considerata “minoritaria”? Ma forse, ciò che dà fastidio non è l’interpretazione in sé, ma il fatto che qualcuno ardisca formulare un parere diverso…

Che “la science fiction scaturisca dai mutamenti socio-culturali ed economici causati dalla prima “rivoluzione industriale” non è certo un errore, tutt’altro. Non l’abbiamo mai negato, ci pare. La differenza è che tener presente solo questo fattore, a noi è parso limitativo e fuorviante. Giustifica, in parte, solo il nascere di certa fantascienza (di cui Verne e Wells sono i “padri”, come di solito si dice), non di tutto il genere. Per questo, noi abbiano inserito la fantascienza nell’ambito più ampio dell’Immaginario, insieme al fantastico, l’orrore e le loro derivazioni, considerandola l’ultimo modo di estrinsecarsi nel mondo moderno del mito attraverso i millenni. Al fondo di science fiction, horror, fantasy eccetera ci sono – per noi – gli archetipi, modernizzati e tecnologizzati, adeguati ai tempi della rivoluzione industriale prima, e attualmente elettronica e digitale, che diedero vita alle narrazioni mitologiche prima e fiabesche poi. Nelle introduzioni dei romanzi che abbiano pubblicato, tutto questo viene sempre ben spiegato con precisi riferimenti testuali e bibliografici.

Ora che CatalanoPizzo non lo vogliano ricordare, generalizzando in poche righe, non smentisce quel che abbiamo scritto e che oggi si può andare in parte a leggere nel libro citato. Il punto fondamentale è che loro, consapevoli o meno che siano, si rifanno proprio al marxista Lukàcs per il quale mito voleva dire irrazionalismo, e irrazionalismo voleva dire fascismo. Molto semplice e banale. Secondo il loro metro, si potrebbe dire che queste del filosofo ungherese sono teorie “false”, perché pochi studiosi vi si uniformano o perché non “provate”. O no?

Per la cronaca, vale forse la pena di raccontare come al malfamato duo De Turpis e Fosco sia venuta in mente una così balzana teoria del fantastico. Orbene, essendo giovinetti (ci conoscemmo che facevamo il liceo), si discuteva di questi argomenti valutando idee diverse, tutte di origine straniera perché in Italia la fantascienza non era oggetto di critica che non fosse dispregiativa, e avevamo già tracciato nei nostri discorsi il paradigma che pare tanto ostico a Catalano-Pizzo. Un bel dì, in libreria comparve una grossa antologia del meglio della fantascienza, pubblicata da un editore dei più prestigiosi (se non, all’epoca, il più prestigioso), con la prefazione firmata da uno dei più celebri e rispettati fra gli intellettuali e critici letterari. Acquistatolo tempo dopo, con immenso stupore ci accorgemmo che quest’ultimo, nello spiegare a un pubblico non avveduto che cosa fosse la fantascienza, la considerava come l’ultima propaggine di un filo culturale che parte dal mito e prosegue con la fiaba: la fantascienza è la fiaba del mondo moderno, scriveva. Esattamente come la pensavamo noi. Questo ci rafforzò nelle nostre convinzioni, e da allora le abbiamo sempre ampliate e approfondite con altri autori, partendo da quella base. La nostra giovane età (il libro uscì nel 1959, e noi siamo entrambi del 1944 e siamo usciti dal liceo nel 1961-2) probabilmente contribuì a rendere così viva la nostra impressione. Non abbiamo fatto che girare intorno a questo, ad archi sempre più vasti. Qualcuno di età non più verde avrà già capito che l’antologia era Le meraviglie del possibile, l’editore era Einaudi, tempio sacro della cultura comunista, e l’autore della prefazione era Sergio Solmi, poeta e critico, uno dei più lucidi intellettuali di sinistra, che in altri scritti ha ripreso e approfondito il concetto. Senza rendersi conto, evidentemente che, secondo il nostro Dinamico Duo, era anche lui un evoliano ante litteram, la sua teoria non era “suffragata da nessuna prova”, e contrastava con l’orientamento prevalente degli “studiosi”.

