È appena uscito per Fergen, il saggio di Luigi Iannone sul filosofo britannico Roger Scruton. Dopo il lavoro magistrale incentrato sulla figura del grande Giuseppe Prezzolini, Iannone ancora una volta si accinge a raccontare la storia e il pensiero di un conservatore, parola questa molto invisa alla cultura odierna. Il lavoro di Iannone, firma dissacrante de “il Giornale”, è veloce, agile, rapsodico, attraverso stralci molto netti e precisi offre una panoramica veloce e allo stesso tempo esaustiva del complesso pensiero del pensatore britannico.

Scruton è stato senz’altro uno dei più grandi filosofi degli ultimi anni, uno dei pochi che si è interrogato sul destino della modernità, tuttavia è poco noto nel bel paese e il suo “conservatorismo” l’ha reso inviso e poco amato alle sinistre, in modo particolare quella della madrepatria. Cerchiamo dunque di comprendere meglio la figura di questo caustico pensatore, raccontata brevemente proprio dallo stesso Iannone.

Luigi, cosa ti ha spinto a scrivere un saggio su Roger Scruton? Come pensatore ti rispecchia in qualche modo?

Non è la prima volta che mi occupo di lui. E lo faccio sia perché le sue tesi sono abbastanza nitide, e quindi capaci di suscitare un acceso dibattito pubblico, sia perché condivido tanta parte delle sue posizioni.

In un certo senso si può definire rivoluzionario il suo pensiero rispetto a quello che in questo momento storico è il politicamente corretto?

La parola rivoluzione riporta a processi politici e culturali che sono lontano dal modo di pensare di Scruton. Forse, il termine più appropriato potrebbe essere quello di ribellione. Infatti, mi piace molto una sua frase che, peraltro, ho usato come esergo del mio libro: «sono diventato un ribelle contro la ribellione», e che ben descrive il suo modo di intendere la battaglia culturale e politica.

Il terzo capitolo del tuo saggio s’intitola Il tema identitario. Ma che cos’è l’identità? Cosa significa per una nazione e che valore ha per Roger Scruton?

Il tema identitario è quello che, secondo me, unisce in maniera diretta e indiretta, tutte le sue pubblicazioni e gli scritti. Anche quando parla di bellezza o di musica, il sottotesto evidente è quello identitario che è fondamentale e necessario per qualunque comunità, piccola o grande. Tanto più se il riferimento è ad un modello ampio e complesso come quello nazionale.

Qual è la sua idea di Europa? È in sintonia con l’odierna società multiculturale, globalizzata e in preda ad un’immigrazione dilagante?

Al contrario. Proprio perché è un difensore dell’identità e schierato esplicitamente contro ogni ipotesi multiculturale. E soprattutto è abbastanza critico contro l’apertura indiscriminata fatta dall’Unione Europea verso i flussi migratori proveniente da ogni parte del mondo. L’idea del limite, del confine, e quindi dello Stato-nazione con una sovranità autonoma, percorre tutta la sua opera.

Secondo te come si sarebbe espresso Roger Scruton sull’uscita della Gran Bretagna dall’Euro.

Si è espresso e lo ho ha fatto a favore della Brexit. In questi ultimi tempi sta criticando la classe dirigente inglese per certa approssimazione nel portare avanti fino alle estreme conseguenze questa scelta senza una solida strategia preventiva. Tuttavia, da tempo si era dichiarato favorevole all’uscita.

Roger Scruton

Qual è l’idea che Scruton ha della religione?

Per capire il suo orientamento sui temi del trascendente, della fede e della religione, e quindi della necessità per l’umano di un approccio spirituale alla vita, andrebbero paradossalmente riletti i suoi libri sull’arte. Lì, in qui volumi, indirettamente spiega come il nostro debba essere un continuo e costante avvicinamento a Dio. E la forma più evidente di questo approccio è il nostro bisogno di ricercare la bellezza e non ripudiarla.

Che cosa pensa dell’Islam e del suo rapporto con un’Europa ormai morente, cristianamente parlando?

Ha posizioni molto critiche rispetto al fatto che in molte di quelle civiltà, la legge coranica sovrasti tutto e quindi precluda ogni forma di democrazia e partecipazione pubblica. Ed ecco perché ha, al contempo, posizioni molto critiche verso coloro i quali predicano l’apertura indiscriminata delle frontiere, in modo da favorire questo apparente multiculturalismo.

Il pensiero del filosofo britannico si pone sulla stessa lunghezza d’onda di scrittori che hai trattato in precedenza?

In parte sì, ma Scruton porta con sé il carico di una cultura anglosassone molto diversa dalla nostra, mentre, io, in passato, mi sono occupato molto dei pensatori tedeschi e italiani. In linea di massima, se proprio si vuole semplificare, fanno quasi tutti parte di un filone culturale più o meno aderente ad un modello conservatore. Ma la cultura anglosassone è molto diversa.

Qualche anno fa hai pubblicato un lavoro su Giuseppe Prezzolini, non pensi che ci sia una sorta di analogia tra l’intellettuale italiano e il filosofo britannico? Per esempio entrambi sono stati uomini dinamici culturalmente ed entrambi conservatori.

Infatti, si muovono nello stesso ambito. Ma hanno vissuto tempi diversi e questo elemento incide e ha inciso sulle loro scelte e sui loro posizionamenti. Prezzolini ha attraversato tutto il Novecento e quindi ha incrociato l’Italia liberale d’inizio secolo, il futurismo, il fascismo e poi la Repubblica. Scruton è un contemporaneo che deve, per forza di cose, occuparsi anche di processi di globalizzazione, di estetica moderna, di Europa, di crisi delle sovranità nazionali, di striscianti processi nichilistici che portano i popoli europei alla perdita o al declino delle identità particolari. Il quadro di fondo è identico ma i sentieri che calpestano sono spesso differenti.

Qual è l’eredità del pensatore britannico?

L’eredità di un pensatore si valuta dalla circolazione delle sue idee nello spazio e nel tempo. Per ora, stando a quanto scrivono i giornali occidentali, siamo di fronte ad un peso massimo della cultura conservatrice.

Dei numerosi autori sui quali ha scritto qual è il suo preferito e perché?

Beh, l’ho detto già altre volte, e credo che nonostante tutto, Ernst Jünger sia il modello insuperabile. Qui, però, c’entra poco la sua produzione intellettuale che è stata straripante e incomparabile, ma la sua vita avventurosa e fuori dall’ordinario. Una vita che senz’alcun dubbio avrei voluto vivere.