Bret Easton Ellis, l’autore del controverso e discusso romanzo American Psycho torna a far parlare di sé con il suo ultimo libro: Bianco. Lo fa abbandonando per la prima volta la forma del romanzo per calarsi nell’attualità. Con un’opera a metà tra l’autobiografia e il saggio di critica sociale, Ellis racconta il presente rivelandosi un pensatore davvero scorretto. Ripensa al passato, alla sua infanzia, per tracciare la distanza tra la sua generazione (la Generazione X, figlia del cosiddetto baby boomer) e quella dei millenials – da lui ribattezzata Generazione Inetti – per capire come e quanto sia cambiata la società in cui viviamo e quale nuovo soggetto antropologico si sia andato creando.

Per un ragazzino degli anni Settanta non esistevano genitori-elicottero: affrontavi il mondo più o meno per conto tuo […]. Tornavamo a casa da scuola a piedi da soli […]. Se ci succedeva di avvistare o addirittura salutare la madre di qualcuno, la successiva conversazione durava un attimo e non vedevamo l’ora di scollarci, di starcene di nuovo tra noi, di scoprire il mondo per conto nostro, lontano da quei genitori che in pratica non esistevano.

Bret Easton Ellis, “Bianco”

Poi abbandona il noi generazionale per raccontare se stesso, l’infanzia trascorsa tra film e racconti horror, in cui scopriva che il mondo era un luogo arbitrario e crudele, che il pericolo e la morte si nascondevano dappertutto, che alla fin fine c’era un altro universo – una dimensione segreta celata dietro l’immaginaria e falsa sicurezza della quotidianità. Ora, quale genitore sarebbe capace di dire questo ai propri figli? I bambini e gli adolescenti di oggi – o meglio, gli eterni adolescenti, dato che questa fase della vita pare non avere mai fine – vivono sotto una campana di vetro, eternamente protetti da qualsiasi cosa non sappiano affrontare. Non sia mai che uno starnuto possa ucciderli, impauriti e incapaci di tutto come sono.

Le stragi scolastiche non esistevano ancora – o almeno non erano tanto frequenti – ma eravamo bullizzati fisicamente, in genere da ragazzini più grandi e di norma senza che i nostri genitori ci compatissero o anche solo commentassero la cosa. E di sicuro non ci veniva detto quanto eravamo speciali ogni due per tre.

Per la generazione del cinquantacinquenne Ellis, cresciuta nell’Era Impero, queste erano semplicemente cose che capitano, che aiutano a crescere. Tutto il contrario della società del piagnisteo sotto cui l’edificio dell’Occidente si sta sgretolando da tempo.

L’immagine della mano sulla bocca dei vari Saviano, Volo, Boldrini e Littizzetto sono il contraltare imbarazzante della copertina di “Bianco” di Bret Easton Ellis

L’autore, avendo da sempre a che fare con la realtà di Hollywood, racconta anche il mondo del cinema e dello spettacolo, con i suoi retroscena. Una vita tra attori, cineasti, sceneggiatori, produttori, giornali che gli commissionano stroncature forzate su questo o quell’altra star. Si tratta però di un capitolo del libro molto personale, che dice molto a chi oggi ha più o meno la sua età e molto meno a chi è nato dopo, e che pare fuori dal contesto con cui Ellis ha inaugurato il libro: l’intolleranza democratica e quella che potremmo chiamare la volontà di impotenza che ormai opprime ogni individuo non allineato al pensiero vigente. Nel capitolo Post-sex ritorna alla critica sociale e, affrontando il tema dell’eros (Ellis è un omosessuale dichiarato), confronta la società di ieri con quella di oggi.