Catalano e Pizzo asseriscono che la casa editrice Solfanelli, il Cerchio e Dimensione Cosmica siano un ricettacolo di autori palesemente orientati a destra, devoti al tradizionalismo integrale di Julius Evola e proni alle tesi dello storico delle religioni Mircea Eliade. Quindi, per pubblicare presso queste case editrici è sulla rivista è necessario dichiarare la propria militanza politica?

Ma non diciamo sciocchezze! Mai saputo che Morganti e Solfanelli abbiano chiesto la tessera politica a chi propone loro qualche libro! Così come noi non la chiedevamo a coloro che invitavamo a collaborare con testi critici ai libri Fanucci, senza mai censurare una virgola, anche quando non eravamo d’accordo. Ci pare comunque che Pizzo abbia pubblicato per Solfanelli. Allora non era consapevole di essere ospitato da un editore di destra, tradizionalista ed evoliano? Non afferriamo la coerenza. Accettare le teorie di Eliade è una colpa, errore, sbaglio? Ma il duo ha mai letto una riga di Eliade, uno dei massimi storici delle religioni del Novecento? Purtroppo, non era un progressista, uno storicista, un materialista. E questo è il punto: Eliade è quello che sostiene la sopravvivenza “camuffata” del sacro e la presenza del mito nella società ancora oggi. Ecco perché è inviso da Catalano-Pizzo…

Piuttosto, è viceversa abbastanza logico che ogni editore o rivista abbia una propria linea culturale e cerchi collaboratori consoni con essa. Lo fanno case editrici e riviste non generaliste ma specificatamente orientate. Se ci avessimo provato noi, volendo fare i provocatori, ci avrebbero accettato Rinascita o i Quaderni piacentini? Certamente no, e sarebbe anche giusto. Siamo sempre lì: essere tradizionalisti e di destra è una colpa, più che un errore, e quindi va condannata. Ma che bella mentalità! Faranno carriera soltanto con chi è consono con loro, perché dopo certe simpatiche affermazioni messe nero su bianco non potranno di certo sperare di trovare benevola udienza presso chi hanno trattato così… (e si potrebbe aggiungere anche Bietti editore di Antares, la rivista da loro trattata con disprezzo e sufficienza). Mettere all’indice (ideologico-politico) le persone che non la pensano come te è un’altra manifestazione di mentalità totalitaria bell’è buona. Mica ci scandalizziamo che Catalano-Pizzo scrivano su Carmilla, il sito di Valerio Evangelisti, il famoso scrittore che però è stato anche un difensore del terrorista comunista Cesare Battisti, condannato all’ergastolo per quattro omicidi, poi diventato “famoso giallista” durante la latitanza in Francia. Vedi a che punto aberrante conducono certe ideologie quando si mettono in pratica, si potrebbe dire, no? Vogliono certa compagnia, affari loro, ma non vengano a fare la predica agli altri.

Nonostante tali accuse, Catalano e Pizzo continuano a ribadire che abbiate fatto molto in Italia per la narrativa dell’Immaginario. Non è una contraddizione?

Più che una contraddizione, sembra un atteggiamento schizofrenico. Il cervello lavora indipendentemente in due direzioni opposte e separate fra loro, che non si accorgono di essere in contrasto. Da un lato, come si fa a negare il lavoro di chi opera nella fantascienza e affini dal… 1961? Sono quasi sessant’anni, accidenti, una vita fa! E ha realizzato tante di quelle cose che nemmeno se le ricorda tutte… Basta andare a controllare sul Catalogo Vegetti in rete. Come fai ad ignorarlo del tutto? Dall’altra parte c’è una specie di odio teologico irrazionale che non può non condannare quel che non ricade nei suoi parametri politico-ideologici, che sono alla base di ogni e qualsiasi giudizio. Basterebbe essere “apolitici”, come il duo scrive di qualche autore che ha collaborato anche con loro, per essere assolti, ma se vieni classificato a “destra” sei fritto. Roba da lettino dello psicanalista… Un consiglio amichevole è di provvedere prima possibile in questo senso per sciogliere questi problemi personali. Che raggiungono, specie in rete, livelli ossessivi.

