Di fronte a un panorama letterario composito, tendente dal punto di vista formale all’atomizzazione dei generi, ci si chiede quanto sia possibile innovare rimanendo fedeli, nello spirito e nella parola, alla tradizione del romanzo fantastico e d’avventura che ha segnato gli albori del Secolo breve. Autori italiani come Max Gobbo riescono nell’impresa: Gobbo ha all’attivo diverse opere di letteratura fantastica, tutte accomunate da un approccio personale in cui è possibile scorgere la ricerca dell’innovazione, pur senza rinnegare il passato.

Questa attitudine emerge chiaramente da L’Occhio di Krishna, il suo ultimo romanzo, curato pastiche letterario – per citare Gianfranco de Turris, prefatore dell’opera che non ha certo bisogno di presentazioni – in cui il lettore più colto saprà rintracciare un crocevia di influenze che vanno dalla letteratura di genere italiana a quella francese, sia ottocentesca che contemporanea, per finire con suggestioni derivanti dal fumetto anglosassone e da una certa fantascienza steampunk piuttosto in voga durante gli ultimi due decenni.

Max Gobbo, L’Occhio di Krishna

La trama in poche righe. Siamo alla fine del diciottesimo secolo, dall’India giunge nel Belpaese una richiesta di soccorso: il valoroso Sandokan sta per cadere in un tranello e il fidato Yanez, compagno di mille avventure, giace nelle prigioni del perfido Lord Brooke in attesa della propria esecuzione; è accusato ingiustamente del furto di una pietra sacra: l’Occhio di Krishna. La missiva è indirizzata a Emilio Salgari, colui che di Sandokan ha narrato le gesta, e sarà quindi suo compito riunire una brigata che possa ribaltare gli infausti destini del celebre eroe letterario. Salgari, che nella fantasia di Gobbo diventa un avventuriero tale e quale ai propri personaggi, convocherà Gabriele D’Annunzio, lo scrittore Francesco Viganò e la giornalista Vera Merlin: un gruppo di prodi dalle abilità e dai valori morali indiscussi.

Se D’Annunzio sfoggia l’ardimento a cui ci hanno abituato le cronache dell’epoca, Francesco Viganò, tramite un processo d’identificazione, assume (come Salgari) le capacità dei personaggi partoriti dalla propria penna. Viganò nella realtà è stato un economista, autore di un solo romanzo fantastico, oggi poco ricordato: Battello sotto marino. Romanzo bizzarro, una delle primissime opere a ipotizzare la costruzione dei sottomarini (1839, trent’anni prima di Ventimila leghe sotto i mari). Ebbene, in queste pagine, costui diviene proprio il capitano di un portentoso vascello subacqueo. Vera Marlin, invece, è un personaggio ideato sul modello delle suffragette più audaci, una cronista che si batte per i diritti delle donne e che ha in sé tratti di molte figure storiche dedite alle rivendicazioni o al giornalismo d’assalto (un accademico americano di origini italiane, Franco Zangrilli, che ha analizzato il romanzo su una nota rivista universitaria di italianistica, suggerisce un possibile parallelismo con Oriana Fallaci).

Gabriele D’Annunzio

L’avventura – ambientata per la maggior parte in India, terra molto cara alle fantasie del nostro Salgari – è costruita attorno ai protagonisti: sono il cuore pulsante dell’opera e ogni circostanza, ogni avvenimento che li vede in azione, mette in rilievo ciascuna loro peculiarità. Gobbo riesce a dosare umorismo e azione con maestria: pur essendo eroi senza macchia, i suoi personaggi risultano “veri”; hanno dei difetti, delle asperità caratteriali (si veda D’Annunzio, ad esempio) che spesso diventano motivo di ironia e di scambi di battute sagaci, senza mai cedere, però, al dileggio.

Le peripezie che il gruppo dovrà affrontare rimandano a un universo narrativo consolidato: accanto a situazioni di stampo salgariano, spiccano scene dall’evidente taglio cinematografico, in cui trova spazio un certo gusto per la citazione che senza dubbio sarà apprezzato dal lettore più raffinato. E il ricco bagaglio cui attinge lo scrittore è anche ben rappresentato dalla bella copertina di Alessandro Colombo, in cui è facile cogliere riferimenti al fumetto d’autore (chi ha detto Alan Moore?), influenza del resto piuttosto palpabile tra le pagine di questo romanzo.

 

Molto interessante è l’operazione che Gobbo compie sulla lingua. La sua scelta è quella di orientarsi su di un registro ottocentesco: quello proprio, dunque, dell’era in cui è ambientata la vicenda. Tuttavia, ben cosciente delle ovvie differenze tra il pubblico di oggi e quello di allora, opta per una mimesi controllata degli stilemi più âgée, producendosi in una scrittura godibile e scorrevole anche per il lettore odierno. Per dirla con parole franche – mi perdoni l’autore, se leggerà queste righe –, Gobbo desidera che il proprio stile in questo frangente abbia il fascino e il profumo della Belle Époque, al netto, però, dell’anacronismo di maniera, che saggiamente non viene considerato una scelta valida ai fini della costruzione del romanzo.

L’Occhio di Krishna è senz’altro un’opera meritevole d’interesse, in grado di intrattenere e divertire valorizzando autori e personaggi entrati di diritto nell’immaginario collettivo del fantastico italiano ed europeo. Una scelta da non sottovalutare di questi tempi, in cui la memoria letteraria del nostro Paese tende a essere marginalizzata o, nel migliore dei casi, ridotta a quella rosa di nomi e opere che rientrano nel canone istituzionalizzato.