Il primo settore dell’economia: agricoltura, silvicoltura, allevamento, pesca. Quanto ci manca. Eppure, c’è stato, c’è e sempre ci sarà. Magari. I suoi valori fondanti sono travolti da un sisma globalizzante senza scrupoli. Se un contadino su tre in Francia si suicida e dà vita al movimento dei gilets gialli, quel “magari ci sarà” diventa un “forse ci sarà”. Se un contadino su due in Puglia impazzisce dopo l’ecatombe Xylella, creando il movimento dei gilet arancioni per la salvaguardia degli ulivi, quel “forse ci sarà” diventa un “probabilmente non ci sarà”. Se due pastori su due in Sardegna versano centinaia di litri di latte per le strade, imbiancando le teste dei mori e denunciando un rapporto domanda-offerta estremamente penalizzante, quel “probabilmente non ci sarà” diventa un “sicuramente non ci sarà”.

Guardate Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo – opera pittorica magna del positivismo italiano che si abbevera dal nettare del naturalismo francese mutuato da Giovanni Verga in letteratura dei “vinti” –, è il modo più semplice per osservare i sentimenti dell’uomo del primo settore. Cosa prova questo avventuriero sventurato della traversata contemporanea? Per rivivere il suo tutto vi rimando a Sepp, romanzo uscito da pochi mesi tra le fila rombanti della Gog edizioni, composto da Francesco Carrillo, educatore a vari livelli, redattore di riviste culturali e discepolo di Bruno, Vico, Proudhon e Pareto, filosoficamente, di Semerari, Sontonaso e Villani in pratica.

Ambientato nell’appennino dauno – Sant’Agata di Puglia (borgo del quale l’autore è originario) – ripercorre l’età giolittiana, l’emigrazione italica nell’Atlantico e la Grande Guerra salpando proprio dal 1901 del quarto stato, e servendosi del lavoro per il grano, delle battaglie socialiste e dei tumulti interiori del protagonista, Sepp, contadino realmente esistito. Un romanzo storico cesellato da fermenti sociali e vita sanguigna che hanno costituito l’apologia tradizionale e l’epilogo internazionale di una generazione che ha fatto l’Italia e che per l’Italia ha dato la vita.

Carrillo accarezza la tragedia e la gloria su uno specchio in frantumi che riflette il volto di un ragazzo a ogni pie sospinto da nobili ideali, utilizzando prosa bucolica, mai banale, dove il dialetto è insospettabile innovazione e la leggerezza delle immagini sorregge il fardello giornaliero degli eventi. La metafora della formica dello statista altamurese Tommaso Fiore, tratta da Un popolo di formiche, è il pilastro riecheggiante della narrazione:

Un popolo di formiche è riuscito a fare quello che avrebbe spaventato un popolo di giganti…

La madre del protagonista, Concetta, in poche parole racchiude l’essenza di un mondo buono, incapace di odiare, seppur relegato a sottobosco da secoli:

Male non fare e guai non temere.

Sepp, bracciante con utensili leggendari (su tutti il ruociolo, cilindro per spaccare il grano), emigrante di ultimissima classe, soldato che scrive senza inchiostro ma con le lacrime lettere di trincea alla famiglia,

era l’orgoglio di mamma concetta da cui aveva ereditato il carattere fiero di schietta popolana.

Sognava una giustizia terrena che precedesse quella idolatrata dalle iconografie cattoliche:

lui che non sopporta le cose storte […] In piazza tra i compagni la vinceva col suo carisma. Spirito leale, idealista, si batteva contro le ingiustizie e la prepotenza dei campieri, i grandi proprietari terrieri che sfruttano i braccianti e pagano poco.

Amava innocentemente, agghindato di accuratezza e pudore che oggi sembrerebbero un’eresia sesquipedale, in vetta a dei rapporti personali (?) tallonati dal perenne pubblico: voleva comparire, non voleva sfigurare di fronte alla bruna civettuola verso cui avvertiva una crescente attrazione.

La sua tempra guerriera lo poteva spingere sulle tegole di una tribuna politica o nell’intonaco slabbrato di un sindacato: è un contadino vero, umile e coerente, non tradisce mai la propria filosofia di vita, non si sporcherebbe nemmeno il mignolo del piede col potere.

Non aveva la stoffa del politico, era troppo impulsivo, se pur idealista leale e sincero, per essere in grado di costruire una realtà politico-sociale stabile, data anche la giovane età: egli rappresentava il classico strumento di cui si servono i politici calcolatori per realizzare i loro fini (che spesso coincidono col semplice potere): insomma, Sepp machiavellicamente era di sicuro lione ma tan poco volpe.

Nella storica evasione letteraria di Carrillo, che pompa dignità nelle arterie degli antieroi di un primo settore in via di cancellazione per mano di tecnici del guadagno foraggiati da asettico spirito del capitalismo, l’aggettivo ridondante che guadagna calorosamente la scena è uno soltanto: luminoso. Si arrampica dal cielo e inonda li sbagli onesti di chi sa che può e deve sbagliare, perché non farà mai male a nessuno. La Puglia è luce: il primo settore fa la Puglia: il primo settore è luce.

Sulle mura imbiancate di fresca calce, in piazzetta Chiancato si riflettevano i bagliori dell’alba incalzata d’Aurora espansiva; veementi i galli scuotevano dal rilassato torpore gli Umani indolenti, ringalluzziti dallo starnazzare pettegolo di galline vogliose di riguardo. Immenso il cielo s’inonda di luce.