Vi sono eventi nella storia che vanno al di là della storia stessa, che non necessitano di alcuna contestualizzazione anagrafica e che trovano nella loro circoscrizione il pericoloso morbo attraverso cui da prolungati attimi di epocalità diventano meri fatti, da aggiungere allo spoglio albo dell’umanità. La discesa di Pasolini in Calabria, il suo intrigato rapporto con il popolo calabrese, ci offre un esempio lampante della capacità della storia di superarsi, di andarsi oltre, di trascendere la cronaca e l’anacronismo e di cristallizzarsi in poesia. La vastità e complessità del pensiero pasoliniano non è stata ancora felicemente domata. Colpa dell’eccessivo citazionismo di cui è tuttora vittima, di un utilizzo spropositato della sua immagine da parte dei partiti più multiformi e di una critica letteraria non ancora esemplare nei suoi riguardi. L’esperienza calabrese di Pasolini ci permette di rimarcare alcuni punti focali del suo pensiero politico e sociale, ma allo stesso tempo di evidenziarne degli altri, più segreti e poetici, che il vulgo e la trattazione manualistica hanno inabissato ed erroneamente svincolato dai primi.

Pasolini presso Monte dei Cocci nel 1961

Pasolini presso Monte dei Cocci nel 1961

Il primo contatto tra Pasolini e la Calabria è testimoniato all’interno de La lunga strada di sabbia, un reportage pubblicato dalla rivista “Successo” nell’autunno del 1959. Il testo è un diario di viaggio che raccoglie riflessioni e annotazioni germogliate durante la lunga traversata in macchina che Pasolini intraprese dalla Liguria alla Sicilia, nell’estate del medesimo anno. Uno dei momenti nevralgici del reportage è sicuramente l’approdo presso la costa ionica, giorni caldi e afosi che impegnarono Pasolini alla stesura di pagine colme di riflessioni crude e iperrealiste, che inaugureranno una conoscenza non del tutto amichevole tra il poeta e i calabresi. Scrive Pasolini:

Lo Ionio non è mare nostro: spaventa. Appena partito da Reggio – città estremamente drammatica e originale, di una angosciosa povertà, dove sui camion che passano per le lunghe vie parallele al mare si vede scritto “Dio aiutaci” – mi stupiva la dolcezza, la mitezza, il nitore dei paesi sulla costa. Così fino a Porto Salvo. Poi si entra in un mondo che non è più riconoscibile. Vado verso Crotone, per la zona di Cutro. Illuminati dal sole sul ciglio della strada, due uomini mi fanno cenno di fermarmi. Mi fermo, li faccio salire. Mi dicono – questa è zona pericolosa, di notte è meglio non passarci. Due anni fa, in questo punto, hanno ammazzato a uno, un ricco signore, mentre tornava in macchina da Roma. Ecco, a un distendersi delle dune gialle in una specie di altopiano, Cutro. Lo vedo correndo in macchina: ma è il luogo che più mi impressiona di tutto il lungo viaggio. È, veramente, il paese dei banditi come si vede in certi film western. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi. Si sente, non so da cosa, che siamo fuori dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello. Nel sorriso dei giovani che tornano dal loro atroce lavoro, c’è un guizzo di troppa libertà, quasi di pazzia. Nel fervore che precede l’ora di cena l’omertà ha questa forma lieta: nel loro mondo si fa così. Ma intorno c’è una cornice di vuoto e di silenzio che fa paura. (Pasolini, La lunga strada di Sabbia)

Non sarà difficile immaginarsi il senso d’astringenza che le parole di Pasolini causarono nell’establishment politico calabrese.

Pasolini fotografato al circolo Turati nel 1972 da Letizia Battaglia

Pasolini fotografato al circolo Turati nel 1972 da Letizia Battaglia

Alla querela per diffamazione del sindaco di Cutro Vincenzo Mancuso, che accusò Pasolini di aver intaccato l’onore, il decoro e la dignità dei suoi concittadini appellandoli come banditi, seguì una corrispondenza chiarificatrice con Pasquale Nicolini, ufficiale sanitario di Paola, che recriminò a Pasolini di aver sentenziato su Cutro e la Calabria in modo troppo fugace, con una approssimazione del tutto estranea alla pungente e sottile capacità critica che lo aveva contraddistinto fino ad all’ora. La risposta rappacificatrice di Pasolini non si fece attendere:

