Dopo aver trascorso più di venticinque anni negli Stati Uniti, Giuseppe Prezzolini, l’esule infelice, fa ritorno in Italia. Prende il largo dalla caotica town americana, verso la tranquillità solitaria del meridione italiano: Vietri sul Mare. È il primo paesino della costiera amalfitana: un piccolo borgo marittimo che si estende a ridosso della costa. Percorrendo la strada sinuosa, che conduce alla parte bassa di Vietri, e che costeggia il mare lungo un pendio roccioso, si riesce a intravedere in lontananza un’imponente torre arroccata sulla scogliera che cinge la spiaggia, chiamata la Crestarella. Con molta probabilità, da quelle finestre ampie verso cui le onde si infrangono, lo si poteva intravedere, Prezzolini: una figura anziana, avvolta nell’ombra, la testa reclina sulla scrivania, e il corpo sprofondato in una poltrona, intento a scrivere.

La Crestarella, Marina di Vietri sul Mare

La Crestarella, Marina di Vietri sul Mare

Fa quasi un certo stupore pensare che le pagine più incisive e rivoluzionarie della cultura italiana siano state scritte da quell’uomo: senza diploma, senza titoli, senza onori. Erano altri tempi, si potrebbe obiettare, tempi in cui bastavano poche parole per infervorare gli animi, per creare miti, per smuovere le coscienze, per infondere coraggio, è vero, tuttavia, questa semplice constatazione ci permette di far chiarezza fin da subito sul carattere effettuale di tale personaggio. Egli sconvolge, non tanto per i sui meriti accademici, ma proprio per questo moto di spirito che animò la sua esistenza, un fervore e una virulenza che attraverso la scrittura manifestano l’urgenza partecipativa agli eventi della storia. Un’urgenza sentita, viva e sopra ogni cosa, autentica. La sua è una testimonianza concreta, che si scontra con le aspettative del mondo contemporaneo, in cui le reali competenze hanno sempre meno importanza se comparati ai titoli che si possiedono.

Prezzolini in questo è sempre stato un fuoriclasse: essere anticonformista, per lui, non era un seguire la moda: era funzionale a una particolare esigenza di vita, un’esigenza che lo conduceva a ricercare la verità, a qualunque costo, anche se questo aveva come conseguenza l’esilio o la più completa solitudine. Era il primo cittadino della società degli apoti, termine da lui coniato per indicare “coloro che non se la bevono”, da lui auspicata, e degno interprete delle aspirazioni politiche della sua generazione. E si faceva strada a colpi di schiettezza e cinismo, che in lui non sono mai sfogo desertico e innaturale, ma armi che adopera consapevolmente. In questo rifiuto nei confronti della società, del vivere comune, è radicato un sentimento di rivolta, un’ostilità granitica, e allo stesso tempo, un gesto di rivalsa, d’agognata rivincita, che rivela in lui il desiderio di un cambiamento, volto ad una realizzazione progettuale possibile e fattuale. Volontà questa, che gli attirerà l’invidia, l’odio e lo sdegno di molti intellettuali del suo tempo, nonché della posterità. Quantunque riconoscessero in lui grandi e innate qualità intellettuali e umane, non riusciranno mai ad accettarlo pacificamente, e non senza riserve.

Giuseppe Prezzolini

Giuseppe Prezzolini

La sua saggezza deriva direttamente dalla vita. Quella saggezza disarmante che ritroviamo nell’Ideario, o nel Codice della vita italiana. Quella saggezza che stupisce per la semplicità e la limpidezza con cui è espressa, da cui traspare una virtuosa onestà intellettuale, nonché il suo intento rivoluzionario e riformistico. La sua chiarezza nello scrivere da un lato, e una concordanza fra le idee professate e la loro conseguente applicazione pratica. Il grande pregio di questa personalità è racchiuso esattamente in questo: che viveva ciò che professava. In tal senso, i suoi scritti e la sua vita si intersecano, a più riprese, delineando una sorta di perfetto e indissolubile legame. Era prima di tutto un uomo d’azione, un uomo che non conduceva le sue battaglie rimanendo dietro una scrivania, ma lo si vedeva scendere in campo, in prima linea. Preferendo sempre lo scontro diretto alla lotta teoretica e astratta. Si assumeva sempre le responsabilità delle proprie azioni; responsabilità che sentiva gravare, come un duro fardello, su di lui: e come uomo, e come Italiano.

Lui, che amava definirsi anarchico-conservatore: lui, che aveva imparato a conoscere l’umanità lungo le strade delle città e le vie derelitte dei borghi, e non fra i banchi di scuola. Quell’umanità gretta, meschina, che sapeva essere furibonda e spietata, ma che giudicava con benevolenza paterna. Aveva visto in faccia gli orrori e le devastazioni della guerra e sperimentato sulla propria pelle le sue tragiche conseguenze, non le aveva certo studiate sui libri. Guidò un’intera generazione di sognatori alla riscossa, pur non essendo un leader politico. Giovani visionari, differenti nello spirito ma accomunati dallo stesso fervore rinnovellatore, erano lui e Papini. Compagni inseparabili, eppur in lotta perenne. Diedero vita al più grande movimento culturale italiano. Con loro nasce la Voce, rivista su cui si formeranno le maggiori menti italiane: Soffici, Croce, Campana, Einaudi, Ungaretti, Slataper, Gentile e Sbarbaro, per citarne alcuni. Fu una scuola di pensiero e di vita l’esperienza vociana.

