Augusto Del Noce è forse il più grande profeta inascoltato del nostro tempo, uno degli autori più importanti eppure più ignorati della nostra tradizione e del nostro paese. Non pensiamo di esagerare a dire così, dopo aver letto un bellissimo libro delnociano, Rivoluzione Risorgimento Tradizione, edito da Giuffrè, che raccoglie gli articoli che Del Noce scrisse sul giornale “L’Europa” dal 1968 al 1979. Fa impressione vedere con quale lucidità e preveggenza Del Noce seppe vedere il nostro presente, rintracciandone i prodromi quando ancora nessuno li scorgeva, e condannandosi perciò, come scotto della sua clamorosa lungimiranza, a restare isolato e con pochissimi interlocutori. Quelle che all’epoca a molti dovevano apparire letture e previsioni eccessive, forzate o allarmistiche a noi che lo leggiamo oggi risultano veramente come moniti inascoltati, come profezie che non seppero essere raccolte quasi da nessuno.

Il pensiero di Del Noce è magmatico ed estremamente olistico, parte dalla filosofia della storia e dalla politica ma poi abbraccia tutta la realtà, ma sempre con una coerenza ed una compattezza fulgida, che si vede dalla linea di continuità che lega tutte le riflessioni che Del Noce svolge nel corso di quei dieci anni decisivi, dalla contestazione alla distensione. La forma prediletta da Del Noce è la divagazione, ma anche quando sembra allontanarsi dal punto, in realtà è solo per tornare al fuoco con rinnovato vigore, con ancora maggiore efficacia. La filosofia di Del Noce che emerge da questi articoli è unitaria e svela il paradosso di un pensatore che, cattolico e scrupolosamente osservante dell’ortodossia della Chiesa, non scrisse però mai molto di teologia o dei fondamenti della Fede, ma invece volle calarsi, da credente, nella storia e nella prassi politica, confrontandosi frontalmente con una modernità che aveva scacciato Dio e si era fondata su un presupposto recisamente ateo.

Per Del Noce infatti la vera cifra della modernità, la vera novità che entra nella storia con la rivoluzione francese, è la scelta, arbitraria e irrazionale, di negare a priori la possibilità di Dio, di un mondo ulteriore, di una salvezza fuori dal mondo e dalla storia. Del Noce mostra benissimo che questa frattura, che la storiografia ufficiale presenta come un passaggio inesorabile dell’umanità dall’infanzia, o peggio dalla minorità, alla maturità, in realtà non ebbe niente di necessario o fatale, ma fu una svolta culturale che incamerò delle istanze che covavano minoritarie da secoli, nei movimenti ereticali e nella Riforma Protestante, che con la rivoluzione vinsero una battaglia epocale.

Augusto Del Noce

Il pensiero medioevale e la sintesi tomistica avevano mostrato come non esistesse una contrapposizione tra ragione e fede, e che anzi la prima fosse propedeutica alla seconda; avevano proposto un cammino spirituale in cui la vita e la verità, la conoscenza e la salvezza erano nella stessa direzione. Viceversa, il presupposto tragico su cui si fonda la modernità, che si vede già chiaramente in Lutero, è la fittizia ed arbitraria contrapposizione tra verità e conoscenza da una parte e vita e felicità dall’altra. O si sceglie di essere felici, mantenendosi ignoranti ed illusi; o si sceglie di conoscere, ma la conoscenza porta necessariamente al disincanto. Questo è il vero portato spirituale della modernità: è una convinzione falsa, ma è la convinzione del nostro tempo.

Dio è morto, scrisse Nietzsche – ma scrisse anche: noi l’abbiamo ucciso. Se il Dio di cui parliamo qui non è ancora il Dio della Rivelazione, ma è il Dio razionale a cui credeva anche Aristotele e su cui Tommaso innestò la teologia cristiana, allora bisogna concedere che, se ci atteniamo ad un ragionamento razionale, questo Dio non è meno credibile oggi di quanto non lo fosse duemila anni fa o nel Medioevo. Nessuna scoperta della scienza moderna ha inficiato in modo decisivo l’idea classica del cosmo ordinato, di Dio creatore e dell’uomo come creatura proveniente dall’Essere e che vede nell’Essere la sua destinazione. Il fatto di non crederci più non si fonda su un’evidenza inconfutabile ma su una deliberata scelta; la non esistenza di Dio non è la verità della modernità, è l’ideologia della modernità.

