A modo suo questo articolo è molti articoli, ma soprattutto è due articoli. Il primo, lo si legge come abitualmente si leggono gli articoli, e finisce con il paragrafo 14 ove tre evidentissimi asterischi equivalgono alla parola Fine. Il secondo, lo si legge cominciando dal paragrafo 1 e seguendo l’ordine indicato al termine del paragrafo stesso.

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Prestarsi al compito di riassumere in una manciata di righe il capolavoro di Julio Cortázar è un’impresa, oltre che impossibile, alquanto sconsigliabile. Non si può sintetizzare un’opera letteraria di questo calibro e pretendere di restare impuniti; farlo equivarrebbe a fraintenderla, fallarla ed equivocarla fino al punto da descrivere qualcosa che con Rayuela condivide appena il nome. Questo perché il capolavoro dello scrittore argentino naturalizzato francese, man mano che passano gli anni, mostra sempre di più di resistere alla prova del tempo e continua a stupire e ammaliare per la modernità della sua prosa. (3)

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Non per nulla il Salone Internazionale del Libro di Torino ha deciso di dedicare il tema della sua 32° edizione proprio al “Il gioco del mondo“, in omaggio a quel Rayuela cui si ritorna sempre a parlare malgrado non si riesca a farlo come converrebbe. È facile capire il perché di una simile scelta. Il gioco del mondo presuppone l’idea di un collegamento tra culture e Paesi distanti, un ponte teso tra emisferi particolarmente affini. Quest’anno il ponte suturava la lontananza tra l’Europa e i Paesi del Sudamerica, e l’ha fatto invitando vari esponenti della letteratura in lingua spagnola, cileni, colombiani e argentini soprattutto. (-8)

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Una delle ragioni del successo su scala mondiale ottenuto dal romanzo origina sicuramente tanto dai temi quanto dalla struttura anticonvenzionale che li caratterizza. Nato sotto forma di una serie di foglietti e appunti sparpagliati e scritti in epoche diverse nonché in ambienti diversi, Rayuela ubbidisce a una sola regola formale: non averne, o meglio, contare sull’unica forma possibile per un romanzo che aspiri a rinnovare il panorama della letteratura tutta. Una forma il più possibile “unpredictable” e malleabile a piacimento, composta da miriadi di elementi presi da esperienze, suggestioni, ricordi e impressioni disparate, alle quali Cortázar riesce a dare piena legittimità. In una lettera del 1959 a Jean Barnabé, lo scrittore latinoamericano riconosce che:

Ciò che sto scrivendo ora sarà (se mai lo finirò) qualcosa di più simile a un antiromanzo, il tentativo di rompere gli schemi su cui il genere è pietrificato. (-13)

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E proprio come in un gioco o in una poesia di Robert Frost siamo chiamati ad affrontare la lettura del romanzo attraverso due possibili percorsi. Il primo è il più lineare e immediato a riconoscersi; è sufficiente leggere Rayuela dalle prime righe dell’incipit fino alle ultime del capitolo conclusivo, il centotrentunesimo (Oppure al 56esimo, come suggerito da Cortázar stesso). Il secondo, invece, procede a balzi, a salti, a precipizi. Si parte da un punto e ci si teleporta repentinamente da un’altra parte. Lo spaziotempo si deforma, i confini geografici prendono a sfaldarsi e reimpastarsi a seconda dell’input evocato dal capitolo in questione. Volare, leggendo, non è mai stato tanto tattile e realizzabile; hai appena finito di goderti le ultime righe del terzo capitolo ed ecco che una nota, posta a piè di pagina, ti segnala il numero 84, e sta a te decidere se accettare il gioco e saltare a piè pari tutte le pagine che separano i due capitoli associati, oppure contenerti, limitandoti a leggere fino al capitolo 56, “alla pagina ove tre evidentissimi asterischi equivalgono alla parola Fine“. (-10)

Julio Cortázar

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I critici hanno parlato di romanzo sperimentale affine alle avanguardie europee, surrealismo in primis. Pensato dallo scrittore come un tentativo destinato a modificare l’atteggiamento del lettore che legge romanzi, Rayuela non si perita di incalzarlo, coinvolgerlo, sorprenderlo, provocarlo; ne fa un vero e proprio complice, spingendolo a compiere uno sforzo di immaginazione continuo, una disciplina allo sfondamento delle dimensioni narrative, così che possa sconfinare da un’altra parte, ovunque glielo consenta la sua sensibilità. Non è un caso che le due parti in cui è diviso il libro si chiamino, rispettivamente: “Dall’altra parte” e “Da questa parte”. (-12)

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Il protagonista del Gioco del Mondo è Horacio Oliveira, apprendista filosofo ed eterno errante teso alla ricerca di qualcosa che gli sfugge, un centro che non sa definire razionalmente. Cortázar definisce tale centro Il suo Kibbutz del desiderio, un magnete cui l’eroe tenta sempre di avvicinarsi per aderire poi a un progetto di vita che lo soddisfi. Inquieto e insoddisfatto dalla banalità dei rapporti che intrattiene con gli altri, così come dalla società in cui si trova a fantasticare, Horacio è anche divorato da un senso di solitudine assoluto, che gli preclude la possibilità di stabilire dei legami solidi e sinceri con i personaggi con i quali entra in contatto. (-7)

