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Avevo giurato a me stesso che non avrei più scritto la recensione di un libro. Infatti questa non è una recensione pura, si tratta, piuttosto, dello spunto per alcune delle mie solite ‘polluzioni mentali’. Infatti – e ripeto infatti – non ho stima alcuna degli autori moderni. Con un’iperbole che va letta in controluce, oserei dire che il più moderno degli autori da me stimati (per quanto si parli di uno storico privo di architettura letteraria e non di narratore come oggi s’intende), è Erodoto di Alicarnasso, quindi del V sec. a. C.

Ma è un’iperbole, il disprezzo per la narrativa moderna portato all’acme del non-senso. Oh sì, qualcosina ho letto anch’io, così come ho sentito parlare vagamente di Franz Kafka e Philiph Roth. Ho pure giudicato tagliente e cinico il periodare provocatorio di Michel Houellebecq. Talora ho incontrato di sguincio qualche scrittore russo, quello là ad esempio, quello che parlava di “Demoni” e di “Fratelli”, di “Idioti” e “Giocatori”, non ne ricordo il nome; o quell’altro che si dilettava a parlare di “Guerra” e di “Pace”, e quell’altro ancora che raccontava storie di “Padri” e di “Figli”, o quel tipo bislacco che scriveva di un “Maestro” e di quella ragazza – presumibilmente sarà stata la sua discente –  “Margherita”.

Certo mi è passato fra le mani qualche autore mitteleuropeo, qualche americano (ricordo quello che raccontava angoscianti storie del terrore, mi pare facesse Edgar di nome; quello che stava sempre “Sulla strada” e quell’altro che ci raccontava la sua esperienza “Mentre moriva” fra le “Palme selvagge”); qualche inglese come quel giovane strambo che andava spesso “In Patagonia” e per il mondo col suo Moleskine, qualche irlandese come quello che “Aspettava” a vuoto tale “Godot” e quell’altro lì, amante della sua “Gente” a “Dublino”. Tralascio volutamente i francesi: quello con la “Nausea”, quell’immigrato regolare, uno “Straniero”, appunto, che parlò di “Peste”, e quell’altro ancora che perdeva il suo tempo nella Ricerca del tempo perduto.

Bassorilievo ritraente Erodoto

Ho avuto fra le mani qualche libercolo di uomini del Nord, ricordo quel teatrante norvegese che giocava con una “Casa di bambola” e vedeva continuamente “Spettri”, o quel visionario paranoico di Stoccolma che faceva a sua volta teatro, immaginando l’“Inferno” nel suo “Diario Occulto”.

Degli italiani mi sono fermato a quello scrittore in piena “Senilità”, che fumava parecchio, tanto da raccontarci il suo tabagismo in quel libro dedicato a tale “Zeno” nei percorsi della sua “Coscienza”. Poi ho avuto amore per pochi altri, ricordo quel siciliano…  No, non è Camilleri per favore, sto parlando di uno – di questo ricordo bene nome e cognome – che per diventare grande, immenso, non ebbe bisogno di fiction televisive a tempesta e di un mercato editoriale che premia sempre più l’immagine costruita, il politicamente corretto come eterna ripetizione del luogo comune, il prodotto consumistico fatto scrittura: parlo di Leonardo Sciascia di Racalmuto. Uno, che dalla profonda provincia siciliana ebbe illuminazioni tali che ancora oggi dovrebbero farci riflettere; uno la cui scrittura tignosa, aspra, ci racconta come pochi altri al mondo fatti, storie, temi, argomenti che saranno sempre attuali: o, nietzscheanamente, “inattuali”.

Nondimeno, nella vita ho fatto qualche ‘marchetta’, cioè ho scritto qualche recensione del cazzo. L’amico oculista che non mi faceva mai pagare la visita e mi chiedeva di recensire il libro della propria convivente; solitamente un libraccio pubblicato con un editore a pagamento. O, a volte, l’amico dell’amico (quest’ultimo mio amico fraterno) con la prurigine della scrittura, il quale pretendeva un articolo con foto del suo ultimo collage di pensieri filosofici. E giù di lì. Mi inventai allora uno schema, una vera supercazzola con lo scappellamento a destra, che ripetevo dopo averne modificato alcune parti sostanziali, in ogni ‘marchetta’ che ero costretto a scrivere. Quindi tutti i libri da me ‘marchettati’ lodavano “una scrittura incisiva, come incisiva è la storia raccontata dall’autore, il quale fa parlare l’anima dei personaggi prima ancora di esprimere fatti e intrecci narrativi”.

