Cosa vuol dire addentrarsi nelle sfumature dell’oscurità esistenziale, ce lo dice il poeta Georg TraklDal crepuscolo alla notte fonda, il buio è stata la dimora di questo giovane disperato per tutta la sua breve esistenza.

Vissuto serenamente negli anni dell’infanzia, il tormento di chi si sente vinto dalla vita comincerà a lambirlo quando, già da giovanissimo, si legherà alla sorellina Grete in un rapporto incestuoso che segnerà irrimediabilmente anche lei, tra sensi di colpa e invincibile attrazione. Di avvenimenti esteriori rilevanti, non ce ne sono molti: con difficoltà riuscirà a diplomarsi e, successivamente, a laurearsi in farmacia. Non è lo scorrere quieto di una quotidianità ordinaria ad attenderlo nel vigore giovanile; l’inferno della prima guerra mondiale lo reclama nelle fila dell’esercito austriaco a Grodek (in Galizia), che diventerà presto il teatro del suo orrore personale trasfigurato, poi, in una delle ultime liriche più intense. 

Non è soltanto la disperazione di una guerra che con sinistra generosità macina vittime, ché quando si muore al fronte e il clamore della lotta si placa, non resta che silenzio e, forse, un pò’ di pietà.

È il  canto di un’invincibile nostalgia che si leva altissimo dalle macerie dell’Impero Asburgico e dall’animo di un tormentato. L’esperienza più drammatica gli toccherà vivere in quella città, quando in una feroce solitudine e senza potersi servire di farmaci, dovrà assistere una novantina di commilitoni feriti gravemente. Misurarsi con lo strazio dei feriti e con il limite indefettibile della propria impotenza, avrà ripercussioni drammatiche sul profondo turbamento del giovane Georg. Il sonno di una ragione concentrata solo su se stessa e che produce l’incubo di una Storia senza misericordia; misurarsi con lo strazio dei feriti arrendendosi all’evidenza del proprio limite: tutto questo è Grodek. Ed è infatti in questo frangente che cercherà di togliersi la vita una prima volta, salvo poi essere salvato in extremis dall’intervento di alcuni soldati.

I boschi d’autunno rombano a sera

d’armi mortali, e le auree pianure e i laghi celesti, sui quali rotola il sole

più lugubre; abbraccia la notte i guerrieri

moribondi, il lamento selvaggio

delle loro labbra straziate.

Quieto s’agglomera nel saliceto –

nube scarlatta, dimora d’un Dio corrucciato…

il sangue versato, frescura lunare;

Tutte le strade convergono in nero marciume.

Sotto le rame doro del bosco silente,

sotto le stelle, l’ombra della sorella barcolla

a salutare le anime eroiche,

le teste lorde di sangue;

e nel canneto sommessi

suonanoi flauti autunnali.

Oh lutto orgoglioso! Altari di bronzo,

un immenso dolore nutre, quest’oggi, 

la fiamma cocente dell’anima,

i non nati nipoti.

Non si riprenderà più. Georg è adesso un sopravvissuto moribondo; dipendente dalla cocaina e da un amore incestuoso fra due anime fragilissime, la realtà non è per lui terreno fertile di speranza.

[…] Come appare malato tutto ciò che è in divenire!

Un alito di febbre s’aggira attorno a un borgo;

ma dai rami invoca uno spirito soave 

l’animo ad aprirsi vasto e timoroso.

Georg Trakl

Sullo scoglio di una notte perpetua si è infranto per sempre il sogno della fratellanza umana; un’angoscia che sfata la mitopoietica occidentale del progresso amico dell’uomo.

Le immagini di infiniti autunni o di notti stellate, i suoni delle urla di dolore o di musiche allegre che già sfumano in lontananza, i volti non definiti che la poesia di Trakl ci dona, tessono la tela di una perfezione estetica dolorosissima, ferita mortalmente da una solitudine ontologica che non conosce altro che abisso. Dirà di lui l’amico Karl Kraus, uno dei pochi che ha saputo capire il genio poetico, pur restandogli un mistero inintellegibile la sua disperazione: mi è stato sempre incomprensibile come potesse vivere. La sua follia lottava con eventi divini.

[…] L’affamato viene illuso di guarire

da una fragranza di pane e di spezie forti.

In un mondo in dissoluzione, non c’è cittadinanza per i fragili come Trakl; del pane che può sfamare un affamato come lui, c’è solo il profumo. Morirà nell’ospedale psichiatrico di Cracovia per un’overdose di cocaina, il 3 novembre 1914, a ventisette anni.

Non prendo partito, non sono un rivoluzionario. Sono il dipartito, nella mia epoca non ho altra scelta se non il dolore – scrive all’amico Johannes Klein- Io anticipo le catastrofi perché le vive in prima persona, prima che investano il mondo che lo circonda.

È meglio rifuggire dalla stolida tentazione di ridurre Georg Trakl a cantore di una tradizione che non c’è più; qui c’è in ballo qualcosa di molto di più della diatriba tra antico e nuovo, tra tradizione e progresso. La notte che ha fagocitato la vita di questo giovane austriaco, è quella di un’umanità che ha scelto di celebrare se stessa nel modo peggiore, inseguendo l’illusione di costruirsi un mondo perfetto che tagliasse fuori, facendo finta che non esistesse, la fragilità. Per poi annichilirsi di fronte alla disfatta e con la nostalgia di un perdono che non sa più dove cercare.