Lutero e la Dieta di Worms – Anton von Werner (1877)

In questo senso, Del Noce, da grande filosofo della politica, fornisce significati profondi a parole che noi abbiamo banalizzato, trasformandole in categorie attraverso cui leggere il nostro presente. Per lui l’idea classica e poi ereditata dal cristianesimo, su cui a suo giudizio si fonda la civiltà europea, è quella che lui chiama l’idea platonica dell’uomo, ovvero appunto la convinzione che l’uomo non si esaurisca nella storia, nel mondo e nel secolo, ma che abbia una destinazione ulteriore ed eterna, che non deve svilire, ma all’opposto dare forza e direzione alla sua vita su questa terra. Ma l’idea di rivoluzione per Del Noce attenta in modo drastico a questa concezione. Il presupposto dell’idea di rivoluzione è la negazione arbitraria di una destinazione eterna dell’uomo, di una sua salvezza fuori dalla storia. Scrive Del Noce:

Insomma, il pensiero rivoluzionario totale comporta una vera e propria Summa Atheologica.

Per Del Noce, l’idea platonica dell’uomo comportava la fedeltà a determinati valori, che non erano storici od arbitrari, ma oggettivi ed eterni – se la vita dell’uomo era il suo ritorno a Dio, i comportamenti che consentivano questo ritorno erano valori eternamente validi, per ogni uomo in ogni tempo ed in ogni luogo del mondo.

La trasmissione di questi valori oggettivi ed eterni per Del Noce è la tradizione, e la famiglia è il luogo privilegiato dove naturalmente questa trasmissione deve avvenire. Ma se il presupposto della rivoluzione che ci ha portato nella modernità è l’ateismo, ovvero la negazione di ogni valore assoluto, dobbiamo consentire che ogni valore “nuovo” portato dalla rivoluzione sarà per forza un valore “creato”, interamente umano, arbitrario, storico, contingente; quindi pronto per essere scalzato dalla successiva rivoluzione.

È il paradosso dell’hegelismo: trasferendo l’assoluto nella storia, si fa dipendere l’assoluto dal contingente. La rivoluzione quindi per Del Noce ha due scelte: la prima è diventare una “rivoluzione tradita”, ovvero appunto dissolvere i valori antichi per proporne di nuovi, istituzionalizzarsi, trovare dei propri dogmi e dei propri ideali, che saranno però precari perché appunto non dipendono da un rapporto con l’eterno, ma solo dalla storia e quindi storicamente potrebbero essere in ogni momento legittimamente modificati; la seconda è trasformarsi da rivoluzione a dissoluzione, ovvero demolire tutti i valori oggettivi senza però pretese di erigerne di nuovi: semplicemente, ciascuno, senza più destinazione che lo trascenda, potrà fare tutto quello che vuole.

Per Del Noce una rivoluzione tradita è quella russa; mentre una rivoluzione che sfocia in dissoluzione è quella che stava avvenendo, di cui lui era proprio in quegli anni testimone, nell’Occidente della contestazione. L’idea della rivoluzione marxiana-che in fondo era una forma secolarizzata della promessa di salvezza delle religioni monoteistiche, con idee simili di valori assoluti e di una destinazione dell’umanità-lasciava il posto proprio in quegli anni, grazie anche all’ingenuità e alle colpe dei contestatori, alla rivoluzione sessuale, ovvero la forma più compiuta di rivoluzione dissolutiva: non esiste più un telos, non esistono più valori oggettivi, quindi passa in disuso anche il concetto di tradizione (che cosa trasmettere se non ci sono più valori?) e quello di famiglia, che senza una trasmissione da consegnare smarrisce la sua funzione sociale ma soprattutto il suo significato spirituale, di cerniera palpitante che unisce il quotidiano e l’eterno. Restano solo uomini che devono appagare tutti i loro istinti. Marx viene scalzato da Freud, se non proprio da Reich. Se la scienza sopravvive non è per il suo valore epistemologico – nessuno pensa, come si illudeva Comte, che la scienza debba modellare valori e finalità della vita – ma perché, rispetto alla teologia e alla filosofia, ha una spendibilità operativa che consente a tutti di perseguire il proprio piacere con maggiore efficacia. Alla scienza sopravvive lo scientismo: quello che interessa non è la scienza, che attiene alla verità; ma la tecnica, che attiene al potere.