Leonardo Sciascia

Tutte le mie ‘marchette’ avevano in comune “la sensibilità artistica dell’autore/autrice”, “i colori pastello dello stile”, “l’umiltà del protagonista e del suo alter ego, lo scrittore/scrittrice, da non confondere con l’inettitudine, perché l’umiltà come è intesa nel libro, è forza travolgente che prorompe dalle pagine per investire il lettore”. Ma basta, porca puttana! Ho mandato a quel paese da qualche lustro amici e loro amici, negando sempre una recensione non sentita, per me mortificante. E ho messo in soffitta quella famosa supercazzola da riadattare periodicamente. Basta. E permane la mia nausea per la letteratura contemporanea, asservita, banale, tranne poche eccezioni, peraltro non italiane. Meglio Erodoto con i suoi Persiani.

Poi una decina di giorni fa, sono riuscito a scopare con una quarantenne bellissima, colta, raffinata culturalmente e nell’amplesso: forme apollinee, cervello dionisiaco, movimenti sinuosi, ritmici, avvolgenti. Ho la schiena a pezzi. Non vi dico, anzi vi dico per farvi comprendere ciò che verrà dopo. Alla fine di una serata orgasmica (ci sarebbe voluto un Vov, vecchio liquore a base di uova), prendo il mio libro dal comodino, per la lettura serale prima di addormentarmi. Lei fa lo stesso. Tira fuori “La domenica vestivi di rosso” di Silvana Grasso.

In altre circostanze avrei detto: “La Grasso viene dopo Erodoto come periodo storico? No, grazie”. Invece proprio quella circostanza, che mi aveva spompato e reso più malleabile, mi fece sfogliare quel libro. Ricordai, attingendo a quella parte della mia memoria ancora non aggredita dalla senescenza, alcune notizie che avevo letto su Silvana Grasso. Nei giorni seguenti andai a cercare curioso, video e interviste e composi un puzzle mentale della scrittrice. Ma dopo quanto mi disse la mia amica quella sera, ancora nuda, ancora appiccicata a me, della quale ricordo il tepore del corpo e la bocca famelica, la Grasso si insinuò nei miei pensieri. Una notte addirittura la sognai, anche perché avevo ravanato alcune sue foto sul web e mi ero soffermato su quelle da giovane: davvero notevole come bellezza femminile.

La mia amica mi raccontò della bravura della scrittrice siciliana, della sua grande abilità come filologa, della sua esperienza in un liceo di Gela, dove tutti ancora oggi la ricordano con grande affetto. È pazza – mi diceva entusiasta – è completamente pazzaPerò aggiungendo:

Una pazzia coinvolgente, che ti cattura, ti rende complice, ammiratore. Una pazzia nell’accezione platonica, non certo una follia clinica.

La mia amica, vi dicevo, colta e raffinata nella vita del sapere, come nell’amplesso (una menade, nei fatti), non perse l’occasione di rifilarmi la sua enfasi declamatoria sulla ‘follia divina’ della quale parla Platone nel “Fedro”.

La follia che Platone chiama thèia manìa, divina follia, la quale ci offre i più grandi doni e si manifesta con l’entusiasmo: il senso del termine greco (enthousiasmòs) è proprio quello di essere invasato da un dio.

Sarà perché sono scarso nelle lingue vive e in quelle cosiddette morte, quando sento parlare e citare in greco e latino, mi ‘ingrifo’ che non vi dico: così scopai ancora la mia amica, prima di abbandonarmi, finalmente, al sonno ristoratore. Pensai alla Grasso, a ciò che mi era stato detto. Evitai di farne cenno a quella menade intellettuale per paura che mi parlasse ancora in greco e latino e rischiare, quindi, ulteriori, reciproci, ‘ingrifamenti’.

