A dispetto dell’esterofilia imperante, negli ultimi tempi sembra che il fascino per le antiche tradizioni classiche greco-romane sia tornato di moda. In particolare, è pregevole il fatto che molteplici editori (soprattutto di piccole-medie dimensioni) stiano guardando con favore alla rivalutazione delle tradizioni mediterranee attraverso la pubblicazione di romanzi, antologie e racconti che comprendono i migliori autori del nostro Paese.

Anche il cinema pare seguire questo filone, dato che proprio in questi giorni viene proiettato nelle sale Il primo re, un film di Matteo Rovere avente come oggetto la mitica fondazione di Roma, spinto da una poderosa campagna pubblicitaria. Contestualmente viene dato alle stampe in questo mese anche Romolo. Il primo re, romanzo di Franco Forte e Guido Anselmi edito da Mondadori, che tratta i medesimi temi. In questa sede, ci si occuperà di analizzare solo ed esclusivamente il libro, provando a sviscerare alcuni dei suoi elementi principali.

Cominciamo con il presentare gli autori. Franco Forte (Milano, 1962) è un intellettuale poliedrico. Infatti, oltre a essere uno scrittore di grande caratura, che ha pubblicato per Mondadori, Editrice Nord, Tropea e Mursia, è anche giornalista professionista, direttore editoriale dell’associazione culturale Delos Books, direttore responsabile di Robot ed è stato autore di Distretto di Polizia e di R.I.S. – Delitti imperfetti. Dal 1° luglio 2011 è direttore editoriale delle collane da edicola Mondadori, tra cui Il Giallo Mondadori, Urania e Segretissimo.

Recentemente si è cimentato anche nello sword and sorcery mediterraneo (o fantasia eroica mediterranea), pubblicando Cesare l’immortale e Cesare il conquistatore con Mondadori, rispettivamente 2016 e 2017. In questi romanzi si ipotizza che Giulio Cesare non sia morto alle Idi di marzo, bensì abbia simulato la propria dipartita. Tutto ciò allo scopo di intraprendere una missione che lo conduca oltre Colonne d’Ercole e al cospetto degli dei, per carpire il segreto dell’immortalità.

Guido Anselmi (Vibo Valentia, 1972) è laureato in ingegneria, ha vinto la trentanovesima edizione del premio WMI, ed è stato finalista al premio Bukowski 2016. Ha pubblicato diversi racconti sulla WMI, sullo speciale SF e nelle raccolte 365 Racconti per un anno di Delos Digital.

Franco Forte

Ora, occupiamoci dell’opera. Già nell’antichità gli studiosi si erano posti il problema di individuare l’origine del termine Roma. Secondo parte della dottrina non è possibile che derivi da Romulus (Cfr. Bruno Migliorini, Roma, in Enciclopedia Treccani, Rizzoli, Milano, 1929, p. 589). Taluni commentatori hanno invece sostenuto la possibilità che vi sia stata un’influenza greca, anche se è storicamente impossibile. In ogni modo, è difficile stabilire con certezza l’origine della fondazione di Roma. La gran parte degli studiosi propende per due differenti orientamenti: quella italica e quella etrusca. La prima fa risalire il lemma Roma a Rumun, nome che anticamente indicava il fiume Tevere, mentre la seconda individua Roma con ruma, cioè a dire mammella. Nessuna delle due interpretazioni può però dirsi risolutiva.

Sotto un profilo meramente storico, le prime popolazioni che hanno presidiato i colli romani e che hanno successivamente fondato Roma nei luoghi del Palatino, dell’Esquilino, del Quirinale e del Gianicolo risalgono al primo millennio a.C. In quel periodo alcuni pastori erano discesi dai Monti Albani per sfruttare i pascoli della pianura tiberina, e il territorio del Palatino, circondato da una palude e con i pendii quasi a picco, risultava ideale per fondare una città difficile da assediare (Cfr. Giuseppe Lugli, Roma Antica, in Enciclopedia Treccani, Rizzoli, Milano, 1929, p. 593).