7

Totalmente agli antipodi è la splendida figura della Maga, centro nevralgico della vita affettiva di Oliveira. Madre di un bambino di nome Rocamadour, il suo rapporto con Horacio si sconta sotto il segno di una reciproca incomunicabilità facile da percepire. Tanto Horacio è imbevuto di metafisica quanto la Maga (il suo vero nome è Lucia) è fatua, vivace, distratta e allergica ai discorsi astratti. Non sono pochi i suoi tentativi di inserirsi all’interno dei dialoghi che Horacio intrattiene con il Club, circolo culturale privato gestito da lui e amici di pari leva intellettuale. Lucia, dal canto suo, incarna i tratti di una materialità arcaica e naturale, semplice, incolta, autentica e quasi primitiva. Sedotta dalla malìa dei discorsi metafisici del Club e di Oliveira, Lucia è perfettamente consapevole che un’intesa tra lei e loro è impossibile. Rivolgendosi al figlio Rocamadour avrà modo di dire che “Loro che capiscono tutto perfettamente non sanno capire te e me“. (-5)

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A voler essere pignoli, il tema della 32° edizione avrebbe tuttavia dovuto concentrarsi un po’ di più su quello che Rayuela non si è certo preoccupato di celare, e che noi possiamo carpire durante la lettura, ad esempio al capitolo 104, allorché si afferma: La vita, come un commentario di un’altra cosa che non afferriamo, e che è lì all’altezza del salto che non spicchiamo. (-10)

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La vita, così come il Grande Teatro per il geniale Carmelo Bene, è quanto non si comprende, quanto fa di tutto per differire i molteplici significati errati che noi di volta in volta e a seconda del contesto cercheremo sempre di attribuirle. La molteplicità pertiene anche ai cosiddetti fatti, come attesta lo stesso Cortázar in una lettera a Jean Barnabé datata 30 maggio 1960 e che merita menzione per il seguente passaggio: “… sono sempre più convinto del fatto che niente succede sempre allo stesso modo, ogni cosa è anche moltissime altre cose.” (-11)

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Forse solo nell’autenticità di un gioco infantile (e il gioco del mondo, conosciuto in Italia con il nome di campana, è di fatto un gioco da bambini) avremo la possibilità di scoprire e interpretare la realtà che tanto ci confonde e illude e tormenta vivendola di volta in volta con la stessa spontaneità con la quale i bambini non si fanno problemi a saltare da una casella all’altra dell’area marcata dai gessetti sul terreno, vero e proprio gioco del mondo per loro.

In un’intervista Cortazár afferma:

Credo però che la realtà quotidiana in cui viviamo non sia che il margine di una favolosa realtà che è possibile riconquistare, e che il romanzo – come la poesia, l’amore e l’azione – debba proporsi di penetrare tale realtà. Ora, il concetto fondamentale è questo: per rompere questo guscio fatto di abitudini e vita di tutti i giorni, gli strumenti letterari abituali non servono più. Pensi al linguaggio che dovette usare Rimbaud per farsi strada nella sua avventura spirituale. Pensi a certi versi delle Chimere di Nerval. Pensi ad alcuni capitoli dell’Ulisse. Come scrivere un romanzo quando prima occorrerebbe dis-scriversi, dis-impararsi, partire à neuf, da zero, da una condizione preadamitica, per così dire? (-14)

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Scrivere, quindi, come vivere, ammette come conditio sine qua non la necessità di fare tabula rasa di quanto si è appreso, un concetto che Cortázar adotta appunto nella stesura del suo romanzo più famoso, stringendo un vero e proprio patto di complicità con il lettore. Nato come scrittore di racconti, Cortázar definisce il romanzo come “un poliedro, un’enorme struttura” che “può svilupparsi all’infinito e che, a seconda delle esigenze della trama e della volontà dello scrittore, a un certo punto finisce, ma non ha un limite preciso“. (-6)

12

E d’altronde, in cosa differiscono tra loro le due parti di cui è composto Rayuela, se non nel modo creativo in cui chiedono di essere letti? In questo senso, Rayuela è tutto meno che un romanzo complesso, ben al di là degli sperimentalismi adottati dai cultori del Nouveau Roman di cui lo stesso Cortázar ha subito gli influssi durante il suo periodo di formazione parigina. Non ci sono enigmi da decifrare o strutture alla triangolo di Sierpinski, e siamo ben lontani dai labirinti di Borges così come dalla littérature potentielle dell’OuLiPo. (-14)

13

La grandezza di un oggetto di letteratura come Rayuela sta nella capacità del suo autore di mostrare al lettore che un romanzo, come la vita, può essere scomposto in molteplici possibilità di azione, alle quali seguiranno reazioni che implicheranno a loro volta ulteriori valutazioni sul da farsi, e così via in un vortice continuo di stimoli e spunti. (-9)

14

Attraverso un’attenta sperimentazione linguistica e il gioco visionario delle forme, Cortázar è riuscito a comunicarci che un’altra realtà esiste e soggiace al di sotto del canonico abc dell’esistenza, la morbosa daily-routine cui tutti siamo aggiogati spesso senza saperlo, perché l’abitudine resetta il nostro modo di pensare e percepire e lo rende inoperativo, fossilizzato. Invece Rayuela ci porge la mano e ci spinge a considerare che le cose non stanno affatto così, che a 1 non deve seguire per forza 2, che pure nella banalità del quotidiano può sorgere il bagliore di un’inedita rivelazione e la vita è sempre là dove ci dimentichiamo di osservare.

Sta in ognuno di noi trovare il percorso migliore per interpretarla e tentare di darle un ordine, possibilmente non lineare. (***)