H. P. Lovecraft di Adriano Monti Buzzetti Colella

Nel box recante il titolo Ucronia, vi si imputa anche la circostanza di avere strumentalizzato le opere di H.P. Lovecraft e di J.R.R. Tolkien, facendo apparire questi due scrittori come uomini di destra. Come rispondete a tali accuse?

A parte che non si capisce che cosa c’entrino Lovecraft e Tolkien con la “ucronia” intesa esattamente per quel che essa è (what if? Cosa sarebbe successo se?), e a parte il fatto che non abbiamo mai utilizzato il termine “destra” per i due autori, come fa il nostro Dinamico Duo, è sempre la stessa fissazione. E questa storia della “strumentalizzazione” rasenta la mania. Ci occupiamo dei due scrittori sin dalle loro origini in Italia e anche prima, vale a dire dagli anni Sessanta, e li abbiano sempre interpretati e presentati secondo i nostri parametri culturali, in specie simbolici, e basandoci su dati di fatto sia biografici che scaturiti dall’esame delle loro opere. Non è possibile negare che HPL fosse un conservatore, anticomunista e anticapitalista oltre che un razionalista-scientista. Le lettere tradotte nel volume L’orrore della realtà (Mediterranee, 2007) lo provano oltre ogni ragionevole dubbio e manipolazione.

Che JRRT fosse un reazionario, monarchico e cattolico, antitotalitario (cioè anticomunista e antinazista) lo dice lui stesso nell’epistolario senza paure né infingimenti, e Il Signore degli Anelli è una miniera di simboli tradizionali. Ora i nostri due amici usano come sempre i soliti termini che ritengono demonizzanti (“destra”, ecc.) per farci apparire in cattiva luce presso un certo tipo di lettori, estremi epigoni di presunte “accuse” che da tempo si conoscono. Ci risiamo: ogni possibile interpretazione è ammessa, eccetto che quella che non fa comodo. Ma se è così minoritaria, perché fa tanta paura? Per il semplice motivo che di Lovecraft e Tolkien i cosiddetti progressisti se ne sono fregati per decenni, e soltanto adesso risorgono dalle tombe e si accorgono della loro esistenza e cercano disperatamente di portarli nelle loro recinto ideologico, anzi nelle loro gabbie. Ma degli zombi che vuoi che combinino?

Sempre nello stesso apparato critico, Catalano e Pizzo sostengono con fervore che l’ucronia sia un genere di speculative fiction amato dalla destra a causa della voglia di rivalsa derivante dalla sconfitta che il regime fascista ha subito durante la seconda guerra mondiale. A loro dire i progressisti invece preferiscono cimentarsi nella distopia. Muovendo da tale orientamento pertanto si arriva a catalogare in maniera politica gli autori in base al tipo di genere prescelto. Non vi sembra che si stia passando il segno e che la letteratura fantastica dovrebbe essere scevra da tali classificazioni?

J.R.R. Tolkien

Ma sul serio hanno scritto queste assurdità?

Certo che sì, altrimenti non avrei posto la domanda.

E’ un caso grave, allora. Si giunge al punto di catalogare e discriminare tra i Buoni che scrivono distopia (antiutopia) e i Cattivi che scrivono ucronia (storia alternativa) e magari fare liste di proscrizione. Una schedatura bella e buona, in base poi ad una tesi, data dai due, che di certo non è minimamente “provata”! Un innovativo passo avanti rispetto a quando si diceva che chi scriveva/occupava di fantascienza era progressista e chi scriveva/occupava di fantastico era reazionario. E a quando ai “sinistri” piaceva scrivere di fantapolitica, così potevano tratteggiare scenari anti-destra… I decenni passano, certe mentalità restano le stesse… mentalità discriminanti e totalitarie da vetero-maoisti.