Questa filosofia della storia di Del Noce investe tanto le categorie della politica che quelle della geopolitica. Nella politica la contrapposizione non è più tra ortodosso o eretico, com’era nel Medioevo; o tra destra e sinistra, com’era stato dal Settecento. La contrapposizione è tra reazionario e progressista. Progressista è chiunque cavalchi il processo dissolutivo dell’Occidente, anche nelle sue degenerazioni più evidenti e grottesche; reazionario è chiunque si opponga al processo dissolutivo e tenti di arginarlo. In questa particolare dialettica, vengono anche stravolti i concetti storici di “fascismo” e “nazismo”. Per i politologi contemporanei, che fanno loro una filosofia della storia grossolanamente illuminista, fascismo e il nazismo sono due parentesi di Medioevo nella modernità, due sacche accidentali di oscurantismo in un’epoca di luce. Per Del Noce invece, in modo molto più sensato, fascismo e nazismo sono, come il comunismo, eresie della rivoluzione francese e delle sue premesse atee – non sono parentesi antimoderne, sono figli legittimi, anche se disconosciuti, della modernità illuminista.

E d’altra parte se pensiamo a certi esperimenti sociali di alcune realtà che ci vengono presentate come “civili” ci viene da pensare che alcune delle idee più aberranti del nazismo siano sopravvissute anche oggi, solo in forme meno brutali ma più ipocrite, meno spettacolari ma più viscide. Al contrario, nella dialettica tra progressisti e reazionari, dice Del Noce, chiunque tenti di riaffermare l’attualità di quella che lui chiama l’idea platonica di uomo, ovvero dell’importanza di riferirsi a valori eterni-come per esempio la famiglia-viene squalificato senza argomentazioni proprio in quanto “fascista”. Il fascismo è svuotato dal suo carattere di categoria politica e dal suo stesso significato legato ad un’esperienza storica definita e limitata nel tempo e si trasforma in formula magica e diffamatoria; in una rapida scorciatoia per screditare chiunque sia contrario a qualsiasi aspetto della dissoluzione.

È curioso notare, ed è già stato fatto parlando di Del Noce, che alla sua posizione rispetto alla società opulenta, alla critica al ’68 e all’antifascismo come paravento per non criticare il consumismo si avvicinò in modo sorprendente Pasolini nei suoi ultimi anni; proprio lo stesso Pasolini che a metà degli anni sessanta Del Noce annoverava, non senza qualche ragione, insieme a Moravia e Calvino come uno degli acceleratori della dissoluzione in Italia.

È sempre scorretto pretendere di sapere quello che sarebbe successo di un autore se fosse vissuto più a lungo, ma siamo sicuri che gli stessi che oggi venerano Pasolini come un santo non l’avrebbero linciato o quantomeno incluso nel novero dei fascisti se avesse continuato a difendere l’Italia contadina e verace contro l’omologazione consumista dell’Occidente?

La filosofia di Del Noce ha anche un preciso corollario geopolitico. Infatti, per lui la sfida geopolitica dell’avvenire si giocava su due direttrici fondamentali, che si contrappongono in modo frontale. Da una parte c’era la via che porta da Oriente all’Europa, le cui civiltà sono le custodi di quell’idea platonica, di quella concezione dell’uomo come essere finito destinato a tornare all’eterno, che gli era tanto cara; dall’altra c’era la via che porta dall’Occidente all’Oriente, ovvero la via che stava percorrendo la rivoluzione dissolutiva che, dopo gli Stati Uniti e l’Europa, minacciava di corrompere anche la Russia e il mondo intero. La stessa nozione di Occidente per lui è una costruzione storica arbitraria e fittizia, utile solo a sussumere l’Europa sotto la cappa della parte peggiore e più dissolutiva della cultura statunitense e il cui senso era racchiuso nel suo stesso etimo, “terra del tramonto”. L’Europa allora da custode della civiltà mondiale potrebbe rovesciarsi nel luogo della sua dissoluzione. Scrive Del Noce:

All’Europa-Idea sembra cioè sostituendosi la veduta dell’Europa-Mercato, e il discorso sulle convenienze di questo mercato comune. Dio non voglia che in un’unificazione europea concepita secondo questo modello non tocchi all’Italia intera la sorte che toccò, economicamente, al Mezzogiorno con l’unità italiana.

