L’interesse de L’Intellettuale Dissidente per lo sword and sorcery è ormai noto. Pubblichiamo con regolarità articoli riguardanti questo genere, che siano di approfondimento o recensioni di nuovi volumi. Del resto, Francesco La Manno, presidente dell’Associazione Culturale Italian Sword & Sorcery e fondatore della casa editrice Italian Sword & Sorcery Books, è divenuto un nostro assiduo redattore. La nostra è una collaborazione virtuosa che comprende altre personalità di spicco del panorama nazionale, come Adriano Monti Buzzetti e Andrea Gualchierotti, entrambi protagonisti di questo scritto. Ma procediamo con ordine.

La via italiana all’heroic fantasy, edito da Italian Sword & Sorcery Books, illustrazione di Andrea Piparo

Lo scorso dicembre è uscita una raccolta di saggi di La Manno, intitolata Italian Sword and Sorcery. La via italiana all’heroic fantasy, curata da Annarita Guarnieri e arricchita da numerosi contributi che presenteremo man mano. Adriano Monti Buzzetti introduce il volume sottolineando l’universale valenza della fantasia eroica «erede diretta di quell’ancestrale impulso a decorare con parole e canti l’ardimentosa lotta contro l’ignoto che accomuna il vissuto di tutti i popoli e di tutte le culture» (da Omero, ai poemi Itihāsa dell’antica India, dall’epica carolingia e arturiana, a quella del re scimmia cinese Sun Wukong), per poi invocarne la sua contestualizzazione al panorama nostrano:

Il Belpaese rappresenta una miniera pressoché inesauribile ed ancora relativamente poco sfruttata, in grado di controbilanciare con la ricchezza e forza evocativa della sua tradizione una modalità di racconto finora a trazione prevalentemente nordica quanto a richiami ed atmosfere.

Nel contributo successivo, Gianfranco de Turris ricorda come l’interesse per lo sword and sorcery in Italia non sia nato certo oggi. Nel 1969 lui e Sebastiano Fusco presentarono una breve definizione di questo neologismo nell’Enciclopedia Arcana. Da lì seguirono collaborazioni e produzioni piuttosto frequenti. De Turris ricorda:

Non si vedeva il motivo per cui gli autori italiani che volevano scrivere di fantasia eroica dovessero ambientare quasi obbligatoriamente le loro trame in paesi esotici, del passato, del futuro o di un tempo immaginario, in luoghi inventati o anche reali di tutti i tipi, ispirandosi soprattutto a Tolkien e Howard, eccetto che in Italia. Il nostro Paese, scrivevo in quel periodo, non ha nulla da invidiare a nessuno: i suoi miti, le sue leggende, il suo folclore, le sue favole sono tali da costituire delle meravigliose fonti d’ispirazione per gli autori di heroic fantasy. Non solo, ma anche la storia, quella vera, lo è, basta andare a scegliere momenti e personaggi adatti.

Gianfranco de Turris, nostro ospite alla scorsa edizione di Libropolis

Tra gli anni Novanta e i primi Duemila, con la crisi di un certo tipo di editoria di genere, «il nostro fantastico è quasi totalmente caduto nell’oblio». Recentemente il genere sta scoprendo una nuova vita. Una delle voci più significative di questo percorso di rinascita è indubbiamente quella di La Manno. Nel volume in questione, egli propone ben sette suoi saggi, dagli orizzonti differenti. È possibile riconoscere tre direzioni interdipendenti all’interno del lavoro: la collocazione dello sword and sorcery contemporaneo; l’analisi storico-letteraria degli autori principali e di alcune loro opere; la presentazione delle pubblicazioni recenti più significative. Nel saggio omonimo della raccolta, l’autore delinea l’obiettivo della pubblicazione, intesa come parte di un percorso quotidiano compiuto con l’associazione:

La rivalutazione della spada e stregoneria non può avvenire solo attraverso alcune sporadiche pubblicazioni, poiché qualche libro non ha la forza di modificare i gusti del grande pubblico e nemmeno di andare a toccare la sensibilità dei palati più raffinati. Riteniamo pertanto necessaria una forte presa di posizione mediante la fondazione di un vero e proprio movimento al quale aderiscano editori, scrittori, critici, giornalisti, intellettuali, illustratori e comunque appassionati. Pensiamo che sia di capitale importanza muoversi su due differenti fronti: quello della narrativa e quello della saggistica.