Ma rientriamo nell’alveo della serietà professionale e parliamo di libri, stavolta senza ‘marchetta’, perché non conosco la Grasso, né i suoi amici. Valutai in silenzio come le donne colte e intelligenti riescano a non essere conformi nel linguaggio, nell’esposizione e di rimando, in ogni altro aspetto della vita. La narrazione appassionata della mia amica, le prime pagine di quel libro lette mentre ero ancora nudo, fecero traballare il mio rifiuto verso gli autori dei giorni nostri, che in quella circostanza mi parve un vigliacco pregiudizio baconiano della mia mente. Così presi a leggere, brucandole attentamente, le restanti pagine di “La domenica vestivi di rosso”. Ed era di domenica, quando finii di leggere l’ultima pagina.

Un romanzo non deve insegnare nulla né dare modelli di bontà né indicare strade di vita a chi si è perso cercandola la vita. Un romanzo deve invece molestare, molestare chi lo scrive, molestare chi lo legge, schiaffeggiarlo, bastonarlo, ridestarlo.

Questa dichiarazione di poetica si trova tra le ultime pagine del romanzo di Silvana Grasso, distribuito nelle librerie il 18 ottobre scorso per le edizioni Marsilio.

Non avevo sbagliato a leggerlo. Tali parole riflettono un modo di pensare il romanzo, la scrittura, non come qualcosa di confortevole, bensì come pratica di rottura, di scuotimento del lettore, troppo spesso ‘confortato’ dai dogmi inossidabili del politicamente corretto, della scrittura ‘positiva’, della scrittura didascalica. La scrittura non ha padroni né servi, essa ‘molesta’ per ridestare; ‘schiaffeggia’ per far traballare le nostre coordinate culturali. La Grasso, ad esempio, è riuscita con me in quest’intento.

Ho chiamato al telefono Giovanna Di Marco, elegante donna di lettere (le insegna nella scuola pubblica, anche) con un cervello al fulmicotone, del quale sono spesso intimorito e con lei mi sono fatto una chiacchierata sulla Grasso, altra eccezionale donna di cultura che adesso mi intimorisce a sua volta. Giovanna mi ha detto che proprio lei ha presentato lo scorso 6 novembre il libro della Grasso presso la libreria Feltrinelli, a Palermo. Bingo!

L’ultima fatica letteraria di Silvana Grasso – mi ha detto Giovanna Di Marco al telefono – è in fondo un tributo all’arte dello scrivere e all’ispirazione. È un romanzo che parla di come possa nascere un romanzo, tutta la storia verte su questo.

Allora vediamo la storia. Siamo in Sicilia a Vulcanello, un paese dal nome inventato nei pressi dell’Etna. Qui nasce Nera, che si chiama così perché un impiegato dell’anagrafe non ci sente bene. Si sarebbe dovuta chiamare Venera. La bambina lo scoprirà a sei anni, non appena inizierà a frequentare la scuola. Ma non è il solo equivoco legato alla nascita della protagonista, nonché io narrante: la bambina viene scambiata per un maschio nei suoi primi attimi di vita. La scoperta della verità farà scattare il melodramma, anzi l’opera buffa, tragicomica familiare e il successivo rifiuto della neonata di cui si prenderà cura la sua madrina. Ma non è finita qui. La bambina ha sei dita per piede, per un totale di dodici. E su questi piedi fantasticheranno tutti, soprattutto gli uomini.

Attorno a lei nascerà una sorta di leggenda feticista. Lei non mostrerà mai quei piedi, come una divinità che deve nascondersi e lo farà soltanto verso la fine del romanzo e quindi la vedremo mediamente indossare dei lunghi stivali perché possano nascondere le sue dita in più. Ebbene, questo personaggio piomba all’interno di una serie di equivoci sulla sua esistenza con lo stigma della diversità addosso, che sarà poi lo scudo per affrontare il mondo, per farci a cazzotti e ridisegnarlo.