Gentile dottor Nicolini, devo dirle anzitutto: i banditi mi sono molto simpatici, ho sempre tenuto, fin da bambino, per i banditi contro i poliziotti e i benpensanti. Quindi, da parte mia, non c’era la minima intenzione di offendere i calabresi e Cutro. Comunque, non so tirare pietosi veli sulla realtà: e anche se i banditi li avessi odiati, non avrei potuto fare a meno di dire che Cutro è una zona pericolosa, ancora in parte fuori legge: tanto è vero che i calabresi stessi, della zona, consigliano di non passare per quelle famose “dune giallastre” durante la notte. Quanto alla miseria, non vedo perché ci sia da vergognarsene: non è colpa vostra se siete poveri, ma dei governi che si sono succeduti da secoli, fino a questo compreso. E quanto ai ladri, infine: non mi riferivo particolarmente alla Calabria, ma a tutto il Sud. Sono stato derubato tre volte: a Catania, a Taranto e a Brindisi (sempre nelle cabine delle spiagge). In Calabria ho avuto una rapina a mano armata (di coltello): a cui sono sfuggito solo per la mia presenza di spirito. Queste cose ovviamente non le ho scritte, non solo per senso della litote, ma per non mettere nei guai i miei ladri e i miei rapinatori, che continuano ad essermi simpaticissimi (solo a Taranto, per colpa del bagnino, è intervenuta la polizia: ma io non ho voluto fare la denuncia contro il povero ladruncolo subito ritrovato). Questi sono dati della vostra realtà: se poi volete fare come gli struzzi, affar vostro. Ma io ve ne sconsiglio. Non è con la retorica che si progredisce. Tutto questo lo dico a lei, perché mi sembra una persona veramente buona e simpatica, come i due che ho raccolto per la strada di Cutro, e che infine mi hanno salutato con “umanistica gentilezza”. […] Mi dispiace dell’equivoco: non si tiene mai abbastanza conto del vostro “complesso di inferiorità”, della vostra psicologia patologica (adesso non si offenda un’altra volta!), della vostra collettiva angesi, o mania di persecuzione. Tutto ciò è storicamente e socialmente giustificato. E io non vi consiglierei di cercare consolazioni in un passato idealizzato e definitivamente remoto: l’unico modo per consolarsi è lottare, e per lottare bisogna guardare in faccia la realtà. Mostri pure questa lettera ai suoi amici, la renda pubblica, magari la faccia anche stampare sui giornali che hanno polemizzato contro di me. Sono certo che sarò capito. Le ripeto: lei è persona degna di ogni rispetto e anche affetto, e, come tale, cordialmente la saluto, suo devotissimo Pier Paolo Pasolini. (Pasolini, Lettera 22 dell’1° Ottobre 1959)

Per comprendere la straordinarietà di questi due riferimenti testuali è necessario premettere la perpetua ambivalenza narrativa che caratterizza la scrittura di Pasolini, che non riesce che esser poeta e giornalista allo stesso tempo, soggetto e oggetto di ciò che scrive, complesso e talvolta apodittico ma allo stesso tempo ironico, assolutamente realista ma con accenni chiaramente ermetici e metaforici, che in continuazione eccedono le parole, la forma e il reale. Questo bipolarismo pasoliniano conciliato, questa contraddittorietà assolutamente coerente, risulta essere il calvario di chiunque tenti un approccio critico con Pasolini. Quante volte ci si accinge a parlare di Pasolini-autore e Pasolini-uomo, come se Pasolini non fosse l’emblema dell’assoluta conciliazione delle due figure.

1396721638876.jpg--

Nei due estratti precedenti emergono alcuni motivi dell’attrazione fatale che Pasolini nutriva da sempre verso la Calabria. Una terra che spaventa, che non è riconoscibile, ma colma di dolcezza e mitezza, incastrata in un ethos di valori che in realtà sono disvalori perché germogliati quasi biologicamente, spontaneamente, un ethos quello calabrese che permane rarefatto, abbandonato a se stesso ma che proprio per questo rimane incontaminato da qualsiasi tipo di riforma sociale, economica e culturale. La dialettica dicotomizzante di Pasolini designa splendidamente ciò che è allo stesso tempo il bene e il male della Calabria: l’assoluta arretratezza del paese dei santi, l’alto livello di disoccupazione e criminalità, nonché di analfabetismo, i cortocircuiti continui nelle sue istituzioni politiche, sono indubbiamente il male della Calabria, ma allo stesso tempo, all’interno di questo scenario desertico e disperato, emergono straordinari momenti di poesia, di forte legame con la vita e l’umanità, che secondo Pasolini non avrebbero modo di sbocciare se non in un contesto così isolato e povero come quello della Calabria. Bene e male sono causa l’uno dell’altro. Ecco quindi che la carenza di cultura si configura come un grande pregio, quello di essersela inconsapevolmente scampata dall’impeto livellatrice della cultura, che è sempre sterminatrice, che costringe sempre l’uomo ad adattarsi ad essa e mai permette il contrario. Pasolini a più riprese criticò la pericolosità della cultura, condividendo a tal proposito la posizione del suo caro amico Carmelo Bene, che ci ricorda come cultura, nel suo etimo, derivi da “colo”, ovvero colonizzare, assoggettare, insediarsi.