In questa nostra era fatta di selfie nudi, di spam porno e della libertà di trovare qualsiasi atto sessuale esistente col nostro telefono nel giro di pochi secondi, è difficile ricordare l’epoca in cui il nudo era ancora un tabù, una cosa privata, segreta, limitata dentro una copertina, e per cui dovevi pagare. […] Poi, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, i dvd cedettero rapidamente il passo all’incredibile offerta porno di Internet, e fui meravigliato dall’abbondanza di scelta a cui si poteva attingere senza alcuno sforzo, paragonata a ciò che era stato disponibile nel corso della mia adolescenza e dei miei vent’anni. E tuttavia quest’abbondanza cambiò la mia relazione col nudo e il porno: li rese più banali, e in un certo senso meno eccitanti…

Valentina Nappi, icona del mondo free-porn

E a proposito di cinema e sessualità, l’autore sottolinea quale immagine dell’omosessuale la propaganda del piagnisteo abbia consegnato all’immaginario collettivo: quasi sempre e solo come una vittima. Sostiene poi che, nel 2017, il premio Oscar come miglior film sia stato dato arbitrariamente a Moonlight solo per il fatto che il protagonista fosse un ragazzo nero, omosessuale e bullizzato, e non certo per il valore artistico dell’opera in sé. Avendo espresso pubblicamente la propria opinione con un tweet, ecco che arriva il linciaggio mediatico. L’autore guarda al passato e ricorda come fino agli anni Novanta:

Non esisteva, ancora, una cosa come lo psicoreato – un’accusa oggi normale. Le persone inoltre si ascoltavano, e ricordo quello come un periodo in cui potevi essere fieramente convinto delle tue opinioni e apertamente critico senza essere considerato un troll e un hater da escludere dal mondo “civilizzato” se le tue idee erano diverse da quelle della maggioranza.

Locandina del film “Moonlight” diretto da Barry Jenkins, vincitore di tre Premi Oscar e un Golden Globe

Non è più possibile oggi dividere l’opera d’arte dall’artista. Un’opera deve essere amata o odiata solo se le posizioni dell’autore sono compatibili o meno con l’ideologia vigente. Le critiche non sono accettate se si toccano certi temi, certi tabù della modernità. Lo dice Bret Easton Ellis, che è un bianco, gay, laureato e liberal, che si preoccupa del futuro e mette in guardia il lettore: il crimine più grande commesso in questo nuovo mondo è quello di stroncare la passione e ridurre al silenzio l’individuo.

Nell’era dei social network non si riesce più a dire niente senza offendere qualcuno. Tutti sono ipersensibili, intoccabili, ingiudicabili, incommentabili. Si accettano solo feedback positivi. Perché sì, alla fine siamo tutti unici e speciali, e nessuno può capire fino in fondo le nostre debolezze, che tali devono rimanere. Non devono essere superate. Troppo difficile, troppo faticoso. Troppo duro da accettare. Quindi, basta fingere che esse non esistano, girarsi dall’altra parte. Meglio guardare ciò che ci piace e ascoltare chi ci compiace.

Consigli di lettura: Robert Hughes, “La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto”, Adelphi

In seguito al terremoto mediatico che ha suscitato una sua intervista a Vice in merito alla “Generazione Inetti”, Ellis viene invitato in radio per commentare la cosa. E in seguito alle telefonate giunte in redazione racconta che:

Quei genitori insistevano nel pregarmi di capire quanto fossero tormentati dall’opprimente ostinazione con cui avevano gratificato di continuo i figli, per qualsiasi motivo, di modo che così facendo in realtà avevano indebolito la loro capacità di reagire ai fallimenti con cui tutti noi ci confrontiamo crescendo, e li avevano lasciati impreparati ad affrontare le inevitabili sofferenze.

Ecco da dove deriva l’incapacità e il vittimismo della Generazione Inetti che sta popolando questo mondo. La cosa più inquietante è che il fenomeno ha finito per coinvolgere non solo i ragazzini, ma gli stessi genitori che hanno ceduto a quell’educazione, che alla fine è caduta loro addosso, rendendo anch’essi delle eterne vittime. Le conseguenze infatti sfociano anche nella politica. E Bret Easton Ellis, da liberal qual è, ricorda come intorno a lui coloro che avevano votato Hillary Clinton (lui non aveva votato per nessuno) sostenessero che fosse lei e non Donald Trump ad aver vinto nel voto popolare – non accettando la delusione, la sconfitta elettorale. Cose che gli ricordavano tanto le proteste dei bambini viziati alle feste di compleanno quando non vincevano la staffetta, e la volevano ripetere con regole diverse.