Una ricostruzione del Palatino

Veniamo al romanzo. Nell’antefatto, Forte e Anselmi ci mostrano Rea Silvia all’interno del tempio di Vesta, in atteggiamenti languidi mentre giace con uno schiavo. Questi le propone di fuggire, ma la donna rifiuta l’offerta perché teme per la vita dei propri familiari. Intanto sulla scena compare Amulio, che provoca la rocambolesca fuga del giovane e che, insieme ai sacerdoti, apprende che Rea Silvia ha perso la verginità sebbene sia una vestale consacrata. Il re di Alba Longa la percuote con violenza e lei riferisce che Marte:

È uscito dal fuoco […] Un fallo enorme, rosso come il sangue, bollente come le braci… mi ha posseduta annullando la mia volontà.

Al riguardo, la mitologia greca ci ha insegnato che Marte (che corrisponde ad Ares), figlio di Zeus e di Era, dio della guerra, crea continue discordie e gelosie per causare conflitti tra gli uomini. Non è un nume che protegge una specifica città ma, di volta in volta, si schiera con gli uni o con gli altri, inebriandosi del truculento spettacolo procurato dalle battaglie. È odiato da tutte le divinità, salvo che dai suoi genitori, da Eris, da Afrodite e da Ade, che brama di accogliere nel suo dominio nuovi guerrieri defunti.

Rea Silvia e il dio Marte, dipinto di Pieter Paul Rubens

Se da un lato Amulio appare scettico di fronte al racconto di Rea Silvia, dall’altro i sacerdoti si dimostrano più cauti e consigliano al sovrano di non uccidere la donna, poiché Marte potrebbe scatenare contro di loro una punizione divina. Pertanto, il re di Alba Longa decide di incarcerare la vestale in un tugurio repellente. Gli autori hanno scelto di fornire al romanzo un taglio realistico, evitando di inserire gli elementi soprannaturali di cui ci parla il mito e non lesinando la sozzura nelle descrizioni dei luoghi in cui dimoravano gli uomini in quell’epoca proto-storica:

La cella era umida e spoglia, con un piccolo cumulo di paglia su un lato e un foro maleodorante per raccogliere i bisogni fisiologici. Le pareti esterne erano costruite con fango indurito e paglia secca, poca luce filtrava da una piccola apertura posta in alto, regalando all’ambiente una fioca penombra.

Amulio ci viene presentato come un tiranno barbarico, del tutto privo di qualsivoglia pietà per la vita della nipote e insensibile alle richieste del suo popolo, che viene sfruttato in modo draconiano. Numitore appare invece come un debole, un vile, un debosciato dedito al vino e totalmente incapace di opporsi alle angherie del fratello, tanto da farsi non solo usurpare il trono ma anche uccidere la figlia. Lo sprezzo con cui re di Alba Longa si rivolge a lui è irritante:

Ubbidisci al mio ordine, o per gli dei ti faccio strappare le budella e te le faccio ingoiare mentre sei ancora vivo!

Onde evitare possibili complotti per la successione al trono, ma comunque timoroso di un eventuale cataclisma provocato da Marte, una volta nati i gemelli di Rea Silvia, Amulio ordina che vengano abbandonati al fiume e li sostituisce con un infante morto, mostrandolo al popolo. Faustolo, un pastore, recandosi da una meretrice che si fa chiamare Lupa, trova i gemelli e domanda alla donna di prendersi temporaneamente cura di loro a fronte di una lauta ricompensa, proposta che viene subito accettata.

Il pastore Faustolo tiene in braccio i due gemelli

In ogni tradizione è presente l’ingresso del Fanciullo Divino portato sulle spalle dai bovari nella cerimonia dell’Anno Nuovo. Molteplici sono i pastori che hanno allevato leggendari principi come Anfione, Pelia, Mosè e Ciro, che furono tutti abbandonati su un monte, o affidati ai flutti. Tornato a casa, Faustolo riferisce alla moglie, Acca Larenzia, di aver trovato i gemelli nella grotta del Lupercale, nutriti da una lupa e di volerli allevare come suoi figli. Nella tradizione questa fiera rappresenta una cratofania della luce uranica e corrisponde al compagno della cerva bianca che simboleggia l’unione fra terra e cielo da cui nascono gli eroi.