Quelle che amo di più sono le persone che possibilmente non abbiano fatto neanche la quarta elementare, cioè le persone assolutamente semplici. Non lo dico per retorica, ma perché la cultura piccolo borghese, almeno nella mia nazione (ma forse anche in Francia e in Spagna), è qualcosa che porta sempre a delle corruzioni, a delle impurezze. Mentre un analfabeta, uno che abbia fatto i primi anni delle elementari, ha sempre una certa grazia che poi va perduta attraverso la cultura. Poi si ritrova a un altissimo grado di cultura, ma la cultura media è sempre corruttrice. (Pasolini, Intervista di Enzo Biagi del 1971 in “Terza B facciamo l’appello”)

Pasolini in Yemen nel 1971 per le riprese del Decameron

Pasolini in Yemen nel 1971 per le riprese del Decameron

Sarà più facile ora incamminarci nel tentativo di comprendere che cosa intendesse Pasolini con la controversa espressione banditi. Sicuramente è un termine duro e sinuoso, la cui interpretazione e lettura è stata – e Pasolini già sapeva mentre scriveva sarebbe stato così – impulsiva e alla lettera. Inutile dire che è da escludere sia stato un mero gioco provocatorio o scandalistico, quanto anche una designazione antropologica dettagliata. Fu invece un tentativo, giustamente forte e impressionante, di evidenziare la solitudine geopolitica di cui sono succubi i calabresi. Leggiamo nella celebre Lettera sulla Calabria uscita su Paese Sera nell’Ottobre del ‘59:

ora vorrei sapere che cos’altro è questa povera gente se non bandita dalla società italiana, che è dalla parte del barone e dei servi politici. […] E appunto per questo che non si può non amarla, non esseri tutti dalla sua parte, non avversare con tutta la forza del cuore e della ragione chi vuole perpetuare questo stato di cose, ignorandole, mettendole a tacere, mistificandole.

La terra calabra, in particolar modo quella di Cutro, è quella che ha impressionato di più Pasolini nel suo viaggio del ’59, e i suoi ritorni futuri lo testimonieranno. Ribadirà il dispiacere e la delusione provata nell’esser stato accusato di aver descritto i calabresi come criminali, evidenziando, con la sua tipica pungenza e perspicacia, i motivi mediatici e politici che vi furono dietro la messa in scena di questa polemica inutile, in particolar modo scagliandosi contro i dirigenti democristiani calabresi, che finsero di sdegnarsi contro di lui per creare clamore sociale, tralasciando problemi più seri e cimentando rabbiosamente i calabresi nel loro orgoglio, facendo ridicolosamente riferimento (come spesso si fa tutt’oggi) alla loro tradizione greca, archeologica e rarefatta, esattamente come facevano i fascisti con l’antica Roma.

Voi che non volete sapere e vivete come assassini tra le nuvole e vivete come banditi nel vento e vivete come pazzi nel cielo, voi che avete la vostra legge fuori dalla legge e passate i giorni in un mondo che sta fuori del mondo e non conoscete il lavoro e ballate ai massacri dei grandi.

(Pasolini, San Francesco rivolto agli uccelli in Uccellacci e Uccellini del 1965)

