Se esiste uno stereotipo trito e ritrito, logorato tanto dalla riproposizione pop che dal patetico desiderio di imitazione, è quello dello scrittore maledetto. Inutile – e impietoso – anche solo citare quante e quali vittime questo diabolico cliché si sia lasciato dietro le spalle: c’è chi dalle sudate carte desidera successo e fama, ed è disposto a tutto per ottenerli, e chi invece è pronto a rinunciarvi solo per poter impersonare l’ambita parte – invero difficile – di chi aveva, ma ha perduto.

Dal canto suo, Jim Myers Thompson (Anadarko, 1906 – Los Angeles, 1977), autore che forse è stato fra i pochi a poter rivendicare a giusto titolo il ruolo di protagonista in questa amara commedia sul fallimento, avrebbe ben volentieri fatto parte della prima schiera. Tanto più, il padre di capolavori pulp come L’assassino che è in me e Diavoli di donne, si sarebbe risparmiato il sarcastico e un po’ stucchevole riconoscimento post mortem.

Jim Myers Thompson

Autore in vita di almeno una trentina di romanzi di esasperata crudezza psicologica, Thompson è stato infatti riscoperto solo nel corso degli anni Ottanta, grazie all’opera meritoria delle edizioni Black Lizard, tanto da guadagnarsi l’ammirazione stupita di pesi massimi come Stephen King e Stanley Kubrick, i cui universi devono più di qualcosa a questo smagrito scrittore alcolizzato. Non male, forse, in termini di gloria. Ben magra ricompensa, tuttavia, per il vecchio Jim, il cui cervello balordo e minato dal whisky era ormai già stato travolto da una serie devastante di emorragie cerebrali, epilogo di una vecchiaia solitaria. Ma cosa avevano di tanto speciale i thriller firmati da questa carcassa dimenticata?

È facile, per alcuni, infilare di fretta Thompson nel gran calderone, per la verità assai generico, dell’hard boiled di marca statunitense; e se dovessimo guardare a certi ingredienti, non potremmo neanche dar loro così torto, visto il riproporsi, almeno in apparenza, di alcune tematiche care al genere di Chandler e Hammett: la rapina finita male, il delitto in apparenza perfetto che si smonta poi pezzo per pezzo… Ma le coordinate sui cui gioca Thompson sono diverse. Molto diverse.

Nei suoi romanzi, questo scrittore pezzente, andato fin troppo a lungo a braccetto con droga, alcolismo e conti da pagare, non inseriva affatto personaggi tutti d’un pezzo come il detective Philip Marlowe, capace di prendere pugni e proiettili per un amico, e neanche femmes fatales ispirate a qualche torbida epigona della Dalia Nera. I suoi eroi, se proprio dobbiamo definirli così, sono per lo più mentecatti in cerca di un riscatto impossibile (Dolly Dillon di Diavoli di donne è un venditore porta a porta, fallito e disonesto), criminali di mezza tacca (il rapinatore Doc McCoy, protagonista di In Fuga), se non direttamente psicolabili appena riparati dallo schermo fragile delle convenzioni (come il memorabile Lou Ford di L’assassino che è in me, la cui follia comincia appena dietro il distintivo di sceriffo che tiene appuntato sul petto). Forse giusto il cinismo di Mike Hammer, l’investigatore creato da Mickey Spillane in quegli stessi anni, è accostabile in parte ai caratteri messi in scena da Thompson.

In ogni caso, è anche negli scenari che l’opera thompsoniana prende le distanze dagli stereotipi; le sue ambientazioni non includono i rutilanti viali hollywoodiani della California, né ammiccano all’azione scontata della giungla d’asfalto newyorchese. A far da sfondo alle vicende vomitate dalla sua mente ribollente egli pone infatti l’America più profonda, quella desolata del MidWest anonimo, o quella rovente e cruda del Texas, ben lontana dalle fantasie perbeniste anni Cinquanta.