L’avversario mediatico che la fantasia eroica si trova oggi ad affrontare è senza dubbio il grimdark fantasy, rappresentato dai noti George R. R. Martin e Joe Abercrombie. Nel contributo dedicato all’argomento (che ripercorre un articolo uscito qualche mese fa sulle nostre pagine) La Manno risponde ad una certa scuola americana (interna al Grimdark Magazine) che vede nel grimdark il continuatore naturale dello sword and sorcery, pur storpiando del tutto le caratteristiche di quest’ultimo. La riposta è netta: il primo non è l’erede del secondo. Da un lato, vengono criticati alcuni elementi di questo tipo di letteratura definita commerciale (l’utilizzo di un linguaggio contemporaneo e triviale, la riduzione del reale ad episodi negativi nonché banali, l’accento sui personaggi rispetto al sostrato storico-culturale della vicenda, la mancanza di preparazione da parte di alcuni degli autori più significativi), dall’altro vengono rivendicate le virtù della fantasia eroica, enfatizzando il ruolo positivo della magia e della stregoneria, elementi al massimo subalterni nelle saghe grimdark per cui:

Si è giunti all’estrema conseguenza che i lettori giudicano negativamente un romanzo fantasy (e pertanto afferente alla narrativa dell’immaginario) nel quale è presente la stregoneria con uno spirito degno del miglior positivista ottocentesco.

Giuseppe Lippi, venuto a mancare lo scorso 15 dicembre

Dopo aver collocato il genere è bene interrogarsi sulla sua sostanza. Cos’è precisamente lo sword and sorcery? Ne Gli eroi titanici di Robert E. Howard vengono ripercorse le differenti definizioni del genere. La Manno non condivide la visione di Lyon Sprague de Camp secondo cui la fantasia eroica sia narrativa di pura evasione, così come critica a Lin Carter la dicotomia bene-male, molto più indicata a definire l’high fantasy. Riproponendo anche le riflessioni di Fritz Leiber, Karl Edward Wagner e Giuseppe Lippi, può infine formulare la propria definizione:

Lo sword and sorcery è quel peculiare sottogenere del fantasy in cui interagiscono guerrieri che, armati di spada, ascia, lancia (o di altra arma bianca), sono impegnati in entusiasmanti avventure in un mondo immaginario, o sulla Terra in epoca preistorica, antica, medievale o in un futuro remoto, dove la tecnologia e la scienza sono primitive, o non sono ancora state scoperte, e in cui opera la magia. In questo tipo di narrativa, le storie sono relativamente rapide e brevi, è presente l’orrore soprannaturale o l’orrore cosmico, non esiste una netta contrapposizione tra il bene e il male, e i protagonisti delle vicende possono essere considerati eroi neri.

Eroi neri, ovvero antieroi. Personaggi che «non esitano compiere omicidi efferati per realizzare i propri biechi obiettivi», dalle sfumature differenti di volta in volta, perfettamente rappresentati da Robert Ervin Howard. Tra Conan il Cimmero, Kull di Valusia, Solomon Kane e Bran Mak Morn si rileva una certa somiglianza fisica, nonché psicologica. Citando Sebastiano Fusco essi sono l’incarnazione letteraria: «Dell’anelito a una libertà che a volte può diventare persino anarchica nella distruzione di sistemi di potere quali possono essere le istituzioni religiose o quelle socio-culturali». Di questi meravigliosi cicli ne abbiamo già parlato e continueremo a farlo. Quello che ci preme sottolineare in questo frangente è l’attenzione rivolta da La Manno a James Allison, uno dei personaggi meno conosciuti di Howard, a cui viene dedicato un altro saggio. Allison è un americano del ventesimo secolo costretto a vivere sulla sedia a rotelle, ma in grado di evadere da questa tediosa condizione attraverso la sua memoria ancestrale: «Vedo gli uomini che sono stati me, e vedo anche le belve che sono stato». In uno dei sei racconti composti egli, nel corpo di Njord, un guerriero Asi dell’estremo nord, racconta di quando si è ritrovato a combattere contro il Grande Verme. La descrizione dell’empia creatura rimanda ai Miti di Cthulhu lovecraftiani, ma La Manno precisa:

Nondimeno, vi è una notevole differenza tra i due scrittori, dato che nelle opere del Solitario di Providence coloro che vengono a conoscenza dei Grandi Antichi muoiono o diventano folli, mentre in quelle del maestro di Cross Plains i nerboruti eroi si oppongono a queste divinità blasfeme e spesso riescono a sopraffarle grazie alla loro possanza fisica e alla loro astuzia.

Nella sua interezza si tratta di un ciclo complesso, ricco di riferimenti culturali, che testimonia l’altissimo livello dell’autore.

