«L’egoicità evolverà nel terzo millennio a un occultismo di massa, che non potrà fare a meno d’esibirsi: Aleister Crowley sarà riconosciuto e celebrato allora come un grande pioniere videomusicalinformatico». Così vent’anni fa la vedeva Geminello Alvi, chiudendo quel capolavoro d’anima e d’economia intitolato Il secolo americano.

Da allora non mancano anzi aumentano conferme di una tendenza, conferme della profezia del mago Aleister Crowley sulla nuova epoca nella storia dell’umanità: l’eone del Figlio che detronizza il Padre con conseguenti manifestazioni spirituali, politiche e sociali abbastanza traumatiche. L’affievolirsi del patriarcato, il crollo delle gerarchie, la fine della narrazione unica, l’individualismo che violento s’afferma e gli istinti che pretendono diritti sarebbero segni dei tempi già sufficienti, ma come aggiunge Alvi si consolida anche un occultismo di massa, dalle mielosaggini di certa new age alla Chiesa di Satana, passando per buddhismi che spesso danneggiano noi nervosi occidentali. Il tutto sempre più mediato dalla Rete, dai social, da un narcisismo di fondo, appunto egoico, sempre in cerca, come Crowley, di pubblicità.

Aleister Crowley

Se il mondo moderno è crowleyano e dai pulpiti parlano autorevoli star di rock e porno, i tempi son decisamente apocalittici, dice qualcuno. Lo stesso mago e profeta così diceva di sé: era lui la Grande Bestia dell’Apocalisse di Giovanni, lui era l’uomo del 666. Il Satanista per antonomasia, per definizione, dunque, anche se sociologi e storici delle religioni fanno fatica a ridurre negli schemi del satanismo il culto crowleyano più consono alla tradizione gnostica. Uno che se ne intendeva, Julius Evola, liquidava la pretesa di Crowley di esser l’Anticristo come estremismo romantico, la sfida al secolo per far inorridire e allontanare la morale puritana.

Ma Evola trovava in Crowley una forma occidentalizzata del famigerato Tantra della mano sinistra, ovvero lo yoga che si permette magia, sesso, droghe e dionisismi vari per incontrare o diventare Dio. Via pericolosa, ovviamente, corrosiva, la più adatta, però, la più efficace nei decadenti tempi ultimi del Kali Yuga, lunga apocalisse indù, Età del Ferro che viene con disastri ed anarchia a chiudere il ciclo.

Aleister Crowley

Forse Crowley non era la Grande Bestia, rimane comunque un non trascurabile segno dei tempi. Come minimo in quanto icona pop, forse l’icona pop pioniera che aprì la strada a suoi ammiratori come David Bowie. A più di 70 anni dalla sua morte, anche il mercato librario italiano comincia a sfruttare a dovere la vastissima opera del mago pop, con benemerite traduzioni ed edizioni. Due pubblicazioni recentissime offrono due differenti aspetti di Crowley, due dei tanti, dovremmo dire: lo studioso di mistica orientale, sebbene adattata a palati occidentali, e lo scrittore horror che respirò la stessa atmosfera di Bram Stoker e di Arthur Machen.

Il Crowley orientalista è nella sua versione dell’I Ching, il Libro dei Mutamenti taoista, disponibile grazie alla Tre Editori, con presentazione di Stephen Skinner, traduzione di Giorgio Ritter e interessanti appendici. Gli esagrammi dell’I Ching furono anni dopo indagati da Carl Gustav Jung in relazione alla teoria della “sincronicità”, divennero espediente letterario nel capolavoro distopico di Philip K. Dick conosciuto da noi come La svastica sul sole.

Grazie all’oracolo che parla attraverso le monetine che producono esagrammi Crowley scoprì che doveva fondare la sua Abbazia a Cefalù, da dove fu poi scacciato per volere di Mussolini. Nel 1918, dopo aver scoperto di essere anche la reincarnazione di un allievo di Lao Tze, decise di comporre appunto la sua versione dei versi che accompagnano gli esagrammi dell’I Ching. Il lettore può legittimamente evitare di lanciare monete da un euro in aria per interrogare le tendenze yin e yang della sua vita e godersi solo i bellissimi poemetti nella lingua di Shakespeare, con testo originale accanto, che il Mago derivò dall’antica sapienza cinese.

Il Crowley narratore gotico lo troviamo invece nel breve ma intensissimo Il testamento di Magdalen Blair (ABEditore, traduzione e curatela di Luca Moccafighe, lussuosa la veste grafica). È un racconto del 1913 che ricorre all’espediente tipico della letteratura vittoriana della vicenda tragica affidata a un diario (e chiusa di prassi con la testimonianza di un medico che tenta con difficoltà di tirar le somme).

Voce narrante è quella di un giovane studiosa di chimica dotata del poco rassicurante dono di leggere nel pensiero altrui. Sposatasi con il suo più maturo professore, si vede costretta poi ad accudirlo nel corso di una degenerativa malattia mortale. La giovane sposa scivola così nel subconscio del marito agonizzante, nell’interzona fra vita e morte che si rivela un gorgo putrescente e pullulante di larve nutrite con peccati, imperfezioni, brutti pensieri della vita incarnata. Magistrale è la descrizione di questa discesa agli inferi, di incubi pulsanti.

Leggendo

Immaginate la Madonna imprigionata nel corpo di una prostituta obbligata alla consapevolezza della propria condizione,

si nota forse qualcosa di autobiografico. O così parrebbe agli studiosi di Crowley che tirano in ballo l’autosacrificio, un’assunzione consapevole e plateale del male, un suo bestializzarsi a fin di bene. Forse il riflesso della Gloria in una cloaca che profetizzò Léon Bloy.