Tamara de Lempicka

Intanto sua madre è morta suicida (altro tema interessante, audace, che non piace al buonismo di casa nostra) e suo padre è emigrato. Resterà con la madrina che la amerà profondamente, ma anche lei morirà. Le farà da madre la figlia della donna. Anche il concetto di madre per Nera, poi detta Nerina, è un equivoco. La ragazza cresce e diventa bellissima, studiosa, brillante, capace di una notevole creatività e dotata di grande seduzione (Nerina potrebbe essere l’alter ego della Grasso, che mi ha sedotto). Ma ha capito il gioco della vita, ha disossato ogni istanza preconfezionata, ha perfettamente chiaro l’equivoco dell’esistenza di noi tutti. Allora ne crea un’altra, forse parallela. Cerca nella vita personaggi da cui prendere spunto per costruirlo lei questo porco mondo attraverso la scrittura.

Con la scrittura si diventa come un dio, si possono davvero creare mondi che poi creano una vita a sé, quasi fossero organismi completi, autonomi. Siamo nel ’68. Sembra che Nerina sia anche impegnata politicamente. Indossa la minigonna. Affronta il tema dell’emancipazione femminile, in alcuni casi relegata davvero all’ansia di perdere la verginità, un po’ com’era stato per gli uomini: Scopare era la bandiera dell’emancipazione, sventolata da ragazze di paese, costrette a una doppia vita, per poterne vivere anche solo le briciole di una vera, libera, eccitante ed erotica, scrive la Grasso, smontando di fatto il presupposto centrale della ribellione femminile di quegli anni.

Ma Nerina non è così: lei è già, libera.  Riconosce già nell’atto del suicidio della madre una forma di libertà (eccezionale questo passaggio, perché farà storcere il naso ai perbenisti di dozzina e ai personaggi pubblici ingessati come Giletti):

Gli zoccoli erano rimasti sotto lo sgabello rovesciato, con cui s’era aiutata per la sua ascesa alla corda o la sua ascesi alla vita.

Ascesi alla vita: ecco, questa capacità di leggere con intelligenza un gesto che moralisti e bigotti preferiscono eludere dai loro dialoghi perbene, mi rende schiavo del pensiero di questa scrittrice a me sconosciuta fino a poco tempo fa.

Lei è libera perché non è in cerca di miti passeggeri da inseguire, ma di una sua creazione e generazione personale. Il suo stigma, i piedi, sono la sua unzione a sacerdotessa della parola:

Forse con quei miei piedi diversi ci potevo volare, io sola volare di tutta la specie umana. Con piedi normali non si poteva volare, ma chissà con i miei?.

E ancora:

Mi convinsi, negli anni, che i miei piedi andavano nutriti di libertà o, per denutrizione, un giorno o l’altro, le avrei perse quelle due dita in più che facevano la differenza. Ne avrei avute solo un cazzo di dieci, come tutti.

Woman in Red, di Henri Matisse (1935)

Vediamo cosa mi ha detto ancora Giovanna Di Marco:

In cerca di ispirazione dalla vita degli uomini che incontra e seduce, si stanca presto di loro, non trovandoli per nulla interessanti. E intanto scrive di questi uomini, apre i loro piccoli scrigni, le loro teste e i loro desideri anche attraverso la descrizione di semplici gesti. Illusioni di altri, gioie, meschinità, velleità sempre di altri. E l’affresco continua, si espande alle caricature incontrate ogni giorno. Un esempio? La madrina Annina, obesa e diabetica che muore così: ‘Morì dormicchiando sulla sedia, con mezzo culo che sporgeva perché troppo piccola era la sedia e troppo grosso era il suo culo’. O la figlia di Annina, la vice madrina e vice madre di Nerina: ‘Era grassa anche lei e aveva la faccia devastata dall’acne. Liberi dallo sfregio dell’acne restavano solo i suoi enormi occhi celestone, che sembravano finti, pitturati da bambini in un disegno di scuola materna o prima elementare’.

Poi ci sono i paesaggi. Nerina conosce tutto dei fenomeni naturali, che ella però rende poetici attraverso scioltissime e ritmate descrizioni. Del mare soprattutto, che Nerina può guardare con i piedi scalzi, liberi, senza il pericolo che qualcuno possa scrutarne il mistero. Poi incontra il Personaggio per eccellenza, un bizzarro, un uomo che vive confinato in un mondo dove ha abbandonato perfino il suo nome come il pirandelliano Vitangelo Moscarda: un esule volontario dalla vita, un pazzo, uno che ha reso filosofia la sua esistenza a tal punto da essersi privato finanche dell’identità. È lui quello su cui scriverà il romanzo. E intanto ci dice come lo stia scrivendo.