Mickey Spillane

Come gli riuscisse di dar voce così bene – tanto terribilmente bene – agli impulsi omicidi partoriti da deviati, papponi e prostitute, è stato probabilmente il suo segreto meglio nascosto, invidiato e ricercato da schiere di colleghi anche più blasonati. Anche nei veloci anni del successo, quando il cinema traeva dalle sue storie sceneggiature più o meno riuscite, sembrava che un tocco speciale lo guidasse nel descrivere con realismo impressionante i meandri della mente criminale, al limite dell’immedesimazione.

Di certo, va detto, Jimmy il Selvaggio aveva dalla sua una vasta conoscenza personale dell’argomento, maturata in un’infanzia e in una adolescenza che furono l’apprendistato alla sua vita di continue difficoltà intervallate da sporadiche vittorie.

È stato proprio in quegli anni infatti, al seguito del padre girovago e in cerca di occupazione (tra cui sceriffo…), che Thompson ebbe modo di incontrare e apprezzare lo spettacolo fornito dalla folta umanità che popolava i bassifondi della paludata società statunitense, dietro il cui paravento di buone maniere si agitava ogni tipo di reietto: impresari falliti, spacciatori, scommettitori all’ultimo spicciolo e donne dalla virtù fin troppo opinabile. E lui stesso fu fattorino, portiere d’albergo, commesso, gustando sulla sua pelle la crudezza di una realtà assai lontana dai fasti del Sogno Americano.

Un coacervo di figure, quello indicato poc’anzi, che ritroviamo – spesso con descrizioni quasi sociologiche dei suoi vizi e reso vivo dall’utilizzo della prima persona – protagonista nei romanzi del nostro, minimamente depurato del vuoto morale e intellettuale che porta con sé.

In questo senso, i grandi spazi deserti del Sud statunitense paiono riflettersi nel nulla interiore di poveri manichini di carne, che alla maniera nostrana si potrebbero definire brutti, sporchi e cattivi. E tuttavia, non vi è spazio per il pietismo, e neanche per la facile critica sociale, in lavori come Un uomo da nulla o Colpo di spugna.

Vi ritroviamo solo la nuda contraddittorietà degli impulsi, e la miseria irredimibile di una natura – quella umana – che tende al vizio senza un perché, dando così vita a intrecci nei quali, come per una maligna legge di Murphy, se qualcosa può andar storto lo farà. Quand’anche poi sorgesse nei protagonisti un barlume di consapevolezza, ebbene, sarebbe anche peggio, come testimoniano le parole amare di Lou Ford, tanto diabolico quanto sornione:

Noi, la gente. Tutti noi che abbiamo cominciato la partita con una stecca storta, che volevamo così tanto e abbiamo avuto così poco, che avevamo intenzioni tanto buone e abbiamo fatto tanto male.

Non si direbbe, pare suggerire Jim, ma a volte addirittura friggere sulla sedia elettrica è un’opzione preferibile, rispetto alla condanna di essere sé stessi.

Oggi, a distanza di decenni dalla pubblicazione dei successi postumi e non di Thompson, una simile impostazione conserva poco della sua potenza “rivoluzionaria”. I lettori di storie noir e d’azione si sono saziati di fin troppo sangue per restare sensibili all’orrore psicologico che trasuda dalle pagine di questo scrittore americano, e la manica di perdenti che si aggira per i suoi romanzi appare forse pateticamente innocua rispetto all’ennesimo serial killer o stragista di massa.

Nondimeno, l’ammaliante fascinazione del Male che emana dai suoi assassini dal sorriso smagliante e dalle scarpe impolverate rimane tutt’ora insuperata nella misura in cui è capace di mostrarci la vicinanza dell’abisso: l’occasione sbagliata è sempre dietro l’angolo, la tentazione del colpo facile e risolutivo quanto mai dolce, come l’ultimo sorso fatale per un ubriaco. E il famigerato uomo della strada, quello che si sente al riparo da un simile rischio, pare destinato a cascare in trappola come il classico pollo invitato al tavolo da poker.

Solo, ormai di fronte al bilancio di una vita in cui le ombre prevalevano nere sulle poche luci, viene da dire che forse anche il vecchio Jim si sarebbe infine lanciato volentieri in una folle corsa verso una rovina degna d’un romanzo. Proprio quello che i troppi aspiranti al titolo di scrittore maledetto, intenti nella loro posa, non hanno il fegato di fare.