Queste parole di Del Noce sono del 1973… L’accostamento tra unificazione europea ed unificazione italiana non è casuale. In quegli anni l’obiettivo di “Europa”, il giornale per cui scriveva Del Noce era quello di prospettare un Risorgimento europeo, un’unificazione di civiltà prima che delle economie nazionali, proprio all’opposto di come poi andò. Ma per Del Noce prima di proporre un risorgimento all’Europa bisognava anzitutto ripensare quello italiano. Del Noce infatti, pur da cattolico, non si schierò mai su posizioni antirisorgimentali, anche senza negare le colpe ed i limiti del risorgimento. Per lui infatti con il Risorgimento l’Italia aveva creato una nuova categoria politica per leggere la modernità, alternativa tanto alla rivoluzione quanto alla reazione. Infatti, se come abbiamo detto per Del Noce la rivoluzione era la pretesa di trasferire la salvezza nella Storia, trasformando da assoluti a contingenti tutti i valori; il Risorgimento era un ammodernamento che però attingeva dai valori eterni, non li discuteva; era un rinnovamento degli ideali antichi, un adeguamento alle mutate condizioni ma che restava ancorato ad alcuni valori immutabili, che non erano soggetti al divenire storico e che anzi dovevano continuare ad essere trasmessi di padre in figlio. Se il tempo della rivoluzione è il futuro e quello della reazione il passato, quello del Risorgimento è l’eterno. Per Del Noce la vocazione della filosofia politica del nostro tempo era proprio quella di compiere il Risorgimento, assumerlo come mito nazionale condiviso e come categoria politica universale che salvasse dalla dissoluzione.

Del Noce in vita scontò una solitudine amara che gli precluse i grandi canali dell’editoria e dell’università. Il suo percorso intellettuale originale ed eccentrico lo portò a lambire tante famiglie della cultura italiana, ma con nessuna di loro poté identificarsi pienamente. La sua idea che la rivoluzione portasse necessariamente alla dissoluzione lo rendeva inviso ai comunisti, con i quali pure si incontrava nella critica alla società opulenta; la sua vocazione neoguelfa lo avvicinava alla Dc che però accusò presto di essere veicolo della scristianizzazione e dissoluzione d’Italia; il suo approccio neoplatonico ed agostiniano lo rendeva irricevibile per i fautori della restaurazione tomista dell’Università Cattolica, con i quali pure condivideva un cattolicesimo integrale e non modernista; infine, il suo amore per Croce lo avvicinava ai liberali, ai quali però ricordava che la parte migliore del pensiero liberale (lo stesso Croce ma anche Einaudi) aveva sostenuto che senza un riferimento ai valori eterni e a Dio il liberalismo scade in libertarismo, in un relativismo dissolvente e subdolamente totalitario.

Forse Del Noce è un pensatore in cui nessuno può pienamente identificarsi: l’originalità del suo pensiero lo rende unico e gli impedisce di essere il fondatore di qualsiasi scuola o corrente di pensiero. Ma forse proprio la sua capacità di tenere insieme cose così diverse le une dalle altre è ciò che più ci serve di lui in questo presente: nessuno può identificarsi del tutto in lui, ma sotto il suo nome ed il suo pensiero si possono riconoscere tutti, dai riformisti che aspirano alla giustizia sociale ai liberali non livorosi contro la Fede, dai cattolici ai fautori di un incontro religioso con l’Oriente, dai sostenitori di un nuovo protagonismo degli Stati-Nazione a quelli di un’Europa intesa come civiltà e non come mercato, dai risorgimentali monarchici a quelli repubblicani; ma perfino i meridionalisti e i cattolici critici del Risorgimento, visto che il proposito di Del Noce era appunto compiere il processo risorgimentale, rimarginando le sue ferite e risolvendo la sue questioni.

Sullo sfondo di tutto questo, sta la grande contrapposizione del nostro presente, che Del Noce vide tra i primi e formulò con una lucidità implacabile: da una parte i difensori dei valori eterni, valori che devono ispirare ogni mutamento sociale, si fondano sulla realtà del mondo e hanno la loro formulazione universale nel pensiero aristotelico che infatti è la base condivisa da cattolici e ortodossi, ebrei e mussulmani, ma anche dalla parte più ragionevole del pensiero laico e liberale; dall’altra i fautori della dissoluzione, di una società che in nome del pansessualismo, del relativismo culturale e dello scientismo vuole abolire la realtà e gettare a mare la tradizione classica, orientale e cristiana. Un movimento che contenesse tante anime, eterogeneo e plurale, ma che si riconoscesse nella prima fazione e che facesse proprio il compito storico di compiere il risorgimento italiano per dare inizio a quello europeo, troverebbe in Del Noce un filosofo capace di mettere d’accordo tutti, di dare un volto unitario alle proprie istanze ed ai propri scopi. Chissà che il destino di Del Noce, che in vita fu davvero il filosofo di nessuno, non sia proprio quello di diventare, postumo, il filosofo di tutti.