Ma la beffa si moltiplica, fino alla fine, fino in fondo. Sarà lui a beffare lei? Fino a che punto Nerina sarà disposta a rischiare per la sua opera e per capire la verità? Forse fino alla morte, perché scrivere è un po’ la morte, è affogare in zone misteriose che non pensiamo di possedere, in meandri arcani dove di noi nulla possa più farci meraviglia. Orfeo, del resto, non viene forse dilaniato dalle baccanti, quasi fosse divorato dalla stessa furia creatrice? Ma uno scrittore può decidere tutto, le infinite possibilità della sua storia e anche i finali. La storia che nasce con l’equivoco, può terminare anche con più finali, per mettere in luce il problema concettuale della domanda a cosa serva un romanzo e la letteratura in modo più ampio.

Come non pensare alla lezione di Barthes sul testo di “godimento”, sulla decostruzione infinita della scrittura, l’incompletezza della stessa?

La teoria (Chomsky) – spiega Barthes – dice che la frase è di diritto infinita, ma la pratica obbliga a finire sempre la frase.

Stesso discorso dovrebbe valere per il romanzo, la cui scrittura è sempre “differibile” (Derrida), infatti un testo è un testo (sempre Derrida) solo se nasconde al primo sguardo, al primo venuto la legge della sua composizione e la regola del suo gioco.

Per molti scrittori di oggi – ci sovviene ancora Giovanna Di Marco – sicuramente è utile parlare di tematiche alla moda (diversità, handicap, immigrazione, integrazione), diversamente per la Grasso, è più importante focalizzare il tema eterno e insoluto dell’uomo: il senso tragico dell’esistenza, l’identità evanescente dell’individuo, il potere dell’illusione che solo l’arte può fornirci quando si sa che tutto intorno è scabro e vuoto, senza senso.

Conta solo l’Uomo – scrive la Grasso – ma soprattutto i suoi grumi contano, quelli impossibili da sciogliere con qualsiasi diluente, e meno che mai con la comprensione. Quei grumi che, dalla nascita alla morte, sono il suo vero patrimonio, la sua vera identità, non la sua condanna. Un teatro eterno quindi, in cui l’Uomo è a volte eroico, molto più spesso, drammaticamente grottesco. Né più né meno di una vecchia diabetica obesa che muore con il culo oltre il bordo della sedia. L’arte è pertanto il balsamo, “l’amaro miele” che ci avvelena perché ci dice la verità, le verità, sotto forma di finzioni. E che per questo poi ci salva.

Leggendo la Grasso capirete il perché io abbia deciso dopo molto tempo di recensire (a modo mio) un libro di autore contemporaneo e, iperboli permettendo, voi stessi permettendo, in attesa che la scrittrice siciliana scriva un altro romanzo controcorrente, me ne torno al mio pregiudizio di partenza. Me ne torno a Erodoto.


(*) Silvana Grasso è nata a Macchia di Giarre, in Sicilia. Vive tra Gela e Giarre. È filologo classico, scrive racconti, romanzi, pièce teatrali e collabora con diverse testate. Le sue opere sono state premiate con importanti riconoscimenti, tra cui: Premio Mondello, Premio Brancati, Premio Vittorini, Premio Flaiano Narrativa, Premio Grinzane-Cavour Narrativa italiana. Ha pubblicato: Nebbie di ddraunàra (La Tartaruga 1993), Il bastardo di Mautàna (Anabasi 1994, Einaudi 1997, ripubblicato da Marsilio nel 2011), Ninna nanna del lupo (Einaudi 1995, ripubblicato da Marsilio nel 2012), L’albero di Giuda (Einaudi 1997, ripubblicato da Marsilio nel 2011), La pupa di zucchero (Rizzoli 2001), Disìo (Rizzoli 2005), 7 uomini 7 – Peripezie di una vedova (Flaccovio 2006), Pazza è la luna (Einaudi 2007), L’incantesimo della buffa (Marsilio 2011), Il cuore a destra (Le Farfalle 2014) e Solo se c’è la Luna (Marsilio 2017). L’ultimo libro è: La domenica vestivi di rosso (Marsilio 2018)