Pasolini a Cutro nel 1964

Pasolini a Cutro nel 1964

Ci si deve però sforzare di non cadere nell’errore di pensare che Pasolini ritenesse la Calabria una sorta di Eden bucolico, privo di colpe o di aspettative, legittime, di progresso. La purezza della Calabria, il suo essere rarefatta, distante dalla cultura e dalle logiche capitalistiche tanto odiate da Pasolini, dalla omologazione quanto dal conformismo, non equivalgono, e questo è un punto nevralgico, a una giustificazione dell’arretratezza e dell’isolamento della Calabria. Le sue peculiarità estetiche, tanto lodate perché uniche e ormai rare nella società del mercato, offrono scorci di commovente umanità ma sono pur sempre modi e atteggiamenti che emergono e crescono nel dolore, che presuppongono distanziamenti sociali e divari che frammentano sempre di più quella non-nazione che è l’Italietta. Questa precisazione è utile per comprendere perché Pasolini nutriva il forte timore che la Calabria, anche la Calabria, potesse essere un giorno vittima di sviluppo, ovvero essere snaturata e disumanizzata tramite il pretesto, in realtà politico ed economico, di migliorarne la qualità della vita. Ci addentriamo nella apparentemente sottile, ma in realtà, spessa distinzione che Pasolini negli Scritti Corsari interpone tra progresso e sviluppo.

Lo sviluppo è volto al profitto, un profitto che gioverà essenzialmente all’élite, agli industriali. Lo sviluppo è quel processo indirizzato a guadagnare denaro producendo beni superflui, vittima di questa catena di montaggio sono i consumatori di beni superflui, che sono da parte loro irrazionalmente e inconsapevolmente d’accordo nel volere questo sviluppo. In questo meccanismo la massa non viene solo indebolita economicamente e socialmente, ma anche umanamente, in quanto i valori umani e culturali, che Pasolini trova superstiti in Calabria, vengono sostituiti con i nuovi valori del consumo. Ecco perché non bisogna prosperare uno sviluppo della Calabria, perché ciò significherebbe snaturarla, sbiadirla dai suoi meravigliosi connotati. Diverso è il progresso, che è ciò che bisognerebbe incentivare, migliorando i contesti sociali più inferiori, scalfendo il più possibile l’oppressione nel lavoro, facendo della massa non il mezzo borghese attraverso cui produrre denaro, ma fare della massa e del suo benessere l’oggetto di ogni movimento politico. Il messaggio pasoliniano è molto chiaro: si prendano le dovute distanze dallo sviluppo, o lo si incentivi, consapevoli però che ogni sviluppo presuppone cambiamento, una perdita, uno sbiadirsi dell’ethos, una futura mancanza.

fhzd

Per l’ennesima volta il grande risultato dell’analisi e del procedimento metodico di Pasolini si configura con la consapevolezza, il celebre Io so, quella coscienza delle cose mischiata a una forte capacità critica e allo stesso tempo ad una melanconica rassegnazione. Lo sviluppo colpirà, in modo alquanto blando e bizzarro, anche la Calabria, ma si sia consapevoli che anche questo sviluppo agirà come ogni sviluppo agisce, facendo venir meno qualcosa, stabilizzandosi, assoggettando. Si sia coscienti che non esisterà mai uno sviluppo totalmente puro, che ogni sviluppo presuppone necessariamente una regressione, uno sfratto morale che deve necessariamente produrre per insediarsi. Sicuramente Pasolini nella sua visita a Crotone ebbe modo di scorgere la zona industriale, la celebre Pertusola, fondata al termine degli anni ’20 e insediata a un paio di chilometri dal mare. Nella seconda metà degli anni Sessanta la Pertusola sarà acquistata dalla Montedison, un emblema del sistema industriale italiano contro cui si scagliò Pasolini. Forse un caso, forse no, che Pasolini l’ 1 Febbraio 1975 pubblicherà sul Corriere della Sera un articolo che passerà alla storia come l’articolo delle lucciole, un testo, tra le altre cose, che critica aspramente l’industrializzazione delle città italiane, processo che è identificato come causa della scomparsa delle lucciole, non tanto una perdita di ideali, ma di stralci di culture che prima o poi scompariranno, di un uomo che ha imboccato una strada di non ritorno verso l’estraneità, che si allontana sempre di più dalla terra.

Il periodo dell’assenza delle lucciole è il periodo del vuoto, dell’amalgama confusa e sporca tra benessere e sviluppo economico, tra felicità e tappe per realizzarsi all’interno della società. Tramite questa metafora squisitamente delicata, Pasolini ci descrive la nuda e impaurita consapevolezza che le lucciole a poco a poco scompariranno del tutto, anche in Calabria, per lasciar posto a qualcos’altro, di pronto e pre-impostato da chissà chi. Chissà se fu proprio quello scorcio, quell’ammasso di fabbriche chimiche e metallurgiche così vicine al mare quanto alle terre contadine, a rimarcare quella trasformazione sociale che Pasolini professava già da decenni, un passaggio di consegna, tra uomo vecchio e uomo nuovo, al miscuglio tra borghesia e proletariato, alla caduta nella post-modernità non più solo in ambito filosofico, ma anche economico e pratico. Chissà se fu proprio davanti a quel fastidioso e inconciliabile quadro che si proiettava davanti i suoi occhiali, che Pasolini pensò “darei l’intera Montedison per una lucciola”.