È proprio a questo che si è ridotta la politica. La cosa vale per le elezioni negli USA come in Italia. Il PD perde e la Lega vince? Semplice: gli elettori di Salvini sono tutti ignoranti e stupidi se non hanno il buonsenso di capire che il Partito Democratico è l’unico e il solo da votare. Questa è quella che Ellis chiama l’epidemia della superiorità morale che sta inghiottendo e distruggendo una fazione della sinistra. La sconfitta elettorale in quel Partito Democratico non è mica dovuta al fatto che c’erano cose che non andavano all’interno, scandali giudiziari e bancari, casi di corruzione e candidati impresentabili, oppure conflitti di interessi di berlusconiana memoria. No. La colpa è sempre dell’altro. E infatti, davanti al litigio tra Lega e M5S, il PD ha trovato la sua rivincita. Ha ripetuto la staffetta con regole diverse, pur di non perdere.

Marco Travaglio contesta Maria Elena Boschi (allora esponente del PD) a Otto e Mezzo in merito al presunto conflitto di interessi che riguardava la sua persona e la sua famiglia. In mancanza di argomentazioni, Boschi accusa Travaglio di odiarla personalmente. Di nuovo la retorica accusatoria dell’hater.

Secondo Bret Easton Ellis, Trump invece aveva vinto proprio perché incarnava l’antitesi dell’orgogliosa superiorità morale progressista, incarnata dai commenti sprezzanti della Clinton nei confronti degli elettori repubblicani, definiti “miserabili”, o dalle parole di Michelle Obama quando disse “quando loro volano basso, noi voliamo in alto”. E con le ali spezzate dalla troppa superbia, hanno finito per schiantarsi al suolo e sbattere il muso contro la dura realtà con cui, prima o poi, si deve pur fare i conti.

Ma la cosa non finisce qui. Davanti alla vittoria di Trump, Ellis ricorda le minacce di pugni in faccia rivolte a Trump da parte di Robert De Niro, oppure quando Barbra Streisand dichiarò ai media che stava ingrassando per colpa di Trump, mentre Lena Dunham dichiarò ai media che stava dimagrendo per colpa di Trump. Oppure quella volta in cui, seduto a un tavolo in occasione di una festa in vista degli Oscar, uno dei facoltosi invitati si era lagnato tutto il tempo di Trump e, mostrando un messaggio ricevuto da Steve Bannon, lamentasse il fatto di doverlo nascondere alla moglie perché, se mai lui avesse risposto, lei avrebbe chiesto il divorzio e la custodia dei figli. Tutto pur  di evitare che le venisse l’ennesimo collasso di nervi di cui, dalla sua mega-villa sulle colline, la consorte aveva sofferto fin dall’insediamento del candidato repubblicano alla Casa Bianca. Dappertutto c’era gente che incolpava il Trump per i propri problemi e le proprie nevrosi. Ma cos’è tutta questa rabbia, quest’isterismo di massa?

Forse si trattava solo di un altro episodio del reality show che si sta ancora svolgendo. O forse quando ti trovi nel calderone della rabbia infantile, la prima cosa che perdi è la capacità di giudizio, e subito dopo il buonsenso. E infine perdi la testa e, assieme a questa, la tua libertà.

È questa quella che si può definire l’intolleranza democratica. Ma non è un ossimoro? Non era forse proprio sulla tolleranza che la democrazia, oltre all’accettazione dell’altro da sé e alla libertà di pensiero, era stata fondata? Ora sembra però essersi trasformata in qualcosa di diverso. Oppure è questo il suo vero volto?