Clark Ashton Smith (Auburn, 13 gennaio 1893 – Pacific Grove, 14 agosto 1961)

Nell’analisi di alcuni dei più importanti autori della fantasia eroica, oltre ad Howard, vengono presi in esame Clark Ashton Smith e Lin Carter. Del primo ne abbiamo parlato in un articolo, soprattutto in riferimento al ciclo di Hyperborea, che qui viene accostato a quelli di Poseidonis, Averoigne e Zothique. La Manno si dimostra un fine conoscitore dell’autore californiano, mettendone in luce le varie contaminazioni culturali e soprattutto il decadentismo che traspare nelle sue opere:

L’elemento che rende la serie di Hyperborea un’opera unica nello sword and sorcery è tuttavia il suo decadentismo. Il profilo psicologico dei nostri personaggi (che sono persone del tutto normali, ben lontane dagli antieroi nerboruti di matrice howardiana) evidenzia da una parte lo spleen, inteso come noia, disgusto della vita e della routine quotidiana e dall’altro l’ideal, ovvero la ricerca di una fuga dalla realtà verso altri mondi, oppure verso paradisi artificiali136 creati dalla stregoneria, dalle droghe, dall’alcol, dagli amori proibiti con esseri sovrannaturali, dalla ribellione alle divinità blasfeme e comunque all’ordine costituito. Non è un caso che l’Autore sia stato traduttore di Baudelaire.

Di Lin Carter (scrittore, ma anche critico ed editore) La Manno opera una rivalutazione che si pone in controtendenza con quanto fatto in passato da de Turris e da Fusco. La tesi è che non bisogna limitarsi all’analisi dei lavori dello scrittore che si sono basati su personaggi altrui (tipo Conan e Kull), ma considerare la sua produzione nel suo insieme, con un occhio di riguardo al ciclo di Thongor di Lemuria, ricco di elementi fantastici (come il grande drago poa e l’altissimo leone nero vandar) e rimandi culturali (da Madame Blavatsky a Edgar Rice Burroughs). Anche la capacità compositiva (schietta, ma non per questo triviale) è particolarmente incisiva. In Thongor alla fine del tempo, il protagonista giunge da morto nelle Terre delle Ombre, in una catabasi che lo porta ad imbattersi nel Signore delle Ere, dal quale apprende che:

Ci sono diecimila modi di essere, o Guerriero dell’Ovest, e tra un modo e il modo seguente non c’è altro che lo spessore di un capello. Tu e la tua razza nella vostra ignoranza e follia, riunite tutte le ombre di queste apparenze di esistenza in due termini. Tu chiami l’uno Vita, e ritieni di conoscere quello di cui parli. Chiami l’altro Morte, e non sai di che cosa parli. Poiché tu nella tua follia consideri tutto ciò che non vive nella carne come un essere di Morte.

L’ultima delle tre direzioni indicate precedentemente è percorsa nel sesto saggio, La nuova fantasia eroica mediterranea, che si ricollega direttamente agli obiettivi illustrati nel primo lavoro, presentando le pubblicazioni recenti più significative nel panorama dello sword and sorcery contemporaneo, come la raccolta Mediterranea e Le cronache del sole mortale di Alberto Henriet, che abbiamo presentato negli scorsi mesi. Angelo Berti, Davide Camparsi, Donato Altomare, Luca Tarenzi, Andrea Atzori, Alessandro Forlani, Andrea Oliva, Franco Forte, Livio Gambarini, Max Gobbo, Alfornso Zarbo sono tutti autori che rientrano in questo insieme. Ma soprattutto ci sono Andrea Gualchierotti e Lorenzo Camerini con ben tre libri: Gli eredi di Atlantide (2015), Le guerre delle piramidi (2017) e il recente Byzantium, ovvero «un’antologia di molteplici racconti aventi come protagonisti tre differenti personaggi che si muovono nell’Impero bizantino in svariati periodi storici, che vedono l’apogeo e la conclusione della Seconda Roma». Innanzitutto il setting, presentato nella postfazione al libro di Adriano Monti Buzzetti, dal titolo evocativo Bizanzio “polmone” orientale dell’immaginario mediterraneo. La Nova Roma di Costantino, assediata e conquistata dagli Ottomani di Maometto II nel 1453, ha esercitato un grande fascino nelle popolazioni circostanti: «Per gli Slavi era Zarigrad, la “Città dei Cesari”, per gli arabi Qostantinyye, per i poeti la “Città del Desiderio del Mondo”: una meraviglia sotto il cielo, opulento emporio commerciale dell’Eurasia ma anche rifugio dorato di letterati, scienziati, artisti, pensatori». Il fulcro di un Impero diverso a seconda delle sue numerose stagioni, ma sempre vasto e multiculturale:

A Costantinopoli gli eredi dei faraoni parlavano copto, ma nei suoi vicoli odorosi di mare e di spezie si inseguivano voci in aramaico, slavo, persiano e forse persino cinese. C’erano italiani e greci ma anche i valacchi, antichi conterranei di Vlad Dracula. E poi siriani, traci, normanni e via enumerando. Una discordante e insieme armonica Babele di lingue e costumi, tarda epifania della più antica ed autentica aspirazione dell’orbe romano all’universalità.

Sfruttando questo ricchissimo sostrato, Gualchierotti e Camerini strutturano tre archi narrativi differenti. Il primo è quello di Costante, un excubitor dell’esercito bizantino, esiliato da Costantinopoli per aver giaciuto con la moglie di un nobile. L’Imperatore Giustiniano lo aveva risparmiato, anche grazie all’intercessione del fidato Demetrio, mentre gli infami Nepoziano ed Arcadio si erano dimostrati «spregevoli avvoltoi». Costante, accompagnato dal fidato mercenario unno Taluk, cerca vendetta, attraversando luoghi (Tracia, Butrinto e Spalato) e sfide continue, tanto da entrare in contatto con la Menorah e persino con un Serafino. Il secondo arco vede come protagonista il ladro Gordias. Nella prima delle sue due storie, viene inviato da Alessio, logoteta di Antiochia, ad indagare sulle ripetute morti (tra cui quella di sua fratello Cosma) che attanagliano il territorio, imbattendosi in uno Ierofante che evocherà la dea Kali, dando forma ad un mostruoso costrutto:

I veli del baldacchino caddero a terra, strappati con folle frenesia, e la dea celata si presentò agli occhi di Gordias in tutta la sua empia abominazione. Non vi era orrore nel suo viso sebbene i tratti femminili fossero distorti in una perenne smorfia di furia, accentuata dalla cascata di capelli neri come l’ebano; a rendere terrificante il suo aspetto era il repellente assemblaggio di membra umane che costituiva il suo corpo. Non due, bensì sei braccia si dipartivano dalle spalle, e Gordias poteva notarne tutta l’incongrua diversità; con sgomento comprese che erano arti appartenuti a sei individui differenti, che nel corso di qualche arcano rituale erano stati cuciti sul torso della dea, appartenuto un tempo ad una donna. Similmente, anche le gambe erano frutto di quel macabro lavoro. Come un manichino di carne, il simulacro sedeva su un trono dorato, con le sei mani strette intorno ad armi impugnate come scettri.

La terza e ultima vicenda è quella di Gualtiero Camerari uno dei pochi veneziani rimasti a difendere Costantinopoli, cinta d’assedio da Maometto II. A lui viene affidato l’incarico di recuperare il Palladio, «l’antico simulacro della dea Atena che Enea salvò dall’incendio di Troia, e che per secoli ha garantito l’invincibilità delle armate di Roma», in grado di capovolgere le sorti del conflitto. Tradito da un suo compagno, Camerari fallirà nella missione, onorando la causa con una (presumibile) morte gloriosa a fianco dell’Imperatore. Insomma, i due autori rendono giustizia all’eterogeneità del contesto scelto, proponendo un’ampia varietà di situazioni, personaggi, creature e reliquie, evidenziando il rapporto tra le antiche divinità e il nuovo Dio.

I benandanti, nemici giurati di streghe e stregoni nel Friuli del XVI-XVII secolo

Tornando alla raccolta di La Manno, non ci resta che citare i due saggi conclusivi di approfondimento culturale (una consuetudine per le pubblicazioni di Italian Sword and Sorcery books). Nel primo, lo storico e antropologo delle religioni Marco Polia presenta una breve storia dello sciamanesimo, spiegando il significato del termine e collocandolo in un’ampia cosmogonia. Nel secondo, Paolo Paron, presidente della società tolkieniana italiana, propone alcune sopravvivenze nella tradizione folcloristica orale contadina, incentrando la trattazione sui benandanti friulani, al cui studio si dedica da tempo. In definitiva, quelli presentati in questo articolo sono due volumi estremamente rilevanti nel panorama odierno e che, non a caso, hanno occupato i primi posti delle classifiche Amazon nei rispettivi settori per diverse settimane, tanto da far pensare che la fantasia eroica mediterranea sia più viva che mai.