“Ogni giorno, nella vita quotidiana, io riconosco molti poeti che non dicono una parola “poetica” nel senso convenzionale, ma che si “comportano” da poeti: e infinite volte mi succede di commuovermi intorno a questa poesia non testimoniata da se stessa, concomitante con la vita, trascinata via con vita”

(Pasolini, Le Belle Bandiere)

Pasolini nel 1959 a Crotone per ricevere il “Premio Crotone” vinto grazie al romanzo Una vita violenta

Pasolini nel 1959 a Crotone per ricevere il “Premio Crotone” vinto grazie al romanzo Una vita violenta

Pasolini dopo l’estate del ’59 tornò più volte in Calabria, nell’ottobre dello stesso anno fu a Crotone per ricevere il “Premio Crotone”, assegnatogli dalla giuria composta da Bassani, Gadda, Moravia, Ungaretti e Repaci per il romanzo Una vita violenta, in occasione della premiazione si espresse così:

Sono felice di non avere vinto lo Strega o il Viareggio, perché considero quello che mi avete dato come il più adeguato riconoscimento alla mia opera. i protagonisti del mio romanzo, anche se vivono nella capitale, fanno parte del Mezzogiorno d’Italia, ed è giusto che qui a Crotone, trovassero l’esatta comprensione, in una terra giovane, perché nasce ora alla vita sociale, e in modo fresco, genuino, prende coscienza della sua forza, dei suoi bisogni.

Particolarmente produttivo fu il viaggio che compì tra la primavera e l’estate del 1964, durante cui, da una parte, raccolse le interviste che andranno a dar vita al celebre documentario Comizi d’amore, e contemporaneamente reclutò personaggi dalla strada per l’assemblaggio del cast del Vangelo secondo Matteo. Il terreno fertile che offre la Calabria per l’obiettivo giornalistico di Pasolini è testimoniato da una divertente intervista rilasciata da un contadino calabrese, a cui vengono sottoposte domande riguardanti le differenze tra uomo e donna e le disuguaglianze tra questi soprattutto in ambito sessuale. Se nella prima parte di Comizi d’amore Pasolini evidenzia i falsi e ciarlatani valori della nascente borghesia, nella seconda parte descrive invece i dogmi e gli ancoraggi metafisici a cui il Meridione è ancora inevitabilmente legato. Ancora una volta, con estrema delicatezza e forte empatia antropologica verso uomini ancora vergini, infanti, incontaminati dallo strascichio borghese, uomini ammirati da Pasolini per la loro ingenuità, per quella semplicità pervasa da un dolce candore.


Pier Paolo Pasolini intervista un agricoltore calabrese

In Calabria furono reclutati, oltre che varie comparse, due personaggi chiave del Vangelo, per la veste di San Tommaso fu accolto nella troupe Rosario Migale, conosciuto a Cutro; per l’importante ruolo di Maria invece Margherita Caruso, appena quattordicenne, selezionata da Pasolini quando intravide la ragazza uscire da una chiesa con lo sguardo basso una domenica mattina.

Pasolini e Margherita Caruso (Maria) sul set de Il Vangelo secondo Matteo

Pasolini e Margherita Caruso (Maria) sul set de Il Vangelo secondo Matteo

Molte scene del film saranno girate in località calabresi, particolarmente suggestiva è l’ambientazione che fa da cornice al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, ovvero Le Castella, in località Capo Rizzuto. La Calabria fu scelta per i suoi meravigliosi contrasti naturali, per i dolci pendii che si contrappongono a violenti sbalzi rocciosi, ma soprattutto, racconta Pasolini in una intervista rilasciata al Manifesto di Catanzaro, per le folle colorite e varie, per il loro senso, per la bellezza di queste masse, per la vivacità che si riscontra in quelle splendide e isolate città marinare, mercantili, laddove si sente palpitare coralmente il cuore delle masse popolari. Inutile dire che la selezione della Calabria come location per il film fu quasi forzata, in quanto la terra calabrese è ciò che di più in Italia assomiglia alla Palestina che aveva in mente di descrivere Pasolini.