Non si capisce il motivo di questo atteggiamento generalizzante, dato che i singoli autori si sono occupati di un genere e dell’altro. Io stesso ho pubblicato antologie che possiamo definire distopico-catastrofiche come Apocalissi 2012 (Bietti, 2012) e Cronache del Neocarbonifero (Bietti, 2013), che però i nostri due amici non prendono in considerazione nel loro bilancio che aveva uno scopo ben preciso. Mi sono occupato moltissimo di ucronia dal punto di vista storico e teorico perché la ritengo una tematica affascinante e dalle soluzioni illimitate: ho scritto lunghi saggi e introduzioni, ho fatto pubblicare in Italia la prima antologia storica del genere (If It Had Happened Otherwise del 1931; Se la storia fosse andata diversamente, Corbaccio, 1999, con la presentazione di Sergio Romano) e una trilogia di antologie a tema: Se l’Italia (Vallecchi, 2005) sulla storia della nostra nazione in generale, poi altre due su momenti specifici: Altri Risorgimenti (Bietti, 2011) dedicata ai Risorgimenti alternativi per i 150 anni dell’Unità, e infine Fantafascismi (Bietti, 2018) appunto sulle alternative del fascismo.

Quasi vent’anni prima avevo curato una piccola antologia, Fantafascismo! (Settimo Sigillo, 2000) che Catalano-Pizzo usano strumentalmente ignorandone le motivazioni: come spiegavo nella lunga introduzione, era una reazione/risposta alla definizione di “fantacomunismo” applicata ad un racconto di Vittorio Catani apparso sulla rivista Robot. Per anni mi era frullata in mente la domanda: ma se esiste un fantacomunismo perché non può esserci un fantafascismo? Alla fine l’ho realizzata: se non fosse stata coniata la parola fantacomunismo, il fantafascismo forse non esisterebbe, e i nostri due dotti critici non ci starebbero su a fare rozze e infantili analisi psicologiche. Vedi un po’ i casi della vita! I Nostri deducono che è meglio tralasciarla perché pericolosa e poco utile ai loro fini. Sbagliano una ennesima volta e sempre per il loro manicheismo che ne ottenebra i giudizi. E’ invece è un genere che permette le più ampie possibilità: si pensi soltanto a La svastica sul Sole di Dick, un capolavoro. La banale interpretazione psicanalitica è riduttiva, e si potrebbe dire che, secondo i parametri di cui sopra, non è affatto provata!

La distopia o antiutopiua, si vede che Catalano-Pizzo non lo sanno, è nata in funzione anti-bolscevica con Noi di Zamjatin (1924), antiscientista con Il mondo nuovo di Huxley (1932) e antidittatoriale, e anticomunista nello specifico, con 1984 di Orwell (1949), solo per citarne i caposaldi. Si accomodino dunque gli autori “di sinistra” scrivendo delle distopie che, come auspica il Dinamico Duo, facciano da contraltare alla “ucronia neofascista”!… Peraltro, poco prima della sua tragica morte, Giuseppe Lippi affermò che la distopia odierna era di una noia terribile, suscitando grande scanalo fra i conformisti. Per dimostrare che anche l’ucronia può essere utile ai loro fini i nostri due sapienti critici potrebbero mettere su un’antologia intitolata Se il comunismo avesse vinto in Italia dove dimostrare che anche la Sinistra Immaginifica è capace di scrivere ottima stoia alternativa, e non solo per una revanche psicologica sul fatto che il Pci nella realtà non ha mai vinto a casa nostra, e così descrivere le “magnifiche sorti e progressive” del Belpaese. Ne scriverei volentieri l’introduzione. Gratis, naturalmente.

L’interesse degli Autori, nel medesimo lavoro, si rivolge poi alle antologie Fantafascismo! Storie dell’Italia Ucronica (Settimo Sigillo, 2000) e a Fantafascismi. Venti racconti di storia alternativa (Bietti, 2018), considerate opere di ucronia neofascista in cui compare tutta la “consorteria destrorsa-tradizionalista”. Coloro che hanno partecipato a queste pubblicazioni, quindi, erano tutti scrittori di destra?