Acca Larenzia è felice di questa proposta, dato che fino a quel momento non erano riusciti a generare figli, e i due decidono di assegnare ai gemelli i nomi di Romolo e Remo. I ragazzi, tuttavia, non possono essere cresciuti come semplici pastori e vengono inviati a Gabi per ricevere istruzione in ogni disciplina e nelle arti marziali. Tra i due, però, vi sono notevoli differenze. Romolo risulta riflessivo, saggio e rispettoso delle regole, mentre Remo si dimostra impulsivo, arrogante e intemperante. Ovviamente, questo comporta il nascere tra loro di inevitabili contrasti, che dall’infanzia proseguono sino al conflitto finale.

Una volta cresciuti e venuti a conoscenza delle loro vere origini, i due fratelli organizzano una spedizione armata e uccidono Amulio, restituendo lo scettro del potere su Alba Longa a Numitore. Consapevoli del loro retaggio, non minacciano il trono del nonno, ma decidono di andarsene e di fondare una nuova città. Tuttavia, uno solo dei due gemelli potrà regnare e la creazione dell’Urbe richiede l’ausilio di sacerdoti etruschi che forniscano le istruzioni specifiche su chi sarà il re e come dovrà essere realizzata la nuova città. È bene ricordare che nell’antichità la costruzione di un centro urbano non poteva essere lasciata al caso ma doveva sottostare a leggi ben precise, che fondevano insieme l’arte sacerdotale, quella regale e quella dei costruttori.

Romolo offre la testa di Amulio a Numitore

Sebbene gli auspici indichino Romolo come nuovo re, Remo non accetta la sconfitta. Totalmente ebbro di vino, valica le mura di Roma sfidando apertamente il fratello dinanzi alla popolazione della nuova città, lo colpisce con un sasso e lo aggredisce con un pugnale, costringendo il sovrano a uccidere il provocatore per lavare nel sangue l’onta subita.

Al riguardo, Julius Evola sostiene che il confine tracciato da Romolo rappresenti l’ordine, e la legge che viene oltraggiata da Remo (punito con la morte) sia simbolo del tentativo romano di instaurare un’eroica tradizione spirituale sul Mediterraneo. Robert Graves osserva invece che l’uccisione di Remo può essere comparata alla leggenda di Tosseo, in quanto il sacrificio di un principe di sangue reale era un rituale assai diffuso nell’antichità.

Anche dopo la morte del fratello, Romolo non può dormire sonni tranquilli perché Roma diventa immediatamente obiettivo di conquista da parte della civiltà circostanti, cosa che genera una serie di guerre. Le battaglie vengono descritte con dovizia di particolari, mettendo in luce l’abilità degli autori e la loro conoscenza in fatto di tattiche militari:

Quando furono a meno di duecento passi dai nemici, Romolo diede il segnale di cambiare formazione, a cui gli uomini risposero compattandosi rapidi in uno schieramento a cuneo. Proprio in quel momento, Romolo scorse una grossa nube di polvere sollevarsi dietro le mura della città. Allo stesso tempo, la maggior parte dei nemici si mosse improvvisamente verso destra, in direzione del grosso dei romani, ignorando l’attacco delle sue decurie.

Così come non mancano momenti epici:

Qualunque sarà l’esito dello scontro, non dubitate mai della forza del vostro braccio e del coraggio del vostro cuore. Comportatevi con onore e fierezza, sempre.

Romolo. Il primo re di Franco Forte e Guido Anselmi è un romanzo dal respiro epico, che ci permette di tornare al tempo mitico della fondazione di Roma, in un’epoca in cui gli uomini erano mossi da un’indomabile fierezza e da ignee passioni, dove si consumavano truculente battaglie, dove la volontà degli dei era legge e dove è nato il popolo romano, dominatore incontrastato del mondo allora conosciuto.