I viaggi in Medio Oriente, Africa e India indicano una forte attrazione verso la desolazione, i suoni della natura, il silenzio, i colori caldi ma soprattutto verso il sole, che imperterrito, senza ostacoli architettonici, può invadere a suo piacimento lo spazio. Ma in realtà la scelta non si ferma qui, non fu una scelta meramente geografica. Per erigere il Vangelo Pasolini ritenne necessario circondare quel Cristo di tanti altri Cristi, di Cristi nel vero senso della parola, di martiri e oppressi dalla storia, di persone che ignoravano l’andare e il progredire del mondo ma che allo stesso tempo venivano essi stessi ignorati da questo. Per produrre un effetto così realistico da risultare fastidioso a Pasolini non bastano gli attori, servono le vittime in persona, nient’altro che quei banditi che amava alla follia.

Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, scena tratta dal Vangelo secondo Matteo e girata presso Le Castella (provincia di Crotone)

Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, scena tratta dal Vangelo secondo Matteo e girata presso Le Castella (provincia di Crotone)

Uno splendido fotogramma che raffigura la nevrotica espressione di Margherita Caruso (Maria)

Uno splendido fotogramma che raffigura la nevrotica espressione di Margherita Caruso (Maria)

I viaggi di Pasolini in Calabria come quelli in Sudan, Kenya, Guinea, Ghana e Yemen designano un forte interesse verso ciò che chiama “terzo mondo”. Terre in fase di stallo, in cui l’arcaico si increspa, mai adattandosi totalmente, con il moderno, senza riuscirlo ad accettare totalmente, talvolta rigettandolo. Ma il terzo mondo non è mai in Pasolini un territorio circoscritto, ma un fenomeno presente nelle più variegate realtà, il terzo mondo

comincia dalla periferia di Roma, comprende il nostro Meridione, parte della Spagna, la Grecia, gli Stati Mediterranei, il Medio Oriente e anche le zone minerarie dei grandi paesi nordici con le baracche degli immigrati italiani, spagnoli, arabi.

Il cantico di ogni terzo mondo è quel componimento che Pasolini chiamò egli stesso Profezia, una poesia apparentemente semplice e di facile comprensione, ma in realtà complessa e sottile. La manualistica la ricorderà come la profezia che si avverò, anticipando il grande flusso immigratorio degli anni zero e descrivendo quello del dopoguerra. Non si può non accettare questa tesi, come del resto non si può non notare curiosamente come la Crotone citata nella poesia (e sbarcheranno a Crotone o a Palmi, a milioni) sia diventata uno tra i principali centri d’accoglienza d’Europa. Allo stesso tempo l’Alì dagli occhi azzurri di cui parla Pasolini sembrerebbe, anche, configurarsi come l’altro, come lo straniero, come quell’uomo spogliato dalla propria libertà, come quell’uomo che combatte per la sopravvivenza, condannato all’esser nomade, esiliato, umiliato, simbolo della mercificazione dell’essere umano ridotto a inutile e prescindibile tassello nell’immensa e dispersiva piramide sociale.

La zona industriale Pertusola presso Crotone, dove il mare dista pochi chilometri dalle fabbriche

La zona industriale Pertusola presso Crotone, dove il mare dista pochi chilometri dalle fabbriche

Il rapporto tra Pasolini e Meridione è uno dei tanti campi di studio che stanno prendendo sempre più forma e interesse nell’analisi del pensiero pasoliniano. Un tema che è necessario approfondire per scovare nuove ramificazioni ancora non completamente esplorate dell’esegesi vitale del poeta bolognese, ma che allo stesso tempo può risultare vitale per tentare un approccio critico, si spera produttivo e felice, nella descrizione e nello studio di una “questione” (quella meridionale) che alla luce delle riflessioni di Pasolini potrebbe sembrare un problema-non problema, un problema che trascina, come visto, degli effetti collaterali estremamente poetici e artistici, un inno all’umanità, un cambio di prospettiva radicale. L’auspicio che si approfondisca la storia d’amore tra Pasolini e il Sud del Paese va di pari passo con la speranza si rinnovi, più diffusamente, un atteggiamento intellettualmente più profondo, antropologicamente più definito e meno di pancia, quando si rinnova un dibattito che, con il passare dei decenni, s’impigrisce sempre più, con istituzioni politiche, mondo accademico e dell’informazione ormai abituati a riproporlo ciclicamente nella tradizionale dimensione dialettica e con i medesimi, peraltro spogli e ripetitivi, contenuti e luoghi comuni.