I nostri amiconi fanno – con una frase che piacerà molto – di tutta un’erba un Fascio e non considerano le differenze delle due antologie, separate da quasi venti anni e che, ho spiegato, hanno motivazioni assai diverse fra loro. Nella prima poi erano presenti anche autori scomparsi da tempo. Nella seconda, della deprecata “consorteria destrorsa-tradizionalista” hanno fatto parte anche diversi storici, giornalisti e specialisti non narratori di professione che ben conoscevano il fascismo, i quali di certo non si riconoscerebbero in quella spezzante definizione. E anche un paio di autori che hanno partecipato alle loro antologie! Come sempre Catalano-Pizzo generalizzano e non specificano per sostenere le solite tesi.

Per quale motivo tanto accanimento da parte di Catalano e Pizzo?

Bella domanda cui non si possono dare risposte certe, forse neppure uno psichiatra ci riuscirebbe. Bisognerebbe chiederlo a loro perché nel corso degli anni hanno man mano accentuato questo accanimento polemico-ideologico. Inizialmente hanno pubblicato tre antologie presso Bietti (Ambigue utopie, 2010; Notturno alieno, 2011; Sinistre presenze, 2013) con chiara intonazione de sinistra senza che nessuno avesse trovato nulla da criticare per questa impostazione. Ognuno faceva il proprio lavoro. Soltanto nella prima Walter Catalano – WC per gli amici – aveva scritto una falsa ricostruzione della fantascienza negli anni Settanta con una serie di accuse nei nostri confronti sullo scontato tema della “politica” nelle nostre introduzioni dell’epoca, ma è stato zittito con dettagliata smentita. False ricostruzioni che seguivano l’altrettanto tendenziosa e mendace ricostruzione di quegli anni fatta parecchio tempo prima da Vittorio Catani sul sito Fantascienza.com, anch’essa precisamente contestata in base a dati di fatto. Forse se la sono presa per quello? Non si sa.

Certo è che sembrano essere regrediti a quell’epoca, al sessantottismo, come già notato. Il caso più singolare è quello di WC che oggi sembra avere una fissa. Vede il pensiero del filosofo Julius Evola in tutto quel si scrive, confondendo volutamente i due piani dei nostri interessi. Singolare perché WC è, o forse era, conoscitore degli autori tradizionali. Scrisse un articolo su Evola per il mensile Il Giornale dei Misteri, e si occupò con competenza di Guénon su Diorama letterario, la rivista della Nuova Destra diretta da Marco Tarchi. Poi non si sa cosa gli sia capitato. Ha avuto una contro-illuminazione sulla Via delle Botteghe Oscure? Ha capito che occupandosi di certe cose non avrebbe avuto visibilità? Ha avuto una crisi esistenziale? Boh! Sta di fatto che oggi non fa altro che usare il nome di Evola a sproposito come un marchio negativo per le cose che abbiamo scritto, usando, ripetiamo, il nome del pensatore al posto del termine “tradizionale”. Ma un convertito è, come si sa, di un fanatismo estremo per far dimenticare il suo passato di cui ora si vergogna.

Quanto al suo sodale Pizzo, non pare che abbia mai letto una riga di questi autori né di Eliade, e la sua propensione è squisitamente politica, ma non per questo ha avuto alcun imbarazzo a collaborare con editori che loro definiscono “destrorsi” come Solfanelli, a parte Bietti che di sinistra non è. Oggi entrambi sputano sul piatto dove hanno mangiato. Questa è una delle cose peggiori che si possano fare. Noi non si chiede la tessera a nessuno, e infatti pur sapendo bene le sue idee, come gli fu detto, riconoscendo che è un esperto, lo si è invitato a collaborare a Cartografia dell’Inferno (Elara, 2012), unico testo dedicato ai 50 anni della fantascienza in Italia. Questa la differenza ontologica fra noi e loro.