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Sono tempi e atmosfere, irripetibili nel panorama odierno, che Luigi Iannone riesce a rievocare nel suo ultimo lavoro Giuseppe Prezzolini: una voce contro il pensiero unico, per i tipi di Historica. Un’opera imprescindibile per chiunque voglia avvicinarsi a questa figura, che ha il doppio merito di aver ridato dignità al pensatore italiano, e di aver gettato luce nuova su un periodo della storia italiana -quella dei primi anni del Novecento- che non sempre viene affrontato con la giusta accuratezza dagli studiosi, e che con altrettanta negligenza viene presentato agli studenti delle scuole. Il testo non pretende minimamente di esaurire il grande universo di Prezzolini, piuttosto si presenta come un’agile introduzione ad esso; quel mondo lasciato in sordina dalla modernità, poiché in esso vi ritroviamo tutti gli elementi per avversarla, o quantomeno, per sviluppare uno sguardo critico nei suoi confronti.

Iannone ce ne offre un ritratto splendido, lucido, armonioso, corroborato da una prosa sobria, scorrevole e precisa senza vana e ingiustificata erudizione. Un tessuto cronologico nel quale etica ed estetica confluiscono sapientemente, definendo una dimensione narrativa avvincente a mai arrendevole al linguaggio, mai desiderosa di autocompiacenza, ma piuttosto volenterosa di far comprendere, come lo stesso Prezzolini, nel modo più chiaro possibile, quel complesso prismatico che fu la vita del più grande pensatore del Novecento italiano, sempre in lotta col mondo e con la civiltà. Il testo si sviluppa attraverso tre piani narrativi: quello umano, intellettuale e sociale, avendo sempre sullo sfondo l’immagine di una Italia sofferente, attraversata e sconvolta da cambiamenti e rivoluzioni, un‘Italia in continua trasformazione, che arranca verso la salvezza, verso un’unione legittima, con i suoi timori e le sue contraddizioni. In questa lunga traiettoria che l’autore traccia, mette in luce la dipendenza che coinvolge grandi intellettuali conservatori del passato, come Joseph de Maistre, Martin Heidegger, Macchiavelli – di cui Prezzolini scrisse una stupefacente quanto audace biografia – e quelli del nostro tempo, come Marcello Veneziani e Stenio Solinas: una linea d’azione in cui Prezzoli è giusto al centro, e pone in risalto la contiguità che li lega.

Papini e Soffici

Papini e Soffici

È lecito a questo punto chiedersi perché è così importane tornare a Prezzolini. Parlare della storia di Prezzolini vuol dire inevitabilmente parlare dell’Italia del ventesimo secolo. Riscoprire questo autore significa quindi riappropriarsi di una parte rilevante della nostra cultura: un’eredità che ci è stata sottratta dalla logica politically correct che ammorba il nuovo millennio, e che costituisce quindi, un impareggiabile modello di confronto. Riprendere questa figura, ci permette, inoltre, di rivalutare e riesaminare quelle pagine di storia che siamo abituati a leggere in modo unidirezionale, mettendone in discussione l’analisi consueta e offrendone una chiave di interpretazione differente. Luigi Iannone, in questo studio, riesce a coglierne i tratti essenziali, restituendo al lettore un’immagine viva, preziosa, energica, che non vuole essere in nessun modo un’agiografia o un’esaltazione caricaturale.

L’autore invece, consegna al pubblico una accurata descrizione di questa personalità, troppo spesso trascurata. Il fatto è che Prezzoli è una figura difficilmente inquadrabile, soprattutto politicamente: sfugge a qualsiasi etichetta gli si voglia appiccicare addosso. Per quanto lo si tiri a forza da una parte o dall’altra, riesce sempre a produrre effetti discordanti e dall’una e dall’altra parte. Quella personalità inafferrabile e sfuggente ad ogni retorica. A cavallo tra due epoche, la sua vita durò esattamente un secolo. Un secolo di affanni, di delusioni e disincanti, che rinsaldarono il suo scetticismo, ma anche di piccole vittorie e di riconoscimenti, che non lo spinsero mai alla completa rassegnazione. Fino all’ultimo respiro egli lottò, portando avanti la sua personale battaglia contro i costumi di una società di cui prevedeva il disfacimento

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Oggi quella torre continua a stagliarsi solitaria e austera nel cielo di Vietri, custodendo quasi gelosamente, il ricordo della presenza di quell’uomo. E appare così, agli occhi dei viandanti, un luogo dalle sinistre e oscure forme, ma che al contempo, in quella sua malinconica fissità, sembra, desiderosa di raccontare la sua storia, prendere vita. Ora che il viaggio di Prezzolini è giunto al termine e l’ultimo giro di vite ha posto fine alla sua esistenza, la grande chiusa di una vita intensa, sofferta, non potrà trovare interpretazione migliore che nei versi del più antifrastico dei poeti, il più antico fra i moderni, quel Rimbaud che tante volte gli è accaduto di leggere:

Elle est ritrouvée.
Quoi? – L’éternité.