Fondamentalmente, sembra che non si siano ancora accorti che il Muro è crollato da trent’anni, che la realtà è profondamente diversa da quella di cinquant’anni fa quando “ammazzare un fascista non era   reato”, che l’egemonia gramsciana sulla cultura in Italia è agli sgoccioli sia perché la cultura in sé è in crisi generale, complice la rivoluzione digitale, sia perché le nuove generazioni per gran parte se ne fregano dei riferimenti destra/sinistra, sia soprattutto perché la Sinistra non ha più nulla da dire, non esprime più idee, né teorie, né grandi nomi, e per questo si aggrappa al passato, al massimo tentando una rivalutazione di Marx, Stalin e Togliatti.

Di fatto, siamo di fronte a un triste esempio di come si sia ridotta in Italia, e non solo, la cultura di sinistra (sempre che da quelle parti ci sia mai stata una cultura effettiva, e non semplice propaganda). Sono passati ormai settantacinque anni dalla fine della guerra. Tre generazioni, la massima parte delle quali occupate manu militari dalla sinistra, complici gli intellettuali italiani, tutti, con poche eccezioni, voltagabbana o pavidi (e ciò sia detto a loro perenne vergogna). La sinistra, in tutto questo tempo, non è stata semplicemente una cultura dominante o egemone: è stata la cultura, senza aggettivi. Ogni altra voce non aveva diritto di parlare, o diceva stupidaggini, o andava spenta, spesso non solo allegoricamente, ma con le pallottole o con il rogo, come nel caso dei fratelli Mattei. A noi due, disegnarono la sagoma di una P38 sotto la finestra del nostro ufficio, alla Fanucci. Dalla strada si poteva vedere la nostra testa, seduti alla scrivania.

Poi, da qualche anno, qualcosa è cambiato. Qualcuno ha cominciato ad accorgersi che il re è nudo, e che la cultura di sinistra aveva, in realtà, attributi piccolissimi. Qualcuno ha cominciato a non dar più retta al vociare dei corvi che si fingono aquile, rispondendo a pernacchie. Certo, i posti che contano, in ambito culturale sono sempre tutti saldamente in mano alla sinistra. Ma ci sono state defezioni. Qualcuno dei loro amici ha ri-voltato gabbana e non dà più loro retta (non facciamo nomi per carità di patria). Molti hanno scelto un dignitoso silenzio, e altri semplicemente sono morti di vecchiaia: i settantacinque anni non sono passati invano. L’afflusso ai ranghi della sinistra, da oceanico che era si sta riducendo a rivoli sparsi. I giovani (e i popoli) si sono sempre più stufati di guardare dalla stessa parte, e cominciano a volgersi intorno.

La reazione degli “intellettuali” di sinistra sembra al momento essere di puro panico. Da qualche tempo stiamo notando che gli attacchi nei confronti della cultura in odore di “destra” s’intensificano e si fanno più cattivi, ma gli argomenti sono sempre gli stessi, come sempre la stessa è la strategia: la demonizzazione dell’avversario. Sono i primi sintomi della sindrome dell’assedio: chi si credeva invincibile si vede attaccato, e comincia ad avere dubbi sul futuro. Il fallimento delle utopie spaventa soprattutto chi ha diffuso quelle false. Il problema, per loro, è che non hanno armi per ribattere.

Da sempre, sono stati autoreferenziali, hanno letto soltanto i loro libri, ascoltato soltanto i loro ideologhi, dato retta soltanto ai loro imbonitori. Non hanno alcuna capacità di affrontare un confronto di idee, perché le uniche idee che conoscono sono le loro, dopo una vita spesa a parlarsi addosso l’uno con l’alto. L’unico loro argomento è: io ho ragione e tu no, perché. Punto. E, ovviamente, “la maggior parte degli studiosi” (sottolineato, di sinistra) la pensano come noi. Si rivolgono al passato perché il futuro li spaventa: cominciano ad accorgersi che il sole dell’avvenire è sorto e tramontato, lasciandosi dietro una nebbiolina che sa di catarro e reumatismi. Sembrano quegli ultimi giapponesi che facevano la guerra contro gli americani nelle giungle filippine decenni dopo la fine del conflitto. Sveglia ragazzi sessantenni, la guerra è finita! Ora e sempre resistenza (contro i fasciolovecraftiani), siamo d’accordo: ma cominciate a pensare che esiste anche il condensatore…